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David James Poissant – La casa sul lago.

martedì, Settembre 29th, 2020

Ricordo ancora con molto piacere i racconti contenuti nella raccolta “Il paradiso degli animali“, David James Poissant è stato uno dei pochi autori stranieri che mi sia capitato di presentare, in una magnifica serata colma di gente alla libreria MarcoPolo di Venezia. In quella serata Poissant mi aveva parlato di molte cose, e tra queste mi disse anche che stava lavorando a un romanzo, che non sapeva quando sarebbe uscito, ma che ci stava lavorando e gli sembrava che stesse venendo come voleva. Era il 2015, il primo anno di vita di NN editore, sono passati 5 anni, quel libro ha visto la luce, è diventato “La casa sul lago” e David James Poissant aveva ragione: è venuto davvero bene.

Gli Starling sono una tipica famiglia americana medio borghese. Richard e Lisa sono i genitori, entrambi hanno intrapreso una carriera nell’insegnamento e sono ormai arrivati alla meritata pensione. Thad è il fratello minore, si definisce poeta, ma le cose non gli vanno bene, non quanto vanno bene al fidanzato Jack, pittore di successo a New York. Michael è il fratello maggiore, sposato con Diane; hanno problemi di liquidità, debiti che sono diventati una presenza minacciosa e poi sta per accadere un evento che li potrebbe buttare ancora più a terra, o magari risollevare.

C’è qualcuno intrappolato sul fondo del lago, qualcuno che Michael non è riuscito a salvare, Michael che si chiede se evitando di bere la sera prima i suoi riflessi sarebbero stati migliori, Michael che si fa tutt’uno con i propri sensi di colpa. Il rapporto con Diane non sta andando bene, i debiti non sono l’unica cosa che li opprime, c’è qualcosa di nuovo, qualcosa che si erano detti non avrebbero mai avuto e che invece si è materializzato.

E Thad? Thad ama Jake, sono una coppia aperta, ma a quanto pare il più aperto dei due è Jake e forse e Thad le cose, così come stanno, non vanno bene. Jake pare essere incapace di amare una persona in maniera totale e avvolgente.

Richard invece ha combinato un casino. Ha fatto un torto alla moglie Lisa e anche se lei teoricamente non dovrebbe saperlo è come se lo sapesse, lo sentisse. Tra i due, oltre a questo fatto recente e distruttivo, c’è anche un lutto di decenni prima, June che muore nella culla. Una sorella per Michael e Thad che loro non sanno di aver avuto.

Lisa decide che è ora di vendere la casa in cui i ragazzi hanno passato tutte le estate, per l’ultima volta si troveranno attorno allo stesso tavolo in riva al lago ed è come se la consapevolezza di vivere un’ultima estate al lago appesantisse tutti i membri della famiglia, come se i legami tra loro venissero messi a dura prova, stiracchiati fino a farli spezzare. Rimpianti, recriminazioni, vecchi rancori, segreti sopiti, tutto contribuisce a far diventare l’ultima estate sul lago Christopher un momento chiave per tutti i componenti della famiglia.

In “La casa sul lago” ho trovato lo stesso David James Poissant dei racconti già pubblicati da NN editore, quindi se siete di quelli che non leggono i racconti perché, beh, perché no, sappiate che non avete più scuse per non fare la conoscenza di Poissant.

Sì perché in questo romanzo ci sono tutti gli elementi che mi avevano fatto apprezzare i racconti, c’è la capacità di scandagliare l’animo umano, di andare in profondità e analizzare con occhio acuto i problemi della famiglia americana; c’è lo stile che incanta per la facilità con la quale veniamo trasportati dentro la storia; c’è l’impressione di sapere sempre dove si sta andando con la lettura e c’è una profonda empatia che avvolge tutti i personaggi de “La casa del lago”.

David James Poissant sembra dire: siamo tutti imperfetti, ci portiamo tutti dietro un peso difficile da trasportare, ma quel peso può essere condiviso. I personaggi principali di questo libro portano dentro di sé colpe che faticano a lasciarsi alle spalle, colpe e sensi si colpa che lentamente li sgretolano dall’interno e che rendono opaca la visione del loro futuro.

David James Poissant ci racconta una storia, lo fa con il piglio del grande narratore, dello scrittore che non ha bisogno di effetti speciali per arrivare al cuore e alla testa del lettore. Questo è il suo primo romanzo, arriva cinque anni dopo la sua raccolta di racconti, speriamo non ci metta altri cinque anni per il suo prossimo lavoro.

La traduzione anche questa volta, come per la precedente, è a opera di Gioia Guerzoni che come sempre fa un ottimo lavoro.

David James Poissant. I suoi racconti sono apparsi in diverse riviste e nella antologia Best New American Voices, e hanno vinto numerosi premi, tra cui l’Alice White Reeves della National Society of Arts & Letters. Con Il paradiso degli animali ha vinto il Florida Book Award 2014, ed è stato finalista al Los Angeles Times Book Prize e al PEN/Robert W. Bingham Prize. Docente del master in Fine Arts all’University of South Florida, nel 2015 viene nominato vincitore al New Writers Award for fiction, come in passato autori del calibro di Alice Munro e Richard Ford.

