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Pensa il risveglio – Alessadro Cinquegrani – Recensione di Giacomo Carlesso

giovedì, Ottobre 21st, 2021

Pensa il risveglio di Alessandro Cinquegrani, uscito per TerraRossa Edizioni, dieci anni dopo Cacciatori di frodo, nasce da una frase, caduta in fase di riscrittura e riproposta dall’autore nelle note finali, che recita:

«Ho sempre sentito il bisogno di scomparire».

La necessità di riportare alla luce e di affrontare il sentimento che ha generato queste parole si percepisce ovunque: in ciascuno dei tre piani narrativi – quello della realtà attuale, quello storico e quello immaginifico – che costituiscono il romanzo e, ancor prima, nel titolo, tratto dalla poesia Neve di Umberto Saba. L’elaborata complessità di Pensa il risveglio, con le sue molteplici chiavi di lettura, rimanda a questa profonda ed elementare autenticità.

Durante le riprese del suo film, Albert Speer è morto, Lorenzo scompare. L’attore e aiuto regista, Alberto, suo amico, nonché protagonista e narratore per gran parte del romanzo, accompagna nelle ricerche Caterina, moglie di Lorenzo. Ben presto, Alberto finisce per sostituirsi all’amico, legandosi alla donna e completando le riprese del film che intitola La nostalgia dell’acqua. Consapevole che la sua presenza dipende soltanto dall’assenza di Lorenzo, Alberto ha una crisi interiore circa la propria identità, elaborata attraverso un’intensa riflessione sul nazismo, tema centrale nel film, e in particolare sulle figure archetipiche di Speer e Mengele.

Al riguardo, è interessante osservare il ruolo che assumono nell’opera gli studi di Cinquegrani sulla narrazione della Shoah. Per esempio, nel saggio Il sacrificio di Bess (2018), ricorrendo ai tipi psicologici junghiani, identifica il prototipo del nazista col tipo pensiero estroverso puro. Mengele e Speer, in questo senso, rappresentano una doppia declinazione di tale profilo. Mentre Mengele, nell’incarnare l’essenza del male assoluto, non rinnega il proprio ideale e fugge per evitare il processo di Norimberga; Speer rimane, riuscendo a celare le proprie responsabilità in merito alla soluzione finale, da lui atrocemente approvata, salvaguardando così la sua presenza nella società. Alberto si trova di fronte alla tentazione di abbandonare Lorenzo all’oblio, riducendosi a un essere «vigliacco e approfittatore» come Speer, ma sceglie di cercare l’amico, al quale è indissolubilmente legato, e in questo modo fa i conti con la propria zona d’ombra, lasciando emergere il sentimento della vita vissuta, essiccato dalla pura razionalità, per tentare di definire la propria identità in armonia con lo scorrere del Tempo, nemico dell’Ideale nazista.

Cinquegraniriesce a veicolare un profondo contenuto etico, riabilitando, al contempo, il potenziale mitopoietico della narrazione, depauperato negli ultimi vent’anni dall’affermarsi della non fiction. La raffinata intelaiatura della trama rispecchia il travaglio interiore del protagonista alla ricerca del proprio significato nel mondo, e viceversa. Non a caso, la stessa struttura tripartita del romanzo è investita di senso dalle parole, riportate in esergo, pronunciate dal padre dell’autore nei giorni precedenti alla morte:

«Sei sicuro che sia la tua realtà quella giusta?».

È una frase diretta al figlio certo, ma può essere rivolta anche ai personaggi del romanzo e, soprattutto, ai lettori. Con Pensa il risveglio, Cinquegrani nobilita in arte quelle parole, proponendo un’opera che invita il lettore a guardarsi dentro, a porsi dei dubbi, a entrare, se necessario, in conflitto con se stesso, abbandonando l’ombra, rischiando il vuoto, per inseguire la luce.

Giacomo Carlesso

Alessandro Cinquegrani (Treviso 1974) è professore di Letteratura comparata all’Università Ca’ Foscari di Venezia. È autore di diversi volumi di critica letteraria tra cui Solitudine di Umberto Saba (Marsilio, 2007) e Il sacrificio di Bess. Sei immagini su nazismo e contemporaneità (Mimesis, 2018). Ha esordito nella narrativa nel 2012 con il romanzo Cacciatori di frodo (Miraggi), finalista al Premio Calvino e candidato al Premio Strega, da cui è stato tratto lo spettacolo teatrale omonimo (regia di Giuseppe Emiliani, protagonista Stefano Scandaletti), e che è ora in corso di traduzione in Francia. Collabora con importanti riviste di critica letteraria e cinematografica. Ha scritto la drammaturgia Medea per il Teatro Bresci, selezionata nel Circuito Off del Teatro Stabile del Veneto.

Edgardo Scott – Lutto

domenica, Ottobre 3rd, 2021

Quella di Edgardo Scott è una delle uscite più interessanti degli ultimi mesi. Nuova aggiunta nella collana Xaimaca Jarama della casa editrec Akadia che è curata con molta competenza da Alessandro Giannetti, Marino Magliani e Luigi Marfè.
Veniamo al libro. “Lutto” di Edgardo Scott è un libro breve e frammentato, composto da piccoli capitoli che a volte danno l’impressione di essere fotografie di uno stesso album o, meglio, fotogrammi di una vecchia pellicola di altri tempi.

Chiche ha ereditato il negozio dal padre. Ci vende elettrodomestici e mobili e tutto quello che serve alla gente che vive nel suo quartiere di Buenos Aires. È sposato e ha una figlia e le cose, pur nella loro immobilità, sembrano andare bene, fino a che la violenza che serpeggia nelle strade entra nel suo negozio e provoca quel lutto che vediamo spinto fin dal titolo. Ha un amico, Miguel, con il quale discute di crimini e violenza mentre brucia la spazzatura in un campo vicino a dove vive. Quelli che Chiche vede dai giornali e dai telegiornali è un continuo avanzare dello sfacelo morale e a poco a poco dentro di lui monta una rabbia incontrollabile. Con il suo atteggiamento allontana tutti, comprese le persone che gli vogliono bene, diventa un essere equidistante da tutti quelli che lo circondando, ma l’equilibrio che sembra mantenere nonostante la tensione che lo dilania, alla fine cede e porta a un epilogo da film d’azione.

