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Manchette-Tardi – L’integrale (Griffu – Piccolo blues – Posizione di tiro – Pazza da uccidere)

venerdì, Aprile 23rd, 2021

L’integrale” di Manchette e Tardi è un libro imponente sotto tutto gli aspetti.
Andando per ordine, quel Manchette sulla copertina altri non è che Jean-Patrick Manchette, scrittore francese che tra gli anni ’70 e ’80 si è dedicato ai romanzi noir, con una decina di opere che hanno, secondo molti, reinventato il genere. In Italia questi molti dei suoi libri, se non erro, sono stati pubblicati da Einaudi Stile Libero Noir.
Opere che hanno utilizzato la violenza non come puro mezzo di intrattenimento, ma come strumento per descrivere e analizzare la condizione umana della società francese, il degrado sociale delle periferie parigine e quel senso di pesantezza opprimente che si respirava nell’aria.

Jacques Tardi invece è un artista del disegno con la capacità di esplorare l’animo umano tavola dopo tavola e che ha saputo trasportare il mondo di Manchette nel mondo delle graphic novel.

L’integrale” è la raccolta completa di quanto è stato prodotto dal sodalizio Manchette-Tardi. Si tratta di quattro opere, più due abbozzi (uno di una ventina di tavole e l’altro di una tavola) che testimoniano quanto di buono possa nascere dall’incontro di due sensibilità affini. Solo il primo, Griffu, è stato adattato quando Manchette era ancora in vita, le altre tre graphic novel sono state adattate da Tardi in piena autonomia, ma la strada ormai era già tracciata e non si notano discontinuità tre le quattro opere di questo volume.

Come detto all’inizio, il mondo letterario di Manchette è un mondo cupo e violento. Tardi restituisce tutta questa cupezza con disegni bui e claustrofobici, con tavole in cui il nero sembra inghiottire la pagina e anche il lettore. L’espressione dei personaggi sembra essere sempre rassegnata, gli unici sorrisi veri e pieni sono quelli dei bambini, altrimenti si ha l’impressione che ogni personaggio cammini verso il proprio destino di distruzione o autodistruzione senza possibilità di fermarsi.

In “Griffu” il protagonista è un consulente legale che viene immischiato in una trama ben più grande di lui e anche quando se ne rende conto non cerca di svincolarsi dal gioco perverso che gli è stato preparato, bensì comincia a correre a grandi passi verso la fine.

Piccolo Blues” è un lungo flashback di un centinaio di pagine che inizia e finisce con il primo piano di una macchina che gira a vuoto in tangenziale. Il guidatore di quella macchina ha vissuto un’esperienza traumatica e violente ma Manchette-Tardi vogliono farci capire che al di là di quanto è accaduto nelle pagine che abbiamo letto, il sintomo del malessere di quell’uomo, è molto più profondo e deriva dalla società che lo circonda.

Posizione di tiro” è la storia di un serial killer a cui tutti danno del cretino che ritorna nei luoghi da cui è partito dopo che si era allontanato per una decina d’anni allo scopo di far soldi e riconquistare l’amata. Lui però è un ingranaggio piccolo e fragile e in molti cercheranno di schiacciarlo al punto che, senza volerlo, tornerà esattamente al punto di partenza, un punto di partenza da cui aveva cercato si smarcarsi da tutta una vita.

E infine “Pazza da uccidere” un tripudio di violenza e degrado in cui spicca la protagonista, usata come uno strumento per perseguire uno scopo diabolico, e un killer di professione che somatizza gli incarichi che gli vengono assegnati. Da segnalare la scena della sparatoria finale.