Robert Coover – La babysitter e altre storie

martedì, Dicembre 17th, 2019

Quando, all’incirca a maggio 2019, mi è capitato in mano un estratto di quello che sarebbe poi stato “La babysitter e altre storie” di Robert Coover mi sono subito reso conto che stavo leggendo un autore diverso da quelli che stavo frequentando nell’ultimo periodo e l’impatto con la sua scrittura era stato decisamente interessante. Aveva smosso qualcosa. Aveva, in alcuni momenti, la forza di ricordarmi come mi ero sentito mentre leggevo le folli e deliranti narrazioni di Barthelme e quindi, in un certo senso, mi sembrava di aver incontrato un cugino che non vedevo da perecchio tempo.

Qualche settimana fa ho iniziato a leggere “La babysitter e altre storie” di Coover, cercando di lasciare quanto più spazio possibile tra un racconto e l’altro come se leggendoli in fitta sequenza rischiassi di diminuire il potere di quelle storie. Alla fine, toccato l’ultimo punto, sono giunto all’umile conclusione che Robert Coover è un pazzo e, in equal misura, un genio. Uno scrittore che, in apparenza, non si è mai curato di ciò che fosse giusto dare al pubblico, nessuna pappa preconfezionata, nessuna mano tesa verso il lettore distratto. Se vuoi leggere Coover devi uscire (metaforicamente, si intende) dal letto, prendere la porta di casa, avventurarti per strada e andare a suonare al portone di casa sua.

“La Babysitter e altre storie” è una raccolta che include trenta racconti scritti in un arco temporale piuttosto ampio (capace di dare un’immagine chiare di quello che Coover è come scrittore) e la particolarità più spiccata della curatela di Luca Pantarotto e Serena Daniele (che traduce anche uno dei racconti della raccolta) è che ognuno dei trenta racconti è stato tradotto da un traduttore diverso. Il che, ma ci ritornerò dopo, dice molto più di Coover di quanto non si possa immaginare.

Di primo acchitto mi viene da dire che in questa raccolta non ci siano due racconti uguali. Alcuni hanno strutture che si assomigliano, ma non combaciano mai completamente. Mi riservo di rileggerne alcuni perché, non faccio fatica ad ammetterlo, ne sono rimasto talmente spiazzato da aver avuto la chiara impressione di non averci capito nulla. Cosa che apprezzo perché, al piacere della lettura si somma anche un certo gusto per la sfida intellettuale. Il racconto che dà il titolo alla raccolta è probabilmente l’esempio lampante di come Coover riesca a colpire il lettore all’improvviso e senza pietà. Il racconto è struttura in blocchi non seguenziali, ma leggendolo si ha pure l’impressione che le storie intrecciate siano più di una e che divergano nell’esito finale. Questo tipo di costruzione dà un senso di angoscia crescente che, nell’ultimo blocco, trova sfogo e lascia con una nota di incredulità.

L’idea che mi sono fatto di Coover come scrittore è che lui abbia cercato di decifrare la realtà delle cose attraverso un uso combinatorio degli elementi del testo. In più di un momento, mentre leggevo, mi sono chiesto se quello che stava facendo lo scrittore non fosse altro che prendere la letteratura “tradizionale”, smontarla per poi rimontarla in modi sempre diversi per cercare di dare un’interpretazione del reale quanto più vicina possibile. A Coover sembra non bastare la pagina, sembra voler straripare ai lati del foglio, gioca con gli elementi, con le sequenze temporali e con le regole che definiscono lo spazio. Lo stato di confusione che alcuni di questi racconti producono ha lo stesso sapore di quella confusione che proviamo quando, di fronte alla vita, questa ci coglie impreparata.

Torno per un attimo alla questione traduzione. Come accenavo prima, la casa editrice ha deciso di affidare ogni racconto a un traduttore diverso. Quindi, matematica in testa, trenta racconti fanno trenta traduttori. Mi ero chiesto il perché di una simile operazione, poi, leggendo il libro, credo di essermi risposto almeno in parte. Il fatto è che Coover non è un unico scrittore, non ha uno stile e una voce univoca, se vogliamo ciò che lo caratterizza è la sperimentazione mai fine a se stessa. Il fatto che ogni traduttore abbia apposto la propria firma ad un racconto rende ancora più evidente il fatto che Coover sia uno scrittore dalle personalità multiple.

Perché leggere questo libro dunque? I motivi sono diversi. Il primo, il più importante è che “La babysitter e altre storie” è un gran bel libro. Il secondo ha a che fare con la diversità che ogni racconto porta dentro di sé. Un terzo motivo, magari più interessante per chi scrive, è che leggendo questo libro si riesce a capire molto bene come sia possibile stiracchiare i limiti della scrittura senza compiere un gestovuoto e sterile. Il quarto e, per ora ultimo motivo, è che la sensazione di non avere completamente colto il significato (o anche solo la trama) di un racconto è un ottimo carburante per la mente.