Parlare di film d’azione ha un significato profondo. Chiche ne è un grande consumatore , passa dalle VHS ai DVD piratati e venduti per le strade, in qualche modo quei film costruiscono la sua identità. Il fatto che lui si faccia influenzare da quella forma di narrazione pur non essendo più un ragazzino lascia intravedere una fragilità mentale che influenza tutte le sue decisioni.

Scrittura asciutta e profonda, grande attenzione allo sviluppo psicologico del personaggio principale anche attraverso le interazioni con gli altri personaggi; questi sono gli elementi che mi sono piaciuti di questo libro. Ci sono alcuni temi ricorrenti, quello dei cani randagi, quello del negozio, delle terre abbandonate che rimandano al lutto, alla perdita e al decadimento. Tutto muore, sembra dire Edgardo Scott, vivere è sapere come affrontare questa grande verità.

Ottima traduzione di Alessandro Giannetti.

Nato nel 1978 a Lanús, nella provincia di Buenos Aires, appartiene alla generazione di autori che si sono affermati dopo l’ultima grande crisi economica e politica argentina del 2001. È stato fondatore e membro del Grupo Alejandría che nel 2005 inaugurò un movimento di letture pubbliche e cicli letterari di narrativa che influirono anche in campo sociale e politico. Ha pubblicato il romanzo breve No basta que mires, no basta que creas (2008), il libro di racconti Los refugios (2010), i saggi Caminantes (2017) e Por qué escuchamos a Stevie Wonder (2020) e i romanzi El exceso (2012) e Luto (2017). Apprezzato da Ricardo Piglia come uno degli autori più “lucidi e innovativi degli ultimi anni”, Scott è traduttore, editore per Clubcinco ediciones e collabora con diversi quotidiani argentini. Vive in Francia.

Georgi Gospodinov – Cronorifugio

lunedì, Settembre 27th, 2021

L’anno 2021 per quel che mi riguarda, sarà per sempre ricordato come l’anno in cui ho conosciuto Georgi Gospodinov e me ne sono innamorato. A breve distanza ho letto “Fisica della malinconia” e ora “Cronorifugio“, dire che si è trattato di una boccata di aria fresca sarebbe poco. Ho letto, molto di recente, commenti sul fatto che “Fisica della malinconia” fosse migliore di “Cronorifugio”, poi ho letto altri commenti che spiegavano perché “Cronorifugio” fosse migliore di “Fisica della malinconia”. Io ho letto tutto con attenzione, ma non sono riuscito a sposare nessuna delle due teorie perché, per quel che mi riguarda, questi due libri sono come il primo e il secondo tempo di un film: senza uno dei due l’esperienza rimane incompleta.

Di “Cronorfugio” ultimamente se n’è parlato molto. Gospodinov gode di una stima e un rispetto da parte degli intellettuali che quasi te lo fa invidiare, ma quando poi inizi a leggere le prime pagine di uno dei suoi libri non può fare a meno di capire che quella stima e quel rispetto sono meritatissimi e che forse sono pure sottostimati.

“Cronorifugio” viene narrato da una prima persona che ha lo stesso nome dello scrittore Georgi Gospodinov, cosa che era successa già in “Fisica della malinconia”. Il narratore vuole ritrovare un vecchio amico, quel Gaustìn le cui gesta mi avevano affascinato già nel libro precedere, una sorta di navigatore del tempo. Il narratore sa che Gaustìn è un personaggio di finzione, un personaggio di finzione che in qualche modo è scappato dalla narrazione per non sottostare più alle sue regole. Infine il narratore, per puro caso, quando oramai era convinto di non avere più speranze, riesce a trovare il suo vecchio amico che nel frattempo ha aperto una strana clinica del tempo per dare sollievo alle persona che soffronto di malattie che le portano a dimenticare il presente per rifugiarsi nel passato. Gospodinov pensa che l’idea sia geniale e decide di dare una mano a Gaustìn nella gestione di questo rifugio temporale.

Come nel libro precendente è il tempo a farla da padrone. È il tempo il vero protagonista della narrazione, il personaggio più importante e l’elemento che più di tutti dona significato a “Cronorifugio”. Il tempo che si traveste da passato, che allieta e inquieta la mente umana.
Quando a poco a poco il presente perde di significato l’unica fonte di pace sembra provenire dalla nostra giovinezza e dalla nostra infanzia. Quei luoghi in cui sembrava che il futuro fosse radioso e pieno di possibilità, quei luoghi in cui sembrava che la speranza fosse tangibile e esistesse pochi passi davanti a noi. Quando ci si rende conto che la speranza non sono non è più raggiungibile, ma forse non è nemmeno mai esistita, per sfuggire alla depressione, l’unico modo può essere quello di rintanarsi in uno spazio felice in messo ai nostri ricordi.

Ecco quindi che lo scrittore dà vita a questo sogno, questo “Cronorifugio” in cui anche chi ha avuto una vita da persona derelitta, anche chi ha tradito ed è stato tradito, ha deluso ed è stato deluso, ha la possibilità di trovare una fonte di sollievo appena prima di sparire per sempre nell’assenza di tempo.

Purtroppo, come spesso accade alle cose buone, finisce che anche chi non ne ha diritto cerchi di metterci le mani sopra, e quando questo succedere, quando ciò che esiste al di fuori della clinica cerca di appropriarsi di ciò che c’è dentro, la parte più esile patisce.

Come in “Fisica della malinconi” la scrittura di Georgie Gospodinov è perfetta. Un bilanciamento di ritmo che porta il lettore a trovare un equlibrio esemplare tra il dominare la pagine e l’esserne dominato; Gospodinov accompagna per mano il lettore pagina dopo pagine facendo in modo che il tempo che dedichiamo alla lettura di questo libro sia esattamente il tempo che serve, non un secondo in più, non un secondo in meno. Non c’è foga nelle lettura, non c’è la voglia forsennata di passare da una pagina all’altra, perché ogni pagina ha una propria personalità e un proprio valore.

