Paratesto:

La tregua è la calma, la calma è equilibro, l’equilibrio è un attimo, gli attimi passano e la tregua è presto finita. Siamo anime in perenne oscillazione tra la tregua e il disastro, tra la tregua e la felicità. E mentre siente lì che aspettate che il circo si rimetta in moto, che la tregua finisca e arrivi quello che deve arrivare, che arrivi il vostro destino, sorseggiatevi un martini.

Testo:

La prima sensazione è di fastidio. Scopro che il libro è uscito una prima volta nel 2009 e io me lo sono perso. All’epoca avevo evidentemente altro per la testa.

La seconda senzazione è però di piacere. Non avendolo letto a suo tempo, me lo posso godere ora per la prima volta. Posso decidere se mi piace o no, se è un libro che mi infastidisce, se l’autore non fa per me, se, pur amando la letteratura latino americana Mario Benedetti (lo dico esplicitamente, per me, fino a poco tempo fa, era il signor nessuno per colpa della mia ignoranza) non fosse cosa per me.

La terza sensazione è di soddisfazione. Soddisfazione per aver letto un grande libro, un libro sulla poetica dell’immobilità dell’animo. Un libro che racconta con una delicatezza che ha dell’incredibile la nostra vita. E poco importa se non avete tre figli di nome Jaime, Esteban e Blanca, se i vostri amici non si chiamano Vignale o Anìbal o se non vi siete perdutamente innammorati di Avellaneda, tutto questo non ha importanza perché quello che conta è che anche a voi sarà capitato di vivere immobili per quello che vi sembrava un attimo. Solo che intanto il tempo passava e le cose attorno a voi cambiavano, si evolevano, mentre voi rimanevate fermi, per paura, per un disagio che non riuscivate a confessare nemmeno a voi stessi. E arrivati a quel punto non riuscivante nemmeno a decidervi di fare una mossa, talmente tanto abituati a quella soporiferà immobilità da temere ogni fonte di disequilibrio.

La storia è quella di Martín Santomé, impiegato in una grossa ditta, con la schiena piegata sui numeri, una vedovanza ventennale e ancora un paio di passi prima della pensione. La tanto temuta pensione, oserei dire, in quanto Martín Santomé già si chiede come farà a convincersi a rimanere a letto fino alle 11 quando anche il fine settimana il sonno lo abbandona alle prime luci dell’alba. Martín ha rapporti contrastati con i figli, ha pochi amici e con alcuni non parla nemmeno volentieri e sente che ormai la parte migliore della sua vita è irrimediabilmente passata e che l’impeto vitale lo ha abbandonato definitivamente. Questo prima che nella ditta in cui lavora arrivi la giovane Avellaneda. Da quel momento inizia la tregua.

Mario Benedetti è stato in grado di cesellare finemente un piccolo gioiello di artigianato letterario. Non ci sono effetti speciali, solo una padronanza della lingua fuori dal comune e l’abilità di costruire una storia sempre in bilico tra il romanzo e la poesia.

Coordinate:

Quello che mi stupisce di Nottetempo è che nel loro catalogo c’è un po’ di tutto. Mi è capitato di leggere un romando dal tono Marqueziano (passatemi il termine), una raccolta di racconti sulla cruda realtà e un romanzo che potrebbe tranquillamente finire nelle librerie di parecchi adolescenti. E’ la volta di un romanzo che definirei classico, riflessivo, fatto per il novanta per cento di pensiero e per il restante d’azione. E’ davvero piacevole poter pescare tra tanta varietà.

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Prendo a prestito dal sito nottetempo una breve e concisa biografia dello scrittore.
Mario Benedetti (1920-2009), è stato uno dei massimi narratori e poeti del Novecento. Ha cominciato a guadagnarsi la vita come commerciante, contabile, impiegato, giornalista e traduttore. È stato direttore del Centro di Ricerche Letterarie della “Casa de las Américas” all’Avana, e del Dipartimento di Letteratura Latinoamericana, dell’Università di Montevideo. Dopo il golpe militare del 1973, ha rinunciato all’incarico universitario ed è partito in esilio, durato 12 anni, prima in Argentina, poi in Perù, a Cuba e in Spagna. Nel 1999 ha ricevuto il prestigioso Premio di Poesia Reina Sofìa. Tradotti in Italia: Racconti (Multimedia, 1995), Inventario: poesie 1948-2000 (Le Lettere, 2001), Umana gloria, (Mondadori, 2004), Grazie per il fuoco (La Nuova Frontiera, 2011) e Fondi di caffè (La Nuova frontiera, 2013).

Una nota di merito alla traduzione di Francesco Saba Sardi, abile nel saper rendere felicemente quel senso di sospensione nel vuoto da cui ci lasciamo avvolgere.

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