Ecco la lista dei traduttori coinvolti nel progetto.

Ada Arduini, Chiara Baffa, Katia Bagnoli, Massimo Bocchiola, Luca Briasco, Guido Calza, Silvia Castoldi, Franca Cavagnoli, Gaja Cenciarelli, Matteo Colombo, Fabio Cremonesi, Serena Daniele, Riccardo Duranti, Laura Gazzarrini, Daniele A. Gewurz, Gioia Guerzoni, Eva Kampmann, Cristiana Mennella, Laura Noulian, Vito Ogro, Monica Pareschi, Silvia Pareschi, Alberto Rollo, Silvia Rota Sperti, Roberto Serrai, Chiara Stangalino, Sara Sullam, Claudia Tarolo, Martina Testa, Isabella Zani.

Robert Coover (1932) è autore di romanzi e raccolte di racconti, ed è considerato uno dei padri del postmoderno americano. Ha insegnato per più di trent’anni alla Brown University, dove ha fondato l’International Writers Project, un programma rivolto a scrittori internazionali perseguitati per le loro idee e i loro scritti. Con il suo primo romanzo, The Origin of the Brunists, ha ricevuto il William Faulkner Foundation First Novel Award, e con The Public Burning (1977) è stato finalista al National Book Award. NNE pubblicherà anche il suo romanzo Huck Out West.

James Anderson – Il diner nel deserto

giovedì, Novembre 29th, 2018

Di questi tempi non so se sia una cosa cool da dire, ma cercando di rispettare un minimo di onestà quando sono arrivato all’incirca a metà del libro mi sono detto che questa storia l’avrei vista bene anche sul grande schermo, poi, arrivato alla conclusione ho cambiato idea, è decisamente un libro da serie TV.

C’è, nella scrittura di James Anderson una strizzatina continua ai linguaggi televisivi contemporanei. Solo per citare un esempio pratico, il Diner nel deserto è un luogo ideale per ambientare tonnellate di storie diverse. Anche i personaggi principali hanno delle enormi potenzialità, soprattutto Ben Jones. Considerando che stiamo parlando del primo volume di una saga, direi che lo stesso autore si è accorto di avere per le mani una materia molto promettente.

Ben Jones è un corriere, tipo quel ragazzo che vi consegna i pacchi di Amazon comprati durante il Black Friday, solo che Ben è un freelance, uno che ha un contratto con una ditta e va a consegnare merce lungo la statale 117, una strada persa tra le dune del deserto delle Utah dove nessuno, tranne lui, ha voglia di andare. Ha pochi clienti e quei pochi lo pagano quando capita. Ha debiti ingenti e gli stanno per portare via il camion nuovo e non ha nemmeno interessanti prospettive per il futuro. La vita di Ben viene sconvolta nel momento in cui, spinto dal bisogno urgente di svuotare la viscica, si trova davanti ad una casa costruita nel deserto e, dentro questa casa completamente priva di mobili, vede una donna che suona il contrabbasso. Attorno a questo incotro ruotano alcune trame parallele. Da una parte il rapporto con Walt, il burbero proprietario di un Diner che rimane sempre chiuso e che ha alle spalle un passato tragico, dall’altra Ben e le sue problematiche legate al proprio bilancio sgangherato.

Credo che la caratteristica che rende “Il diner nel deserto” una lettura davvero coinvolgente sia la presenza contemporanea di una serie di personaggi carismatici da cui risulta difficile staccarsi. Al di là dello stesso Ben, abbandonato dentro una coperta indiana da una madre che non ha mai conosciuto, abbiamo Walt e il suo dolore, Claire (la donna della casa) e il suo essere allo stesso tempo concreta ed eterea, ma abbiamo anche la giovane Ginny, intraprendente e spaventata per le conseguenze di un errore che ha commesso, i due personaggi che vivono dentro un vagone del treno piazzato chissà come nel deserto e il folle predicatore di una chiesa che sta dentro un ex negozio di utensili e che si porta sulle spalle per tutta la 117 una pesante croce di legno.

Il diner nel deserto“, lasciata da parte la sua trama quasi da thriller, i suoi dialoghi duri e le sue ambientazioni desolanti, è soprattutto un libro sulla solitudine. Nella statale 117, in mezzo al deserto, in un luogo inospitale, ci si va per perdersi e per non farsi ritrovare. Ci si va per nascondere il proprio dolore e per disperdersi. In questo senso, il silenzio, più che le parole, segnano in maniera indelebile la crudezza dei personaggi, quel loro essere immersi nel vuoto, di notte, con il cielo stellato a far da soffitto. È questa l’essenza del libro, un vuoto privo di rumore che dovrebbe essere un rifugio, ma che diventa una prigione da cui è impossibile scappare.

Ottima traduzione di Chiara Baffa.