A chi non avesse letto nulla di Georgie Gospodinov non posso che consigliare di affrontarlo. Io ho iniziato dagli ultimi due romanzi pubblicati, ma ora andrò a recuperare anche le altre opere uscite negli scorsi anni e pubblicate da Voland.

Traduzione di Giuseppe Dell’Agata.

Lanny – Max Porter

lunedì, Agosto 30th, 2021

Non amo particolaremente i libri un po’ troppo sperimentali, preferisco farmi trascinare dalle parole, quando si concatenano tra loro dando vita a frasi e periodi che sanno emozionarmi. Per quanto invidi la capacità di alcuni scrittori di smontare il romanzo e di rimontarlo a loro piacimento, a volte con risultati ottimi altre con risultati pessimi; se devo pensare alla mia lista dei 10 romanzi che più adorato mi viene da dire che tutte e 10 le posizioni sono occupate da romanzi abbastanza canonici, che sanno raccontare una storia con onestà.

Quindi immaginatevi la mia sorpresa quando arrivato alla fine di “Lanny” di Max Porter io mi sono dovuto asciugare una lacrima. Uscivo da una sessione di lettura non stop di un’ora e mezza in cui non mi ero nemmeno accorto che il tempo stava passando e che nel frattempo si era fatta sera. “Lanny” di Max Porter ha tutto per non essere un libro adatto a me.
Ha ampi stralci di prosa poetica piena di alliterazioni e molto cantilenante, ha pezzi di dialoghi ascoltati che sulla pagina sono stati stampati in orizzontale, in ombliquo, ondeggianti, sdoppiati come se fossero sfocati. Ha una parte in cui il romanzo procede come se fosse la testimonianza di un paese intero, ogni paragrafo è l’espressione del pensiero di un essere umano diverso.

Eppure. “Lenny” di Max Porter è uno dei romanzi migliori che io abbia letto quest’anno e non c’è nulla che possa cambiare questo fatto.

Le parti a cui accenavo prima, quelle di prosa poetica, appartengono a Fanghiglio Frondoso, una sorta di presenza che sembra percepire tutta la materia visibile e invisibile in ogni attimo della sua esistenza. La sua esistenza è collegata a quella del paese poco fuori Londra in cui vive Lanny con la madre, il padre invece fa la spola da Londra perché lavora nella city. L’altro personaggio importante è il vecchio Pete, un artista piuttosto affermato che prende sotto la sua ala il piccolo Lanny.

Ma chi è Lanny? Lanny è un ragazzino particolare, qualcuno lo definisce pazzoiede, anormale, mentre a me piace pensare che Lanny sia troppo puro per questo mondo; riesce a vedere e percepire cose che gli altri non riescono a prendere in considerazione e credo che sia questa la caratteristica che lo avvicina a Fanghiglio Frondoso.

Il libro procede a segmenti. Da una parte seguiamo Fanghiglio Fangoso nella sua esplorazione del paese, un’esplorazione che, poi si vedrà, sembra molto simile a quella di uno scrittore che si interroga sul finale della storia a cui sta lavorando o a un lettore che all’improvviso capisce a cosa sta portando la trama congeniata per lui.

L’altro segmento esplora la vita di Lanny, delle sue manie e dei suoi talenti e, contemporaneamete ci mostra un ritratto spietato e accurato dei genitori e di Pete. Poi le cose cambiano, succede qualcosa di troppo spaventoso da raccontare e la parte che porta verso la fine del libro è fatta dei frammenti dei pensieri degli abitanti del paese che stanno seguendo morbosamente gli eventi che riguardano la famiglia di Lanny. Il finale è perfetto.

Max Porter, pur scegliendo una costruzione atipica, dei personaggi ai margini (a volte molto oltre i margini) riesce a confezionare un romanzo di rara forza emotiva, un romanzo che si basa sulla disperazione e sulla speranza e che riesce anche a mostrare la meschinità della natura umana. Non potevo fare una lettura migliore in questo momento.

Devo assolutamente segnalare il lavoro pazzesco del traduttore Marco Rossari perché se questo libro funziona in italiano a me vien da dire che è anche molto merito suo.

Max Porter (High Wycombe 1981) è stato libraio e editor delle edizioni della rivista Granta. Il suo libro d’esordio, Il dolore è una cosa con le piume, ha vinto il Dylan Thomas Prize. Lanny, candidato al Booker Prize e tradotto in oltre venti paesi, è stato il maggior romanzo letterario inglese del 2019. Con Sellerio ha pubblicato Lanny.

Georgi Gospodinov – Fisica della malinconia

mercoledì, Agosto 25th, 2021

Questo libro è uscito nel 2013, più o meno un mese dopo l’apertura di questo sito, quando l’idea di parlare esclusivamente di libri era lontana anni luce e io non avevo ancora iniziato a esplorare con occhio curioso le dinamiche dell’editoria indipendente.
Questa informazione la fornisco perché mi è utile per fare un ragionamento. All’epoca mi sono perso “Fisica della malinconia” e l’ho finalmente recuperato nel 2021, 8 anni dopo. Se tentiamo conto che in Bulgaria il libro è uscito nel 2011 posso affermare che il viaggio che questo libro ha compiuto per arrivare fino a me è durato una decina d’anni. Nel parere che mi permetto di dare sull’opera di Gospodinov, in qualche modo, entra anche il tempo.

Viene molto facile, ai giorni nostri, mettere l’etichetta di capolavoro a un libro. Non costa nulla. “Capolavoro” e “Dovrebbero farlo leggere nelle scuole” sono due delle affermazioni legate ai libri che meno mi fanno venir voglia di leggerli, quei libri. Per definire capolavoro un testo bisogna avere la capacità di guardare dentro al futuro, capire se quel libro reggerà nel tempo, capire se tra qualche anno leggerlo sarà ancora piacevole, se sarà significativo e non avrà perso il proprio smalto, se sarà ancora universale o se invece si sarà spento e sarà diventato uno di quei libri scritti bene che però non hanno retto al trascorrere del tempo.