I personaggi presenti in questa raccolta di graphic novel sono meravigliosamente reali. Se togliamo per un attimo dal quadro i crimini efferati e il fatto che non tutti abbiano a che fare con killer seriali e sparatorie all’ultimo sangue, il nocciolo della questione rimane inalterato. I personaggi di Manchette e Tardi hanno smesso di lottare perché si sono resi conto che nulla ha più importanza e anche quando si lasciano andare a degli atti di generosità e altruismo non sembra mai che ciò che fanno sia legato a una catarsi definitiva, sembra più che altro che gli sia rimasta la capacità di capire ciò che è giusto e ciò che è sbagliato e che provino a seguire la strada giusta indipendentemente dal vantaggio che possono ottenerne dal farlo.
C’è molto orgoglio in Griffu che a un certo punto sembra dirci: ho capito che non può finire bene per me, ma non significa che debba finire bene per gli altri.
C’è molta umanità nella Pazza da uccidere che vorrebbe solo essere lasciata in pace, lasciata a vivere una vita già abbastanza difficile anche senza l’inganno in cui è stata coinvolta.

“L’integrale” è un’opera che nella sua interezza mostra davvero cosa significhi raggiungere l’apice nella creazione delle graphic novel.

Jean-Patrick Manchette (1942-1995), maestro del noir contemporaneo, è autore di una dozzina di romanzi che hanno ridefinito il concetto stesso di narrativa di genere.

Jacques Tardi (1946) è uno dei maggiori disegnatori e fumettisti contemporanei. Tra i suoi numerosi graphic novel Il demone dei ghiacci, il ciclo delle avventure di Adéle Blanc-Sec e gli adattamenti a fumetti dei polizieschi di Léo Malet e di Jean-Patrick Manchette. Ha raccontato le trincee della Prima guerra mondiale (Putain de guerre) e l’esperienza del padre, prigioniero nei campi nazisti (Io, René Tardi prigioniero di guerra allo Stalag II B). Ha rifiutato la Legion d’Onore, massima onorificenza della Repubblica francese, dichiarando di “voler restare un uomo libero”.

Elisa Menini – Nippon Yokai – Il gioco delle dieci storie

sabato, Gennaio 30th, 2021

Di questi tempi, complice la Pandemia, il Decameron di Boccaccio ha avuto una rinascita che lo ha portato a essere conosciuto da un pubblico che altrimenti non avrebbe mai avuto la curiosità di affrontarlo.
Nippon Yokai – Il gioco delle dieci storie” di Elisa Menini, pubblicato da Oblomov Edizioni, utilizza lo stesso espediente del racconto a cornice, ma lo fa attingendo alla cultura e tradizione giapponese, cosa che ci fa ricordare ancora una volta che le assonanze culturali sono molto maggiori di quanto si possa immaginare, anche tra popoli apparentemente così lontani.

Il filo conduttore che collega queste dieci storie è la paura. Un gruppo di amici si trova in una vecchia casa nel bosco. Ognuno di loro deve essere talmente coraggioso da raccontare una storia e poi addentrarsi nella casa buia per spegnere una candela e ritornare infine al proprio posto. Alla fine del gioco dovrebbe comparire uno spirito Yokai.
Le tavole che hanno a che fare con il gruppo di amici sono in bianco e nero, contribuiscono così a dare uno stacco tra una storia e l’altra, ma dall’altro lato rafforzano l’unità con il loro stile semplice nelle forme.

L’esplosione di colori e forme avviene nelle singole storie. Poche pagine per raccontare leggende, miti e fantasie; storie che hanno a che fare con spiriti burloni e spiriti malvagi, che riprendono personaggi della tradizione animista giapponese che dà a ogni cosa uno spirito.

Ecco quindi che ci troviamo di fronte a spose di ghiaccio, spiritelli dispettosi come i Kappa, orchi che vivono in castelli, insetti giganti e alberi maligni che popolano le storie di Hanpo e dei suoi amici e che ci portano verso la conclusione del gioco, una conclusione che è perfettamente in linea con l’atmosfera di tutta la graphic novel.

Veniamo ora ai disegni veri e propri. Elisa Menini ha uno stile che è chiaramente influenzato dalla tradizione artistica giapponese, non sono un esperto di arte giapponese, ma proverei a fare un’associazione con le opere d’arte di Hiroshige Utagawa, se non altro i colori utilizzati nei sui dipinti che ricordano molto alcune tavole presenti in “Nippon Yokai”.
Più in generale, i disegni di Elisa Menini ricordano i disegni Ukiyo-e la cui definizione tradotta è “immagine del mondo fluttuante” che rende davvero molto bene l’impatto emotivo di quest’opera.