James Anderson è uno scrittore e poeta americano nato a Seattle, ed è stato l’editore della rinomata casa editrice Breitenbush Books. Il diner nel deserto è il suo romanzo d’esordio, che ha ricevuto moltissimi riconoscimenti di pubblico e di critica. NNE pubblicherà anche Lullaby Road, il secondo capitolo della Serie del Deserto.

Jane Alison – Meglio sole che nuvole. Leggere Ovidio a Miami.

lunedì, Settembre 10th, 2018

Per qualche meccanismo non controllabile del mio cervello il sottotitolo è stato la prima fonte di riflessione. L’ho trovato stranamente ossimorico. Ho trovato che non ci sia posto meno indicato per leggere Ovidio che il sole di Miami dove, mi immagino, il primo scopo di un organismo umano non sia quello di pensare, ma quello di bagnarsi di sole. Questa riflessione ne ha generate altre. Ma andiamo con ordine.

La protagonista di mezz’età di questo libro si chiama J. e non ha una vita del tutto soddisfacente. Un matrimonio fallito e una storia d’amore che ha fatto la stessa fine. Sono quelle cose che ad un certo punto di costringono a fare un bilancio della tua vita. Il sole di Miami e un compagno di viaggio, Ovidio, la cui lettura la sbilancia verso un mondo di trasformazioni e fantasie. Fino a che una tizia non getta qualcosa di impercettibile dal balcone e allora le cose cambiano. Forse si fanno più concrete, anche se il dubbio rimane.

Più che soffermarmi sulla trama di “Meglio sole che nuvole” vorrei parlare di quanto il tipo di scrittura della Alison mi abbia portato a riflettere sulla scrittura femminile. O meglio, su una declinazione della scrittura femminile che ho incontrato abbastanza spesso negli ultimi anni.

Quello della Alison è un romanzo frammentato. È quasi un pulviscolo di idee e parole. Brevi capitoli, paragrafi fulminei, frasi secche, recise. Prosegue a saltelli, racconta passato, presente e futuro quasi nello stesso istante. Ed è un libro che narra l’introspezione di un personaggio attraverso un susseguirsi di pensieri non necessariamente lineari. L’effetto, per il lettore, è  quasi asfissiante, perché si ha l’impressione di andare sempre più in profondità dove non arriva la luce del sole e la pressione dell’acqua fa saltare i timpani. Questo modo di progredire l’ho già incontrato altrove, in altri libri e, dopo aver controllato, mi sono accorto che si trattava sempre di autrici femminili. Mi sono chiesto se questo modo di raccontare se stessi e le proprie fragilità non sia prerogativa femminile. Un raccontare che dà l’impressione di essere un viaggio compiuto alla ricerca di quel dato momento nella vita in cui qualcosa è andato storto.

Inoltre il libro ha il potere di tenerti in bilico tra un piano di realtà che potremmo trovare familiare e l’insieme dei personaggi, a volte abbozzati con una lettera (la stessa J., ma anche K. e N.) che sembrano essere pure emanazioni dello spirito. Spettri che escono dalla corrente solo per interagire con un’indicazione sulla rotta da seguire. E anche Ovidio mi sembra rientrare in questa categoria di guida. Un elemento della narrazione che funge da interlocutore. Distante nello spazio e nel tempo, smaterializzato fino ad essere quasi la voce della coscienza e della conoscenza.

Quello di Jane Alison è un libro che mi ha dato molto da pensare e credo non si possa chiedere di meglio da un libro.

Traduzione di Laura Noulian che ho apprezzato davvero molto.


Jane Alison è nata a Canberra, ma è cresciuta negli Stati Uniti, dove ha studiato Lettere classiche e Scrittura creativa. Ha esordito nel 2001 con il romanzo The Love-Artist, incentrato sulla figura di Ovidio, ed è autrice di romanzi, racconti e saggi apparsi su New York Times, Washington Post, Boston Globe. Dopo aver vissuto in Germania e a Miami, si è trasferita a Charlottesville e insegna Scrittura creativa all’università della Virginia.

Tristan Garcia – 7 – L’esistenza degli extraterrestri 5/7

mercoledì, Giugno 27th, 2018

Quarto romanzo dei sette che compongono “7”. A dire la verità a questo punto sembra quasi di essere affondati in una raccolta di racconti lunghi e molto corposi. Continuo a pensare che alla fine tutti i nodi verranno al pettine.

Anche ne “L’esistenza degli extraterrestri” ci sono dei piccoli rimandi ai romanzi precedenti. Ad esempio viene citata la ormai nota “Walking Backwards”, che potremmo definire colonna sonora di questo “7”.
In questo romanzo facciamo la conoscenza dell’Ipotesi dei Chevallier. Il fondamento dell’ipotesi è che gli extraterrestri esistono e bisogna credere in questa presenza. Se una persona vacilla e non crede e destinata a sparire. Gli stessi coniugi Chevallier a quanto pare hanno vacillato e sono spariti. Ora a tenere in altro il credo ci pensa il figlio Marcel con il fratellino Moon e l’efebica Hèloise. Sono loro tre il nucleo forte di questa ipotesi. A poco a poco gli altri smettono di credere e, proprio come descrive l’ipotesi, spariscono in un modo o nell’altro.