Fatta questa ampollosa introduzione posso dire di considerare “Fisica della malinconia” un vero e proprio capolavoro. Gospodinov è un autore che non conoscevo prima di questo libro, ma sono convinto che diventerà presto uno dei miei scrittori preferiti.

Entriamo nei meandri del libro. Un narratore che possiede il dono dell’empatia, che riesce a entrae nei ricordi delle persone che lo circondano, Un narratore che quindi riesce a vedere attraverso il tempo, nel passato, nel futuro; che riesce a visitare il momento del concepimento del nonno, ma che capisce anche quale potrebbe essere la fine di tutto ciò che vediamo. Una sorta di viaggiatore nel tempo, mi verrebbe da dire. E la chiave di tutto è l’empatia, un dono che troppo spesso viene a mancare nelle persona, che porta il narratore Georgi Gospodinov a narrare una storia che riguarda lui stesso, ma che contemporaneamente riguarda un popolo, una cultura, una nazione e forse, il mondo intero nel suo presente, nel suo passato e nel suo futuro.

Eccellente e straziante la lettura che Gospodinov dà del mito del Minotauro. Creatura che nasce uomo con testa di toro perché gli Dei hanno un pessimo senso dell’umorismo; nata della passione malata di una progenie folle. La sua unica colpa è quella di essere nato. E quindi meraviglioso il parallelo con l’abbandono del narratore bambino in uno scantinato, meravigliosa l’umanizzazione della bestia che forse vuole solo essere parte di un tutto e meraviglioso l’episodio iniaziale ambientato al circo, un episodio che il narratore vede attraverso gli occhi del nonno e che sembra trascendere i sogni per farsi reale e tragico.

“Fisica della malinconia” è un libro composto di frammenti, come ricordi recuperare dalla memoria; è un libro che procede per accumulazione, pagina dopo pagina, paragrafo dopo paragrafo, il mosaico si fa sempre più chiaro e nidito e anche se il libro è pervaso da una certa malinconia (che a tratti sfocia nella dolcezza e altri nell’amarezza) molto spesso incappiamo in una sottile ironia che pervade alcune pagine e strappa un sorriso discreto (mi vengono in mente le pagine dedicate a Gaustìn.

“Fisica della malinconia” è un libro che vien voglia di leggere subito, tutto d’un fiato, presi dalla foga, ma è anche quel libro che è capace di dettare il proprio tempo, dare il proprio ritmo. E quindi quella che all’inizio è una lettura a tutti gli effetti sincopata, a poco a poi si acquieta e le parole disegnano un flusso lento da seguire con calma e dedizione. Quando un libro riesce ad imporre il proprio battito credo che ci si trovi davanti ad una scrittura che ha raggiunto una forma di perfezione purissima.

Qual è il morale della favola? A volte fa bene non inseguire le ultime uscite, fa bene spulciare nel catalogo di una casa editrice e farsi agguantare da un libro che, nonostante gli anni, continua a essere stampato e letto. Dicono che i libri non scandono mai. Io non sono completamente d’accordo con questa affermazione, tendo a pensare che alcuni libri non abbiano una data di scadenza, sono quelli che, come detto, resistono al logorio del tempo, sono stati scritti per rimanere nella storia della letteratura. Questo è uno di quei libri.

Traduzione di Giuseppe Dell’Agata.

Nato a Jambol nel 1968, è poeta innovativo e raffinato, prosatore e studioso di letteratura, oggi considerato lo scrittore più talentuoso della Bulgaria. Con il suo esordio narrativo, Romanzo naturale (Voland 2007), accolto come una vera rivelazione, ha immediatamente incontrato il favore di critica e pubblico che ne hanno decretato lo straordinario successo, e ha ottenuto il primo premio del concorso Razvitie per il romanzo bulgaro contemporaneo. È tradotto in diciannove lingue.
Di Gospodinov Voland ha pubblicato la raccolta di racconti …e altre storie (2008) e il romanzo Fisica della malinconia (2013), con il quale nel 2014 è stato finalista del Premio Von Rezzori e del Premio Strega Europeo.
Quella italiana è la prima traduzione mondiale del nuovo romanzo Cronorifugio, con il quale l’autore si è aggiudicato per la seconda volta il prestigioso Premio letterario nazionale per il romanzo bulgaro dell’anno.
Di lui è stato detto: “Definito il Milan Kundera della Bulgaria per i suoi viaggi nel mondo interiore, potrebbe essere accostato anche a Friedrich Dürrenmat per la sua riscrittura del mito del Minotauro, ma a ben vedere Georgi Gospodinov è uno scrittore unico.”

Percival Everett – Telefono

giovedì, Agosto 19th, 2021

Avevo sentito parlare di questo libro mesi fa, quando era uscito in America e poi quando lo avevano candidato al Booker Prize. Percival Everett aveva scritto un libro, ma in realtà ne aveva scritti tre. Tre versioni di uno stesso libro, di una stessa storia, che differiscono per alcuni particolari, a volte minuscoli a volte più corposi. Il lettore che dovesse entrare in una libreria e comprare “Telefono” non può sapere quale delle tre versioni si porterà a casa.
Finalmente La Nave di Teseo pubblica le tre versioni di “Telefono“. Io ne ho letta una, non so quale, so che alcune versioni differiscono anche per il finale, lasciandolo aperto, ma se parlassi del finale rischierei di fare spoiler per cui evito.

“Telefono” di Percival Everett è un intreccio di storie. Zach Wells è spostato e ha una figlia, lavora all’università come paleontologo. Ha una vita che potremmo definire normale, forse non è completamente felice per un sottile senso di insoddisfazione che serpeggia costante nella sua vita, ma l’insoddisfazione è comune a molte persone. Attorno a Zach Wells si sviluppano molteplici trame. Quella che lo vede alle prese con la malattia della figlia, quella che lo mette di fronte alle avance di una studentessa, quella che lo avvicina pericolosamente a una collega sul punto di perdere il lavoro e quella che gli fa scoprire all’interno di un capo di abbigliamento usato una richiesta di aiuto scritta in spagnolo.