“Nippon Yokai – Il gioco delle dieci storie” di Elisa Menini è davvero una bellissima lettura, potremmo rigirarcelo tra le mani anche solo per osservare uno a uno i disegni. Gli spiriti che inseguiamo e che ci inseguono a molti di voi saranno familiari, hanno fatto la loro comparsa anche negli anime che ci accompagnavano da bambini, mi viene in mente il Kappa che ciclicamente compariva assieme a Lamù (Rumiko Takahashi ha usato spesso spiriti e affini nei sui Manga, vedi Ranma 1/2 e Yunuyasha) oppure, se vogliamo tenere un tono più oscuro, la loro presenza ha costellato tutta l’opera di Kazuhiro Fujita “Ushio e Tora”.

Se siete appassionati del mondo giapponese non lasciatevi sfuggire questa opera d’arte.

Elisa Menini è diplomata presso l’Istituto Statale d’Arte di Urbino in Cinema d’Animazione. Fa parte integrante di Incubo alla Balena, gruppo di autoproduzioni a fumetti che cura l’omonima fanzine. È uno dei talenti più forti della nuova generazione di autori. 
Dopo il successo di Nippon Folklore (Oblomov Edizioni 2019, Ici Même Editions 2019),  Nippon Yokai esce in contemporanea anche in Francia.

De Chirico. Interno metafisico con biscotti – Sebastiano Vilella.

martedì, Ottobre 6th, 2020

Cosa mi aspettavo da questo graphic novel che racconta la vita e le opera di Giorgio De Chirico? Cosa mi aspettavo da quest’opera nata dall’arte di Sebastiano Vilella?

Mi aspettavo che le tavole disegnate da Sebastiano Vilella in qualche modo riuscissero a materializzare l’angoscia che provo ogni volta che guardo un quadro di Giorgio De Chirico, mi aspettavo di vedere con i miei occhi il senso di agitazione che i lavori del pittore mi provocano, quella sensazione di non riuscire a cogliere del tutto ciò che vedo, ma di percepire una sottile minaccia, quasi che il messaggio di De Chirico fosse essenziale a farci trovare la salvezza.

Mi aspettavo oscuri presagi resi reali dai colori e dei disegni di Sebastiano Vilella, che il tratto dell’artista comunicasse una certa inquietudine, un sottile male di vivere, che non fosse mai completamente a fuoco, che i volti venissero catturati da prospettive diverse, anomale, sbilenche.

E poi negli occhi dei personaggi mi aspettavo di vedere realizzata quell’inquietudine, mi aspettava di vedere negli occhi di De Chirico una traccia di quello che solo la sua arte riusciva a cogliere.

E ho trovato tutto. Tutto quello che mi aspettavo è all’interno di “De Chirico. Interno metafisico con biscotti” di Sebastiano Vilalla, ma c’è anche di più.

Non mi aspettavo ad esempio che nello sguardo dell’investigatore ci fosse una chiara ed evidente volontà di distruzione, che i suoi occhi comunicassero una minaccia destabilizzante, comunicassero il male.

Non mi aspettavo un uso così sapiente del tempo che diventa quasi denso a mano a mano che si leggono le tavole di questa graphic novel. Un tempo che si accorci e si dilata, ma che, complice anche il tono usato nella narrazione, sembra sempre scorrere come un pesante fardello.

E non mi aspettavo l’uso di colori come il verde per descrivere la vita quotidiana, intervallati dal rosso presente nelle opere di De Chirico stesso.
Mi sono interrogato sul motivo per cui l’autore ha scelto il verde e non so se posso andare oltre alle mie sensazioni. Il verde, questo verde, mi comunica una forma di malessere, qualcosa che sta ammuffendo ed è destinato a marcire.