Tristan Garcia affronta i problemi della fede e inserisce all’interno del suo romanzo un nuovo elemento soprannaturale. In passato avevamo visto i rulli di legno, il rapporto tra Sanguine e Ossian e la doppia realtà di Hélène. La via intrapresa dallo scrittore è quella di inserire all’interno di “7” degli elementi destabilizzanti che però seervono a dare basi solide all’universo che ha creato. A questo punto ci potremmo trovare davanti ad un romanzo di fantascenza oppure ad una distopia. Non è ben chiaro se l’universo che descrive derivi dal nostro oppure sia una sorta di realtà parallela in cui le cose accadono in questo modo perché le leggi dello spazio tempo sono diverse.

L’ambiente in cui operano Marcel, Moon ed Héloise sembra identico al nostro. La loro sembra semplicemente una folle variazione di uno dei tanti credo religiosi. Eppure la sensazione e, in questo caso, il finale, fanno pensare che ci sia qualcosa in più da scoprire. Mi chiedo se sopra a ciò che succede in “7” ci sia una volontà superiore, mi chiedo se le storie raccontatein “7” non siano che esperimenti in cui all’interno di una realtà perfettamente normale vengono gettati degli elementi di disturbo. In quel caso saremmo topi in un labirinto alla ricerca del formaggio sotto l’occhio di uno scienziato.

La traduzione è di Sarah De Sanctis.


Tristan Garcia è nato a Tolosa nel 1981. Ha studiato Filosofia alla École Normale Supérieure di Parigi. È autore di diversi romanzi, tra cui La parte migliore degli uomini pubblicato in Italia nel 2011 da Guanda, Le Saut de Malmö et autres nouvelles, Les Cordelettes de Browser, Mémoires de la jungle, Faber e 7, vincitore del Prix du Livre Inter 2016, pubblicati in Francia da Gallimard.

Tristan Garcia – 7 – La rivoluzione permanente – 4/7

venerdì, Giugno 22nd, 2018

Sono arrivato al quarto dei sette romani e non sono nemmeno a metà libro. Il grosso evidentemente mi attende alla fine. Questo episodio di un’ipotetica serie televisiva (non me ne vogliate se mischio i media) si intitola “La rivoluzione permanente” e se dovessi dire che oggetto mi ricorda non avrei dubbi a evocare una clessidra.

La storia è quella di Hélène una donna che per tutta la vita ha cercato di rendere concreta la rivoluzione comunista. Una donna che è passata attraverso gli stravolgimenti della fine degli anni sessanta e degli anni settanta, che ad un certo punto aveva pensato di essere ad un passo dalla vittoria ma che si è poi vista costretta a porre una strenue difesa nei confronti dell’avanzata delle altre politiche reazionarie e liberiste. È una donna stanca che ha deciso di abbandonare il partito, non ne può più. È sfibrata nel fisico e nell’anima. Ma ad un certo punto succede qualcosa. Sembra avere quello che assomiglia ad un attacco di cuore, almeno nelle manifestazioni fisiche. Solo che durante questi attacchi Hélène vede un altro mondo. Vede un’altra Parigi. Una Parigi in cui ad un certo punto le cose sono andate diversamente e la rivoluzione c’è stata. Pierre e Gabriel, amici e amori, si sono scambiati i ruoli. Chi è morto in questa Parigi, nell’altra è vivo. Chi lottava per la causa del comunismo ora vi si oppone. Hélène vaga come un fantasma, senza possibilità di interferire con la materia, può solo respirare. Vede il figlio percorrere strade che non aveva mai percorso, vede Parigi e la reputa migliore, la reputa conforme al sogno che aveva da giovane, ma non tutto quello che appare definisce la verità.

Tristan Garcia sfiora l’ucronia in questo romanzo. Fa raccontare ad Hélène un’ipotetico presente che non vedremo mai. Continuo a chiedermi come alla fine verranno legati i romanzi, se verranno legati. Continuo a cercare elementi in comune tra le storie che ho letto fino ad ora. Qui abbiamo una sorta di realtà parallela, un universo differente da quello in cui viviamo ma che in qualche modo arriva agli stessi risultati pessimi di quello in cui camminiamo ora. Mi sembra che il concetto di tempo, di rimescolamento degli eventi passati, un po’ come in “Alice” e “I rulli di legno” sia sempre presente, come anche l’accento alla connessione tra esistenze diverse che abbiamo visto in “Sanguine”.

“La rivoluzione permanente” sembra un esperimento di laboratorio. Come se degli scienziati al di sopra di noi avessero deciso di giocare con le infinite possibilità e stessero cercando di capire se tra queste possibilità ce ne sia una migliore delle altre. Il risultato che “La rivoluzione permanente” sembra portare ai nostri occhi è uno: fino a che gli elementi dell’equazione sono gli esseri umani il risultato non potrà che essere lo stesso, lo zero.

La traduzione è di Sarah De Sanctis.

Qui le altre recensioni: 1, 2,3.