Le trame si sviluppano parallelamente, immagino che nelle tre versioni del libro, questo sviluppo non segua sempre lo stesso schema o la stessa velocità, ma che comunque i concetti più importanti rimangano saldi ai loro posti.

“Telefono” ha dei passi che sono strazianti, soprattutto quelli che descrivono la malattia della figlia, ma anche quando entra nel vivo la questione relativa a chi ha mandato ha mandato una richiesta d’aiuto attraverso un capo di abbigliamento usato. Zach Wells è spinto a salvare le persone perché, paradossalmente, non può salvare l’unica persona che ama con tutto il cuore.

Prova a salvare una collega dal buco nero nel quale si trova. Sta per per perdere il lavoro perché non ha presentato abbastanza articoli. Ha dei dati che considera grezzi su una ricerca che considera campata in aria, ma Zach, dopo averli letti, capisce che la ricerca è buona e si interroga sul motivo per cui la collega non è andata fino in fondo. La risposta arriva inaspettata e mette tutto sotto una luce nuova e terribile.

Prova a salvare la persona (o le persone) che hanno mandato nel vuoto un messaggio di aiuto, senza poter sapere a chi sarebbe arrivato quel messaggio e se sarebbe stato accolto.

Prova a salvare se stesso.

Il punto è che parlare di “Telefono” senza fare spoiler e rovinare il piacere della lettura è quasi impossibile. Per cui, mettendo da parte le trame, mi limiterò a parlare del lavoro fatto da Percival Everett in questo libro.

Questo romanzo di Percival Everett è, come sempre, ottimo. Solitamente c’è molta differenza tra i suoi lavori, ma questa volta ho colto degli echi di “Quanto blu”, il romanzo precedente sempre edito da La Nave di Teseo. Ci sono dei punti di contattato. Anche “Quanto blu” è un libro che gira attorno al tema della salvezza e anche in quel romanzo il protagonista principale sembra aver sviluppato una certa apatia e la necessità di trovare pace in un rifugio. In “Quanto blu” si trattava dello studio del pittore, qui della grotta in cui Wells passa gran parte del suo tempo lavorativo (quando non è all’università ad insegnare controvoglia”.

“Telefono” è anche un libro che parla dei gesti quotidiani che compiamo e che consideriamo irrilevanti e che pure possono arrivare a influenzare gli altri senza che ce ne rendiamo conto. Quei gesti che possono diventare fonte di salvezza pur non essendo eroici, ma banali; ma è anche un libro che sembra voler lasciare molto spazio al lettore e alle sue interpretazioni. È un libro che procede per stratificazioni.

In un certo senso, l’idea di pubblicare uno stesso libro in tre versioni differenti, mi è sembrata, all’inizio bizzarra. Una bizzarria che vedevo bene associata a Percival Everett, uno scrittore che è tutto fuorché scontato. Con il passare del tempo però ho iniziato a pensare che l’idea principale alla base di questa operazione inusuale sia quella di lasciare al lettore la possibilità di comprendere che alcuni piccoli eventi della vita quotidiana possono produrre cambiamenti impercettibili che a volte portano a grandi risultati. Il fatto che comprando il libro un lettore non possa sapere quale dei tre gli è capitato in sorte dà ancora più forza al concetto di casualità. Sembra quasi che Everett dica: la vita è fatta di piccole scelte, alcune delle quali sono casuali e inconsapevoli.

Al di là di tutto, al di là di come si voglia interpretare questo tre in uno letterario io consiglio sempre la lettura di qualsiasi cosa sia stata scritta da Percival Everett.

Traduzione di Andrea Silvestri.

Percival Everett (1956), autore e professore presso la University of Southern California, ha scritto numerosi libri, tra i quali: Cancellazione (2001), Deserto americano (2004), Ferito (2005), La cura dell’acqua (2007), Non sono Sidney Poitier (2009), Percival Everett di Virgil Russel (2013). Ha ricevuto lo Hurston/Wright Legacy Award e il PEN Center USA Award for Fiction. Vive a Los Angeles.

Èric Chevillard – Rovorosa

martedì, Agosto 17th, 2021

Diventa sempre più piacevole leggere le opere di Èric Chevillard e diventa sempre più difficile parlane qui su queste pagine. Ha volte ho l’impressione che da quando ho iniziato a leggerlo qualche anno fa le parole che ho messo in fila per raccontare cosa provoca in me la sua scrittura siano diventate parte di un’unica e lunghissima recensione che abbraccia anche l’autore. È molto banale dirlo, ma dopo tutti questi anni ti viene da sperare che lo scrittore abbia la stessa stralunata genuinità delle opere che scrive.

“Rovorosa” è l’ultimo romanzo di Èric Chevillard pubblicato da Prehistorica Editore che, come ormai ben saprete, ha dedicato una vera e propria collana a questo autore. L’editore, nonché traduttore delle opere di Chevillar, che risponde al nome di Gianmaria Finardi sembra avere quasi un rapporto simbiotico con l’autore francese.
Di che parla dunque “Rovorosa“? Cosa racconta?
Come spesso accade nelle opere di Chevillard, il filo da seguire è spesso ingarbugliato e di mille colori. Di primo acchito ti sembra di avere davanti un mondo confuso, ma in realtà basta solo trovare il bandolo della matasse che, in Chevillar, non è mai troppo nascosto. L’autore non ci tiene a fare giochetti da quattro soldi, trucchi da prestigiatore della domenica, al solo scopo di confondere il lettore. Chevillar ha la ferma volontà di tenderti una mano e portarti nel suo mondo, o nel mondo di Rosa o Rovo o Rovorosa.