Liberamente ispirato a “Memorie della mia vita”, In “De Chirico. Interno metafisico con biscotti” di Sebastiano Vilella la vita del famoso pittore italiano viene esplorata in lungo e largo, viene distesa sulla pagina e ne vengono amplificati gli aspetti alienanti. Il continuo senso si precarietà dovuto allo stato di salute di Giorgio De Chirico viene affrontato come fosse minaccia, come se anche nei momenti migliori ci fosse sempre una nube oscura all’orizzonte. In questa graphic novel ho trovato quello che mi aspettavo e anche ciò a cui non avevo pensato e tutto è portato a un livello altissimo come si confà alla grandezza di De Chirico.

Sebastiano Vilella scrive e disegna fumetti da oltre 30 anni ed è considerato uno dei maestri del fumetto italiano. 
Esordisce, come molti suoi coetanei, sulle principali riviste illustrate italiane – “Frigidaire”, “Comic Art”, “Splatter” – misurandosi poi con il racconto di genere: il noir “politico” del Commissario Italo Grimaldi (2006), la biografia d’artista de L’armadio di Satie (2016) e Friedrich. Lo sguardo infinito, dedicato al grande pittore romantico (2019).  De Chirico. Interno metafisico con biscotti (2020) è la nuova edizione, a colori e ampliata, di un fortunato libro dedicato all’inventore della pittura metafisica.

Celestia

giovedì, Giugno 4th, 2020

Celestia è l’ultimo fumetto (o graphic novel che dir si voglia) di Manuele Fior ed è stato pubblicato in due volumi da Oblomov edizioni tra il 2019 e il 2020. Opera ambiziosa che si regge su di un’atmosfera sognante e ascrivibile al genere postapocalittico, ma – come dire – in chiave poetico-evocativa, Celestia è anche una storia metafisico-fantascientifica sul mutamento e l’evoluzione dell’uomo. Tanto che se a qualcuno in vena di facezie facesse venire in mente una versione molto autoriale (e con meno effetti speciali) degli x-men non potremmo neanche dargli torto, tutto sommato. La trama dell’opera è abbastanza semplice: c’è stata una catastrofe, ci sono i sopravvissuti, tra di loro c’è gente dotata di poteri, gli eredi dell’umanità, e ci sono Dora (personaggio già raccontato da Manuele Fior in altre storie) e Pierrot, legati da questo superpotere-maledizione molto difficile da gestire. Dora e Pierrot che scappano, perché è tutto una fuga, ‘sto fumetto, scappano da Celestia, la cittadella dei superpoteri dove avrebbero potuto vivere al sicuro, senza superproblemi; e scappano dalla Venezia immaginaria in cui Manuele Fior ha ambientato la storia, ma senza mai nominarla, perché Pierrot è un tipo che si mette nei guai. Scappano scappano fino a raggiungere un’altra cittadella e conoscervi un prodigioso superbambino del domani. Non sarebbe ancora finita, in verità, ma se volete saperne di più vi consiglio di leggere il fumetto, qui ho detto pure troppo. Quel che conta aggiungere, invece, è che Celestia è un’opera a fumetti magistralmente disegnata e che le tavole di Manuele Fior, di abbacinante bellezza, vanno godute più volte in ogni dettaglio, colore e inquadratura. E pazienza se la storia, alla fine davvero troppo d’atmosfera, è pericolosamente vicina a certa “bella scrittura” che sforna romanzi senza trama, noiosi come saggi, osannati nella bolla social e poco più. Pazienza perché Manuele Fior è davvero un maestro del fumetto contemporaneo e nessuno sano di mente gli chiederebbe di essere anche Alan Moore. Non dopo aver goduto di questi straordinari disegni e di questa storia forse non megaultraoriginalissima, ma tutto sommato appassionante.