Tristan Garcia è nato a Tolosa nel 1981. Ha studiato Filosofia alla École Normale Supérieure di Parigi. È autore di diversi romanzi, tra cui La parte migliore degli uomini pubblicato in Italia nel 2011 da Guanda, Le Saut de Malmö et autres nouvelles, Les Cordelettes de Browser, Mémoires de la jungle, Faber e 7, vincitore del Prix du Livre Inter 2016, pubblicati in Francia da Gallimard.

Tristan Garcia – 7 – La settima fa male – 7/7

giovedì, Giugno 21st, 2018

Sono giunto alla conclusione di “7” e sono un po’ stordito. Lungo tutto l’ultimo romanzo “La settima fa male” ho cercato di capire che nesso ci fosse tra tutti i sei precedenti capitoli e l’ultimo. Ho sperato che l’ultimo spiegasse qualcosa, che rispondesse ai miei dubbi. In parte lo ha fatto, in parte ci sono alcune questioni irrisolte che solo Tristan Garcia potrebbe chiarire.

Trattandosi dell’ultimo romanzo dei sette presenti era lecito aspettarsi che “La settima fa male” chiudesse tutti i conti lasciati in sospeso. Che spiegasse gli emisferi, i rulli di legno, Alice, Sanguine, gli alieni, la rivoluzione permanente e che chiudesse tutto in maniera coerente.
Così è stato. Il terreno è pericoloso, devo riuscire a parlare di questo ultimo capitolo senza generare spoiler che potrebbero rovinare la lettura di questo libro.
“La settima fa male” ha un narratore forte. Tutto ruota attorno a lui, alla donna amata che si chiama Hardy e all’amico Fran. Tra i tre si instaura un equilibrio precario. Sembra che ogni volta che il narratore cerca di essere felice la cosa finisce per colpire gli altri due. Quando invece decide di rendersi infelice, gli altri due prosperano. Sembra mancare un equilibrio, come nella rivoluzione permanente. La Francia sta male, il padre del narratore continua a ripeterlo, ma per quanti sforzi vengano fatti per sistemare le cose sembra che questi non bastino mai. Sembra che le cose siano già state scritte, come ne “I rulli di legno” oppure che il passato ci venga a prendere a calci in faccia come in “Alice”.

Il messaggio che ne ricavo è che le cose sono come devono essere e che noi non possiamo farci nulla. Che potremmo anche replicare le nostre azioni mille volte, magari cambiarle di qualche virgola, ma il risultato finale sarebbe lo stesso o comunque molto simile.
E allora ripenso ai capitoli precedenti e mi rendo conto che in maniera subliminale questo è uno dei messaggi che corre lungo tutto il libro. Anche se Alice ci riporta indietro nel tempo alla fine dei venti minuti torneremo ad essere noi stessi. Ripenso a “La rivoluzione permanente” in cui due mondi si incontrano e presentano le stesse problematiche sia che abbiano vinto i comunisti o i liberisti. Non cambia nulla.

La lettura di “7” è stata una sfida e la decisione di scrivere una recensione per ognuno dei 7 romanzi forse è stata una forzatura. Mi è sembrato che fosse necessario cercare nel cuore di ognuno dei 7 romanzi per comprendere il valore dell’opera totale. Un’opera che riesce a raccontare l’inutilità degli sforzi umani se paragonati al disegno complessivo, qualsiasi sia la mano che ha creato questo disegno. “7” ha una visione oscura, pessimistica, secondo il mio modo di vedere, della vita dell’uomo sulla terra. Ha una visione negativa sulla capacità dell’uomo di essere un animale sociale e credo che in qualche modo non faccia altro che prevedere una deriva tragica per l’essere umano.

Non ho dubbi, questo libro va letto e da quest’opera vanno tratti degli spunti per imparare a vivere meglio. Accettare, forse, la propria fragilità, la ridotta portata del nostro contributo agli equilibri del mondo e, per contro, la nostra unicità.

La traduzione è di Sarah De Sanctis.

Qui tutte le altre recensioni: 1, 2, 3, 4, 5, 6

Tristan Garcia – 7 – Emisferi – 6/7

giovedì, Giugno 21st, 2018

Basta un prìncipio per separarsi dagli altri. La realtà che viene presentata in “Emisferi”, il sesto romando dei sette che compongono “7” parla di frammentazione.
L’anno non è precisato. Direi che si parla di un futuro da qui a una trentina d’anni. La tecnologia ha fatto passi da gigante, ma il flusso di informazioni è continuo ed invadente. Nascono le clausure. Degli emisferi, mi verrebbe da definirle tende, in cui, grazie ad un aggeggio futuristico è possibile staccarsi dal flusso. I cellulari non prendono, non ci sono tweet in arrivo, nessun post, nessun meme. Il silenzio digitale.
Questo è l’inizio.
Avvolti da questa clausura che li separa dal mondo le persone decidono di fare un passo in avanti, una clausura più pesante. Una variante dell’aggeggio che permette di schermare i flussi digitali ora permette al cervello di isolarsi, si essere in pace, di non percepire più il mondo al di fuori degli emisferi.