La protagonista ha un’età indefinita e una fantasia tipicamente fanciullesca, vive assieme a un uomo che lei chiama Mangiaferro e, nel luogo in cui vive, bazzicano anche altri personaggi dai nomi fantasiosi e dai comportamenti coloriti. A volte capita che Rovorosa debba starsene da sola per qualche giorno perché Mangiaferro e i suoi scagnozzi hanno dei lavoretti da fare e ben presto ci accorgiamo che il racconto in prima persona non è altro che un filtro messo davanti alla fotocamera, per alterare la realtà e renderla diversa, forse migliore o forse sopportabile.
Capiamo subito che Mangiaferro non ha il più onesto dei lavori e che Rovorosa non è una bambina come le altre, anzi, di bambina non ha nulla.

Quando è costretta a uscire di casa, sola, senza nessuno che sappia capire il mondo in cui lei è costretta a vivere, la sua immaginazione, il suo modo di riconfigurare la realtà la porta a vedere tutto ciò che la circonda come se ci fosse una fitta rete di intrecci che mette in relazione ogni cosa. È a questo punto, quando le cose iniziano a non avere più senso e la narrazione lineare sfocia in un delirio sempre più psichedelico che viene da pensare al fatto che forse, in tutta onestà, sia proprio Rovorosa a capire davvero come funziona la realtà che ci circonda.

Le opere di Chevillar hanno tutte questa stupenda esplosioni di colori e vivacità, sono tutte marchiate da uno stile personale, talvolta assurdo e delirante che però è capace di trasmettere uno spettro di emozioni che vanno dal riso alla malinconia. Come nel caso di “Rovorosa” e del suo finale che, per quel che mi riguarda, dopo un arcobaleno di colori, vira al grigio e all’attesa senza speranza.

Éric Chevillard è nato nel 1964 a La Roche-sur-Yon e, come recita non senza ironia il suo sito, “ieri il suo biografo è morto di noia”. Si tratta indubbiamente di uno dei massimi scrittori francesi contemporanei, che ha saputo suscitare il vivo interesse di critica e pubblico, anche all’estero. Ideatore del fortunatissimo blog letterario, L’Autofictif, ha nel corso degli anni ottenuto diversi e prestigiosi premi, come il PRIX FÉNÉON, Il PRIX WEPLER, il PRIX ROGER-CAILLOIS, il PRIX VIRILO e il PRIX VIALATTE per l’insieme della sua opera. Molti dei suoi capolavori sono tradotti, in inglese, spagnolo, tedesco, russo, croato, romeno, svedese e cinese. Nel 2013, la traduzione di un suo romanzo, Préhistoire(1994; Prehistoric Times), si è aggiudicata il Best Translated Book Award – premio statunitense assegnato dalla rivista “Open Letters” e dall’università di Rochester. Ha scritto oltre venti opere – volendo menzionare solo i romanzi – pubblicate dalla leggendaria casa editrice francese Les Éditions de Minuit, diventata grande con Samuel Beckett e il Nouveau Roman. Sul riccio è il primo testo in assoluto pubblicato da Prehistorica Editore, ed è a oggi il terzo romanzo dell’autore edito in Italia: tutti sono stati tradotti da Gianmaria Finardi.

Walter Mosley – Il diavolo in blu

martedì, Agosto 17th, 2021

I libri purtroppo hanno un destino incerto, a volte compaiono per poi scompare dopo pochi giorni, altre volte invece succedere che riescano ad avere più di una vita, vengono pubblicati, poi ristampati, poi svaniscono per un po’ per poi farsi rivedere in una nuova veste. Questo è il fato che è capitato a “Il diavolo in blu” di Walter Mostley, pubblicato negli anni novanta da Einaudi Stile Libero e poi scomparso dai radar.
Ora, per nostra fortuna, 21 Lettere ha pensato bene di riportare quest’opera negli scaffali delle librerie e devo dire che mi sembra una scelta azzeccata.

Prima di tutto cerco di fornire alcune coordinate. “Il diavolo in blu” è un noir scritto con grande maestria, i personaggi sono ben definiti e spiccano le loro diversita. Il “vecchio” Easy è un ex soldato, ha combattuto nello sbarco di Normandia, ha visto di tutto nel combattere una guerra che viene reputata da tutti una guerra di bianchi. Allora perché Easy ha deciso di arruolarsi pur essendo nero, perché non ha ascoltato quelli che gli dicevano che i bianchi, quelli come lui, non li volevano capaci di uccidere? Easy ha una forte integrità morale che viene mostrata durante tutto lo svolgimento del libro.
Joppy, un suo amico barista (se davvero, in questo libro, si possono definire amici le persone) lo coinvolge in un affare poco chiaro. Un tizio dallo sguardo periocoloso di nomeMr Albright sta cercando una ragazza per conto di un uomo che non si può esporre. Sembra un lavoretto facile e indolore eppure fin dalle prime pagine si innesca una spirale di sangue che porta Easy a rivalutare tutto ciò che crede di sapere della vita e a riallacciare vecchi rapporti tossici che pensava di aver lasciato alle spalle.

Gli ambienti in cui si svolge questa storia sono ambienti spesso degratati, al limite della miseria: commissariati in cui la legalità viene lasciata fuori dalla porta, vecchi club clandestini stipati di persone che ascoltano jazzisti sudati e posseduti dal demonio della musica, case squallide e abbandonate e uffici limpidi e splendenti in cui il marciume è rappresentato da chi ci lavora. Tutto questo nel Texas tanto amato da Lansdale, un Texas in cui le persone di colore devono vivere nella paura. Easy però fa ciò che fa per aggrapparsi a un sogno ben preciso, per la proprietà di una casa, perché non è facile che un nero possieda qualcosa che possa chiamare casa.

Il compito di Easy è quello di cercare una ragazza misteriosa che risponde all’esotico nome di Daphne Monet, una ragazza in grado di attirare a sé gli uomini come magneti. Lo stereotipo della donna fatale è spesso utilizzato in questo genere di romanzo, il tipo di donna alla quale non ti dovresti avvicinare pena una severa scottattura, eppure in Walter Mosley nulla ha a che fare con lo stereotipo o il chliché. Tutto dipende dal talento dello scrittore che riesce a delineare, attraverso descrizioni e dialoghi, un mondo di sofferenze nascoste sottopelle, di rapporti sempre sul punto di sfilacciarsi e di egoismi endemici.