La rivolta di Hopfrog

giovedì, Marzo 29th, 2018

Amore a prima vista per La rivolta di hopfrog e altre storie (che poi è solo un’altra storia), fumettissimo firmato da David B. e Christophe Blain e pubblicato da Oblomov. Un super combo di autori che si mette alla prova con l’epica del west, l’avventura pura e il citazionismo sfrenato. Il risultato è una gioia per gli occhi e uno sballo di storia che mischia un sacco di cose del settore avventura-orrore, ma lo fa con eleganza e classe, santo cielo, senza menare il can per l’aia. I due protagonisti dell’albo sono Hiram Lowatt, l’intellettuale yankee che alterna alla stilografica il fucile; e Placido il saggio, silenzioso capo-tribù che parla (molto) poco e pesta (molto) duro. Nella prima storia ci sono gli indiani, l’eco di Edgar Allan Poe e la tristissima, ferocissima storia della rivolta degli oggetti. Nella seconda storia, Hiram e Placido vanno in Alaska perché invitati a una conferenza e sprofondano in un altro incubo, stavolta a base di cannibalismo e cupa follia. In tutte e due le storie ci sono gli indiani, e sono fighissimi. In tutte e due le storie c ‘è un sacco di azione, una sceneggiatura che non perde mai di vista quello che sta narrando e disegni favolosi. L’unica nota negativa, come già è stato scritto su qualche altra rivista, è che i due autori non sono più tornati sui personaggi, purtroppo, e non sono uscite altre storie. Basta così, adesso, altrimenti non mi crederete più. Ma anche se avete deciso di non credermi più, fatelo un’ultima volta e leggete questo super fumetto.

Il letargo dei sentimenti – Igort – Oblomov

martedì, Ottobre 31st, 2017

Da dove partire? Dal fatto che una storia così breve possa trasmettere così tanto in chi la legge. Ecco da dove partirei.
Il letargo dei sentimenti” Ishiki No Kashi in una versione giapponese di qualche anno dopo l’originale è un’opera di Igort che è nata tra il 1983 e il 1984. Pubblicata, trasportata in lingua giapponese, ripubblicata in Italia, ma di fatto mai così vicina all’anima di Igort come in questa edizione.
Un’edizione che stavolta compare per la casa editrice Oblomov che Igort ha contribuito a creare e che ora si è affiliata alla Nave di Teseo.

La storia è quella di un triangolo amoroso. Tsukuma, militare in carriera ha una relazione con Zusho il quale, essendo bisessuale si innamora di Naomi. Questo è il nucleo spogliato di tutto il resto. Il fatto è che il resto c’è e le tavole di Igort producono una certa pressione sullo stomaco e sulla mente.
L’ambientazione è quella di un Giappone futuro, un paese militarizzato, in cui il tempo è scandito dalle parate militari. La città è caratterizzata da un’architettura tutt’altro che sobria che a me ha ricordato i fasti del futurismo e certi manifesti di propaganda politica del ventennio fascista. Sembra che lo skyline sia composto di metallo e cemento.
I personaggi non hanno tratti delicati, anche le donne sembrano segnate da solchi profondi, metafora del tempo in cui stanno vivendo. Sembra impossibile essere felici, soprattutto quando non si riesce a scacciare il ricordo di quello che è stato il passato.

Si sviluppa la storia e ci accorgiamo che i colori dominanti nelle tavole cambiano. Il Giappone ha dei colori freddi, che mi viene da associare a qualcosa di asettico, artificiale. Qualcosa che mi sembra non possa avere vita. Mentre la Russia vira al rosso, in un primo momento si potrebbe pensare per l’ovvio accostamento al comunismo, ma a me piace pensare che si riferisca al sangue versato, all’epilogo degno della fine di un romanzo d’amore d’altri tempi.

Poi, basta leggere la postfazione di Igort, basta guardarsi le foto e scoprire le fonti di un’opera così tragica. I maestri dell’architettura, le stampe proibite di Utamaro, la foto di una spia, un piccolo ukyio-e.

Scrivere e disegnare una storia come questa, non necessariamente questa, ma una storia come questa significa essere condannati a non buttare via mai nulla di quello che dimora nella nostra memoria. “Il letargo dei sentimenti” è un’opera che si nutre di stimoli diversi, di campi culturali diversi e, per nostra fortuna, è un’opera che germogliando potrà nutrire a sua volta.