A controllare che tutto funzioni ci pensano gli universalisti, coloro che non hanno abbracciato alcun prìncipio, che non hanno abbastanza fede in un’idea da far si che questa idea li separi dagli altri. Ed è questo il punto. Il mondo sembra un posto tranquillo non perché sia aumentata la tolleranza per le idee altrui, ma perché ogni singola dottrina religiosa, idea filosofica, credenza naturale o sovrannaturale ha generato degli emisferi e poi, all’interno di questi emisferi, ne ha generati altri, e così via. È un frazionamento continuo, una continua separazine dagli altri. L’uomo vive bene se viene circondato da gente che la pensa come lui, se il rispetto per le opinioni viene traformato in obbiedienza cieca.

Alla fine, anche chi pensava di essere libero potrebbe sbagliarsi. Forse, al di fuori delle porte nere e bianche che separano il dentro dell’emisfero dal resto del mondo non c’è nulla, forse un occhio ci sta semplicemente osservando.

Alcuni elmenti presenti negli altri libri vengono riproposti, come se ci fosse un’unica trama. Spero che l’ultimo capitolo mi aiuti a capire cosa lega (se qualcosa c’è) queste sei storie apparentemente slegate. La lettura di questo libro procede veloce, Tristan Garcia mi ha ipnotizzato e francamente non so più cosa aspettarmi dalla fine.

La traduzione è, lo ricordo, di Sarah De Sanctis.

Qui le altre recensioni ai romanzi precendenti: 1, 2, 3, 4, 5.


Tristan Garcia – 7 – Sanguine – 3/7

martedì, Giugno 19th, 2018

Sanguine, sanguigno. E il sangue in questo terzo romanzo di “7” di Tristan Garcia ha un ruolo molto ingombrante.
Come dicevo sono al terzo di sette romanzi e per certi versi le cose mi sono un po’ più chiare. Mi pare di poter dire che l’universo in cui si muovono i personaggi sia lo stesso. Ci sono dei rimandi al romanzo precedenti “I rulli di legno“. Viene citata la stessa cittadina in cui vive il protagonista del romanzo numero due e si parla di musica coreana di tendenza che è la musica con cui si conclude lo stesso romanzo. Al di là di queste flebili connessioni al momento non ho ancora trovato un legame forte tra i vari episodi. Probabilmente mi sarà tutto più chiaro alla fine.

In “Sanguine” la protagonista è l’omonima modella. Una donna dalla bellezza indescrivibile che è sulla cresta dell’onda da anni e sembra non invecchiare mai. Sanguine ha un segreto. Ciclicamente è costretta a tornarsene nella propria casetta di Mornay perché in un punto del viso la pelle si sforma e si distrugge. Poi, per quelche motivo, dopo un breve soggiorno in campagna quella forte irritazione passa. A Mornay lei, bellissima, fa la conoscenza di un uomo con il volto devastato dalle fiamme. Un uomo che le racconta la storia di un legame. Una funzione inversamente proporzionale che ha a che fare con la loro bellezza.

Il romanzo in questione, inizialmente, mi ha ricordato il rapporto tra Dorian Gray e il suo ritratto, ma poi, a mano a mano che procedevo con la lettura mi sono reso conto che non si trattava dello stesso tipo di rapporto. La connessione tra Sanguine e Ossian (questo è il nome che viene dato all’uomo) è una connessione tragica in cui l’equilibrio non appaga nessuno e in cui solo uno dei due è destinato ad essere felice. Non c’è, a mio parere, una morale a lieto fine. Non si vuole veicolare il messaggio che la bellezza vera sia quella interiore. All’interno del contesto descritto da Tristan Garcia essere brutti è un dramma che fa quasi superare il dolore fisico.

I primi due romanzi giocavano molto con il concetto di tempo e di creazione. Qui siamo nell’ambito dell’identità e di ciò che significhi essere se stessi anche a costo di chiedere agli altri dei sacrifici. Il tempo per Sanguine sembra essersi fermato grazie alle atroci sofferenze che Ossian è costretto a subire. Ampliando il concetto e portandolo a toccare altri ambiti che non siano la bellezza viene da dire che essere benestante implica mantenere qualcuno nella povertà. È un concetto che ad un certo punto esprima anche uno dei personaggi minori del libro: io sono ricco perché c’è una mia controparte che è povera e la mia ricchezza lo mantiene nelle sua povertà. Nelle mie preghiere lo penso sempre (citazione a braccio).

Vediamo ora cosa mi riserverà il romanzo numero 4 e se alla fine riuscirò a tirare le somme. C’è una cosa da dire, la scrittura di Tristan Garcia è avvinghiante. Il suo modo di raccontare crea dipendenza.

La traduzione è ovviamente ancora opera di Sarah De Sanctis.