Walter Mosley è davvero un maestro del genere e sono molto felice che 21 Lettere abbia deciso di ripubblicarlo, oltre a “Il diavolo in blu” è in arrivo anche “La farfalla bianca”.

Traduzione di Bruno Amato.

Considerato un maestro del noir, ha ricevuto nel 2020 il National Book Award alla carriera, oltre a numerosi altri riconoscimenti, tra cui anche un Grammy. Da Il diavolo in blu è stato tratto l’omonimo film in cui Easy è interpretato da Denzel Washington.

Jonathan Lethem – L’arresto

domenica, Luglio 4th, 2021

Attendevo il nuovo libro di Jonathan Lethem con una certa impazienza. L’ho sempre considerato uno dei migliori autori americani contemporanei e “L’arresto“, edito da La Nave di Teseo nella collana Oceani, non mi ha fatto cambiare idea, anzi.

Temo che per approfondire bene “L’arresto” sarò costretto a fare alcuni spoiler, non parlerò del finale, ma alcune caratteristiche del libro meritano di essere spiegate e per farlo dovrò svelare alcuni particolari.

Tanto per cominciare mi pare di poter dire che “L’arresto” continui una linea che Lethem ha iniziato a tratteggiare ai tempi di “Amnesia Moon“e “L’inferno comincia nel giardino“. Il terreno è quello delle distopie e la versione delle “fine del mondo così come lo conosciamo” di Lethem è molto interessante.
Ad un certo punto succede che la tecnologia ci abbandona. Non solo i mezzi elettronici, cosa che viene spesso ripresa dalle distopie, ma anche i mezzi meccanici. Le automobili non si muovono, la benzina non fa più il proprio dovere, le persone si muovono a piedi e l’unico altro mezzo per spostarsi sono le merdaciclette il cui carburante vi lascio immaginare. In questo scenario Lethem ci presenta una comunità chiusa. Un luogo ameno in cui ogni abitante ha un lavoro, una funzione. Non c’è scarto, tutto deve essere utilizzato e riutilizzato. Questo luogo è una penisola del Maine (e qui un brivido Kinghiano dovrebbe attraversarvi la schiena) che in qualche modo viene tenuta sotto controllo dalla gente del “Cordone”. A rompere questa monotonia in cui la gente si è ritrovata a vivere come se fosse in una comunità Amish, arriva un’enorme macchina chiamata “Saetta azzurra”, guidata da Peter Todbaum. Todbaum è quindi l’unico essere umano a possedere qualcosa di tecnologico che funzioni, una macchina che va a energia nucleare.

All’interno di questa comunità del Maine abitano, tra gli altri, Alexander Duplessis detto Sandy e la sorella Maddy, una specie di santona della coltivazione biologica che, quasi prevedendo la fine imminente, si era data anima e corpo alla costituzione della comunità in cui lei e il fratello vivono. I rapporti tra Alexander e Mandy non sono buoni e il motivo di questa rottura è proprio Todbaum il quale era, prima che finisse “il mondo come lo conosciamo” un amico di Alexander. Il rapporto di potere tra i tre personaggi principali non è mai del tutto chiaro, molto dipende dalle omissioni che riguardano una certa vacanza al condominio Starlette di cui Mandy non vuole più parlare.

Todbaum compare, come santone, distruggendo un equilibrio precario e portando dentro la comunità segni di quella tecnologia che orami è solo un ricordo. Cosa può comportare l’ingresso di una macchina funzionante all’interno di una struttura che si è ormai riorganizzata sulla sola forza umana?

La Saetta Azzurra attira su di sé lo sguardo di più di un curioso, e se da un lato ci sono quelli che la guardano da lontano con diffidenza, come se fosse la reincarnazione del male, dall’altro attorno a Todbaum si forma un gruppetto di adepti che si ritrova ogni giorno ad ascoltare le sue storie che hanno come soggetto il mondo che sta al di fuori della penisola. Lethem sembra, a tratti, rivisitare in chiave distopica i meccanismi di colonizzazione religiosa. Todbaum presenta alle persone un nuovo Dio meccanico da venerare e lui ne è l’unico sacerdote. Quali sono le reazioni che tale azione può far scaturire? Accettazione del nuovo? Rifiuto passivo? Lotta per scacciare l’usurpatore? Un po’ di tutto, verrebbe da dire.

Ma oltre alla questione legata all’uso della tecnologia e alla fine di essa che, ricordiamolo, non viene mai del tutto spiegata, viene lasciato aleggiare nell’aria, viene presa con rassegnazione da tutti; oltre a questo aspetto ce n’è un altro molto interessante. Ha a che fare con il potere del racconto. Duplessis e Todbaum, durante il soggiorno allo Starlette hanno rafforzato un legame fatto di parole. I due scrivevano, o cercavano, di scrivere sceneggiature e anche se il loro impegno era totale, i risultati erano scarsi. È stato proprio l’intervento di Maddy ha dare una svolta alle loro carriere, l’idea vincete alla base dello script “Un altro mondo ancora” su cui Todbaum sta incessantemente lavorando e al quale dà la colpa, in maniera del tutto irrazionale, di quella che è stata la fine della tecnologia. Ma come ho detto in precedenza, la comunità è bastata sulle persone, ognuna di esse ha un posto ben preciso e un ruolo assegnato. Alexander, che non sa fare nulla, viene messo a consegnare la merce tra le varie zone del territorio. La sua abilità a scrivere è inutile, viene messo in disparte, trattato con condiscendenza anche dalla sorella che lo tiene all’oscuro dei piani finali.
Lethem sembra lasciare al lettore una riflessione sull’importanza del racconto, ma è difficile dare una chiave di lettura univoca perché se da un lato la biblioteca viene lasciata ai margini della comunità, dall’altro uno dei personaggi esiliato al Parco del Fondatore (Jerome Kormentz) sente la necessità di scrivere le proprie memorie prima che sia troppo tardi. Ecco quindi un’opposizione tra chi forse vede nell’atto del raccontare un potere nefasto e chi invece lo considera una fonte di speranza, un antidoto contro l’oblio. Lo stesso arrivo di Todbaum crea un’ulteriore divisione tra chi è disposto a sentirsi raccontare ciò che è rimasto del mondo pur non avendo la certezza di aver ascoltato la verità e chi invece decide di considerare l’arrivo della Saetta Azzurra come quello di un virus da combattere con tutte le armi.