Igort, nome d’arte di Igor Tuveri, è personalità poliedrica di artista.
Autore prolifico di graphic novel pluripremiate, illustratore ed editore, è anche autore di racconti, romanzi e musiche. È stato il primo occidentale a disegnare un manga in Giappone e ha pubblicato su tutte le più prestigiose riviste italiane e internazionali.
Nutrendosi di lunghe permanenze in Giappone e nei paesi dell’ex Unione Sovietica, ha maturato uno stile espressivo che unisce la peculiarità del graphic novel, di cui è maestro riconosciuto e del graphic journalism, diventando una voce tra le più originali del panorama artistico internazionale.
Premiato al Comicon come migliore disegnatore del 2016, a Lucca Comics come migliore autore 2016, Premio Napoli per la diffusione della cultura italiana, Premio Romics alla carriera 2017.

Manuele Fior – L’ora dei miraggi – Oblomov

giovedì, Ottobre 19th, 2017

Una casa editrice si deve giudicare da quello che pubblica. Pare un ragionamento scontato, ma molto spesso non lo è. Chi vogliamo essere? Che messaggio vogliamo trasmettere? E sprattutto, qual é l’anima della nostra casa editrice?
Oblomov è nata da poco. Io non conosco le persone coinvolte in questa impresa (definisco impresa ogni tentativo di creare dal nulla una casa editrice) anche se ovviamente conosco di fama Igort e so che Oblomov è imparentata con La Nave di Teseo. Non conosco gli attori, ma immagino che ad un certo punto Igort si sia chiesto: cosa voglio che sia Oblomov.

La graphic novel in Italia sta prendendo piede. Ci sono librerie con sezioni dedicate e se guardate la vostra bacheca su Facebook almeno un paio dei vostri amici ne sta leggendo una e la sta definendo un capolavoro. Oblomov entra in questo settore e ci entra alla grande. Ho già avuto modo di leggere alcuni dei primi titoli con i quali hanno esordito, ma oggi vorrei  parlare di qualcosa di particolare. Qualcosa che non è una graphic novel.

“L’ora dei miraggi” di Manuele Fior non ha una trama, non ha dei dialoghi serrati e dei personaggi ai quali affezionarsi fino alle lacrime. “L’ora dei miraggi”, nelle vostre librerie, dovrebbe avere un posto a parte. Una nicchia dedicata ai testi sull’arte.
Questo volume racconta quindi anni di carriera di Manuele Fior. Fior è un artista che padroneggia con maestria molti linguaggi visivi e sfogliando il volume ve ne accorgerete. Dall’acrilico al carboncino, dalla tempera all’olio. Non c’è tecnica o materia che lui non abbia esplorato e in cui lui non abbia messo la propria anima.
“L’ora dei miraggi” è un diario di viaggio, le poche didascalie presenti nel volume ci restituiscono la voce di Fior in maniera limpida e a volte distaccata. Sembra quasi dire: faccio quello che faccio perché non c’è altro che avrei potuto fare. Questo sono io. Sono io in ogni immagine.
E allora, mentre ieri sera sfogliavo le pagine e mi soffermavo sui disegni che uno a uno mi si presentavano davanti, mi sono ricordato di quando a casa dei miei genitori mi buttavo sul letto con i volumi della Skira.
C’è quindi un po’ di tutto ne “L’ora dei miraggi”, diario, reportage, l’autobiografia di un lavoro, il piacere del disegno, le tappe di un destino segnato, le visioni del mondo che si intrecciano. Sono pagine da gustare senza frenesia.
E mentre ve le gustate con calma scoprirete che negli ultimi quindici anni Manuele Fior vi ha fatto compagnia e che magari non ve n’eravate accorti.

Cosa vuole essere Oblomov lo vedremo tra un po’. Però mi è chiaro fin d’ora che uno dei loro interessi è quello di battere sul tasto dell’arte e far conoscere l’artista oltre che la sua opera.


Manuele Fior è nato a Cesena nel 1975, ha vissuto a Venezia, a Berlino, a Oslo, ora risiede a Parigi. Artista di respiro internazionale è uno dei disegnatori più apprezzati in Italia e all’estero. Collabora con The New Yorker, Le Monde, Vanity Fair, a quotidiani come La Repubblica e Il Sole 24 Ore. Con il graphic novel Cinquanta chilometri al secondo ha vinto il Premio Fauve d’or come Miglior Album al festival Internazionale di Angoulême 2011.