Tristan Garcia è nato a Tolosa nel 1981. Ha studiato Filosofia alla École Normale Supérieure di Parigi. È autore di diversi romanzi, tra cui La parte migliore degli uomini pubblicato in Italia nel 2011 da Guanda, Le Saut de Malmö et autres nouvelles, Les Cordelettes de Browser, Mémoires de la jungle, Faber e 7, vincitore del Prix du Livre Inter 2016, pubblicati in Francia da Gallimard.

Tristan Garcia – 7 – Alice

sabato, Giugno 9th, 2018

Il titolo originale di questo libro recita “7. Romans“. Come a dire che questo libro può non essere letto nella sua interezza, può essere anche considerato una serie di sette romanzi collegati tra loro. Allora io ho preso per buono l’invito di Tristan Garcia e ho deciso di recensire ognuno dei sette romanzi come se fossero libri a se stanti.

Il primo romanzo è “Alice”. Al momento non so ancora come “Alice” si legherà al resto della serie. È un incipit dell’opera, se vogliamo, ma è anche un organismo che vive di vita propria.

In “Alice” facciamo la conoscenza di alcuni personaggi. Non so se ritorneranno in seguito. Procedo la lettura a piccoli passi, lascio passare del tempo da un libro all’altro, come se dovessi attendere con impazienza l’uscita del capitolo successivo. Abbiamo il narratore, un individuo che ha un passato burrascoso e spaccia. Abbiamo Laurianne, una ragazza misteriosa. Milan l’artista riconvertito. Èmilien lo scienziato che da giovane aveva sogni di gloria. Tra questi ultimi tre personaggi si innesta un triangolo amoroso che diventa ancora più complicato nel momento in cui compare Alice. Alice è una droga sintetizzata da Èmilien e ha il potere di far rivivere in noi il passato. Assumendo una dose di droga possiamo ritornare per un breve tempo ad essere il noi stesso di 5, 10, 15 anni fa.  Le possibilità sono pressoché infinite. Ogni versione deve essere numerata con un complicato sistema 19.1 v1, 20.4 v2. Ma dei semplici numeri non sono sufficienti a tenere sotto controllo il potere di Alice. Sotto gli effetti di Alice viviamo un’esperienza stupefacente. Avete presente i carotaggi che si fanno al Polo Nord? Gli studiosi tirano fuori dal ghiaccio un lungo cilindro e lì, davanti ai nostri occhi, abbiamo la memoria del ghiaccio. Studiandolo possiamo capire cosa è successo nel passato. Alice fa rivivere quel passato, tira fuori dal nostro cervello quello che eravamo a 17 anni. Il ribelle, il sognatore, il romantico, il depresso, l’emarginato, il violento.

Ora, immaginatevi il vostro alter ego di 17 anni che si guarda allo specchio. Per lui il tempo non è passato eppure davanti a sé ha una versione invecchiata. Cosa ha combinato quel vecchio negli ultimi 20 anni? Cosa ha fatto della vita che il diciassettenne voleva avere? Alice è una fuga dal presente. Apparentemente offre l’unica cosa che non possiamo avere pur desiderandola con tutta la nostra essenza: tempo. Il tempo che pensavamo fosse eterno quando eravamo adolescenti, il tempo che sarebbe stato un contenitore di gioie e soddisfazioni. Quel tempo che avremmo utilizzato per cambiare il mondo in meglio.

Immaginate di poter far ritornare indietro nel tempo un vostro caro, farlo tornare fino al punto in cui il suo cervello funzionava ancora e non era ancora stato distrutto dal Parkinson. Immaginate la gioia nel rivederlo lucido, nel vedere nei suoi occhi che vi riconosce. Immaginate il suo ritorno nell’oblio.

Alice è una droga terribile. Le implicazioni sono enormi. Apre un dialogo a distanza tra due mondi, apre fratture. I nostri alter ego giovani ci vengono a visitare nei sogni per insultarci. La nostra versione attuale sprofonda nella depressione. Perché difficilmente le nostre proiezioni adolescenziali possono avverarsi, ma anche perché la nostalgia aumenta ad ogni dose di Alice.

Il primo dei sette romanzi che compongono il romanzo serve a delineare il mondo in cui i fatti si svolgono. Un mondo in cui è possibile l’esistenza di Alice è un mondo in cui può succedere di tutto. La scrittura di Tristan Garcia, che avevo già apprezzato in Faber, qui trascina il lettore dentro un turbine di infinite possibilità. “Alice” è stata una lettura veloce, ma il riverbero di questa lettura nella mia vita quotidiana non si esaurisce con l’ultimo punto. Ora, la mia versione 17.7 scalpita e ce l’ha con me.

La traduzione è opera di Sarah De Sanctis.


Tristan Garcia è nato a Tolosa nel 1981. Ha studiato Filosofia alla École Normale Supérieure di Parigi. È autore di diversi romanzi, tra cui La parte migliore degli uomini pubblicato in Italia nel 2011 da Guanda, Le Saut de Malmö et autres nouvelles, Les Cordelettes de Browser, Mémoires de la jungle, Faber e 7, vincitore del Prix du Livre Inter 2016, pubblicati in Francia da Gallimard.