Le tematiche affrontare ne “L’arresto” sono molte, tra le altre, se vogliamo, anche da dicotomia tra mondo tecnologico/moderno e mondo ecologico/antico. In questo senso l’immagine misteriosa e carismatica di Maddy è al centro del contrasto, con Todbaum che sembra dirle che non possono vivere separati, ma devono diventare un tutt’uno.

Alla fine mi sembra di poter dire che Alexander “Sandy” Duplessis sia la nostra presenza all’interno del libro. Il suo ruolo è il nostro ruolo, vediamo lo svolgersi della storia attraverso i suoi occhi e spesso mi sono trovato a farmi le stesse domande che si stava facendo lui dovendo aspettare l’arrivo delle risposte proprio come toccava aspettare a Sandy. Personaggio ignaro degli eventi, forse un po’ ottuso e relegato in un mondo interiore, tenuto a distanza, compatito, preso anche in giro e comunque trattato quasi sempre come un ragazzino immaturo, Sandy è spesso nella stessa posizione in cui ci troviamo noi. Alla fine ciò che scopre lui è ciò che scopriamo noi e le macchie oscure restano tali per lui quanto per noi.

Ottima traduzione di Andrea Silvestri.

Jonathan Lethem è autore di romanzi, saggi, racconti; ha vinto la MacArthur Fellowship e il National Book Critics Circle Award per la narrativa. Collabora, tra gli altri, con “The New Yorker”, “Harper’s Magazine”, “Rolling Stone”, “Esquire” e “The New York Times”. Tra i suoi romanzi pubblicati in Italia: Concerto per archi e canguro (1994), Brooklyn senza madre (1999), La fortezza della solitudine (2003), Il giardino dei dissidenti (2014). Presso La nave di Teseo ha pubblicato Anatomia di un giocatore d’azzardo (2017) e Il Detective selvaggio (2019).

Yu Miri – Tokyo – Stazione Ueno

lunedì, Giugno 28th, 2021

Farsi un tutto nella letteratura giapponese non fa mai male, soprattutto se si riescono a evitare i soliti nomi (che pure ho apprezzato e in parte ancora apprezzo) e ci si lascia trasportare dalla corrente, anche se quella corrente ti porta dalle parti di Yu Miri, sudcoreana Zainichi, ossia nata e cresciuta in Giappone. Anzi, in realtà, finire dalle parti di Yu Miri mi è sembrata una gran fortuna proprio per il suo vissuto e per la sua capacità di infondere nuova linfa nella letteratura nipponica e di posare uno sguardo diverso sulle cose.

Tokyo – Stazione Ueno” racconta la storia di in uomo che di cognome fa Mori, nato in una famiglia prima di mezzi, dopo essersi sposato ha iniziato un viaggio infinito attraverso il Giappone, inseguendo lavori più o meno stabili, nel tentativo di racimolare i soldi necessari da mandare a casa ai genitori, alla moglie e ai due figli. Purtroppo per Mori, quando sembra che finalmente possa diminuire i ritmi e magari avvicinarsi verso casa, un lutto devastante lo sgretola molto più velocemente di quanto avessero fatto i duri lavori svolti durante tutta la sua vita.

Mori è un vagabondo, pur non essendolo del tutto, non fino in fondo almeno. Ha fatto parte di una certa manovalanza che ha contribuito alla rinascita post guerra del Giappone, ma è stato usato e consumato, pronto a essere sostituito con sangue più giovane. È appunto la improvvisa mancanza di un orizzonte futuro che lo annienta e lo allontana da un possibile lieto fine.

Mori ha lavorato una vita in giro per il paese, il ricordo più vivido che ha con il figlio è la sua nascita, poi ha vissuto vent’anni lontano da casa, mentre i figli crescevano, la moglie invecchiava e i genitori si piegavano a causa dello scorrere del tempo.
“Tokyo – Stazione Ueno” è un romanzo disperato, pieno di dolcezza e malinconia, raccontato in prima persona senza scadere nel pietismo, ma anche un romanzo che racconta la storia del Giappone, la sua cultura, il rapporto con la religione Buddista e i rapporti sociali. Rapporti sociale che si sgretolano una volta che Mori lascia il paese, ma che sembrano rinsaldarsi appena torna a casa, come se anche nel rapporto tra le persone ci fossero dei riti indistruttibili da rispettare, nonostante tutto. Riti che svaniscono una volta che Mori diventa uno tra i tanti, quasi che l’io del narratore perda di consistenza attraverso lo sguardo della grande metropoli e del più grande evento sportivo dell’era moderna: Le Olimpiadi.

Traduzione ottima di Daniela Guarino.

Segnalo inoltre la copertina del libro di Jacopo Starace che trovo molto bella e che ricorda molto da vicino lo stile dei Manga.

Yu Miri è nata è un autrice sudcoreana Zainichi, cioè nata e cresciuta in Giappone da genitori sudcoreani. La sua lingua madre, con cui scrive, è il giapponese. Nel 2011 dopo il disastro nucleare di Fukushima si è trasferita nelle zone colpite da terremoto, tsunami e radiazioni trasmettendo con una postazione radio da campo, in cui intervista i sopravvissuti al disastro.

Gli altri libri di 21 Lettere recensiti su Senzaudio li trovate qui e qui, mentre qui trovate un’intervista a Daniele Nadir.