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Una chiacchierata con Luca Pantarotto

venerdì, Maggio 18th, 2018

Ohi Luca, ma per l’uscita del tuo libro facciamo un’intervista qui su Messenger?

In che senso qui su Messenger? Cioè tipo quelle cose porno che poi ci si spoglia?

No tipo che io ti faccio le domande (da vestito) e tu mi rispondi quando hai tempo e voglia (da vestito). Anche se ci mettiamo due settimane amen.

Sì sì, ok. Non domande difficili, però, eh.

Tipo la prima che ti farei è: perché stai sul cazzo a così tanta gente? Quando ti ho incontrato al secondo bookpride (il primo NN) uno mi ha detto “Pantarotto è quello, ma lascia stare che è uno che se la tira”.

Ahah. Ma chi cazzo te l’aveva detto, poi

Non te lo dirò mai.

Comunque rispondi.

Perchè?

Non saprei, chiedo un po’ in giro e ti dico.

Ah, tanto a scanso di equivoci, l’intervista è già iniziata.

Comunque in realtà non credo mica di stare sul cazzo a tutta ‘sta gente, sai? Anche perché non mi pare di pormi in chissà che modo arrogante. Se pensi che ho un libro in uscita e mi dimentico sempre persino di parlarne

Invece quando avevo il blog sì, il “tono da blog” che usavo, soprattutto nei post del venerdì in cui segnalavo le novità, ogni tanto stava sulle palle a qualcuno, infatti ho litigato con un tot di gente (o meglio, loro hanno litigato con me, io non litigo mai con nessuno). Tipo, una tizia una volta mi ha scritto per consigliarmi andare a spaccarmi la testa contro un palo.

Povero palo.

Senti, ma il blog perché lo avevi aperto? Cosa ti proponevi di fare, quali stimoli te lo hanno fatto aprire?

Volevo quello che vogliono tutti quelli che aprono un blog: carezze a un ego frustrato, libri gratis e ringraziamenti di circostanza.

Scherzi a parte, volevo provare a fare un blog sui libri tipo quelli che ci sono per il cinema, tipo (per darti un’idea, perché loro sono inarrivabili e poi io ero da solo) “I 400 calci”. Qualcosa che fosse da quelle parti, che unisse spensieratezza e leggerezza di stile e anche un po’ di cazzonaggine (si dice? Boh) a una vera competenza e passione per la materia scelta. Fare l’ennesimo blog che parlasse di tutto non mi interessava, ce n’erano già tanti e poi io non leggo di tutto, neanche lontanamente. Cercavo blog che trattassero solo letteratura americana e non ce n’erano, e io volevo che la gente, cercando qualcosa che parlasse di letteratura americana in un modo appassionato e professionale e piacevole da leggere, dicesse “Ehi, c’è quello là, come si chiama, Holden & Company”.

E alla fine, se devi tirare le somme, ci sei riuscito? Sei soddisfatto?

Soddisfatto senz’altro, nei tre anni circa in cui quel blog è rimasto on line mi sono divertito tantissimo a farlo. Anzi, credo che sia tuttora una delle esperienze più belle della mia vita e il motivo per cui ho accettato volentieri la proposta di fare questo libro è soprattutto questo: mi sembrava un gran bel modo di rendere omaggio a una esperienza bellissima.

Riuscito direi anche, anche se poi a dirlo la gente penserà che me la tiro. A tre anni dalla chiusura la gente se lo ricorda ancora, e non è così scontato. Qualcuno mi chiama ancora Holden, pensa tu. E qualche settimana fa mi hanno intervistato i ragazzi del Master in editoria della Cattolica, l’intervista riguardava il modo in cui gestiamo la comunicazione editoriale di NN e la prima domanda riguardava, del tutto inaspettatamente per me, proprio il modo in cui si parlava di libri sul vecchio H&C. Ci sono rimasto davvero secco, se pensi che il blog non è più online dal 2016.

Poi hai deciso di chiuderlo? Eri stanco? Mancanza di tempo? Altri impegni?

Tutte e tre le cose insieme.

Tanto per cominciare non sono mai stato un campione di costanza nelle cose che faccio, essere riuscito a tenere aperto un blog per tre anni, con pubblicazioni a cadenza più o meno regolare, per me è già una specie di miracolo.

Poi nel frattempo avevo trovato (anche grazie al blog, tra l’altro) il lavoro che faccio adesso e tutto il tempo libero che avevo prima ovviamente era sparito. Senza contare che, quando passi la giornata a lavorare con i libri, poi tornare a casa e metterti ancora a scrivere di libri non è proprio la prima cosa che hai voglia di fare, ecco.

Adesso ti faccio una domanda io: tu cosa ti ricordi di quel blog?

Che mi faceva venir voglia di leggere tutto e di saperne di più degli autori di cui parlavi. Mi faceva voglia di imparare.

E che ti stavo sul cazzo perché me la tiravo?

No, a dire il vero no. Il fatto che mi dovevi stare sul cazzo me lo hanno detto dopo. Ho anche pensato che qualcuno fosse geloso perchè il blog aveva successo e tu avevi trovato lavoro in una casa editrice appena nata che però mostrava già parecchia qualità.

Ti viene mai voglia di riaprire il blog tale e quale a com’era?

A volte. In effetti ci ho anche provato, l’anno scorso. Solo che avevo lasciato scadere il dominio e non era più disponibile, l’aveva registrato una società (credo) giapponese che risultava proprietaria di altre decine di migliaia di domini lasciati andare, per ricomprarlo avrei dovuto pagare qualcosa come mille dollari e ci ho rinunciato. Si vede che non era più destino.

Chiamalo Company & Holden.

Dovresti fare il copywriter, sai?

Non farmi fare la lista delle carriere che rimpiango di non aver battuto.

Avevo letto “cameriere”.

Molto sottile.

Senti ma quando Davide ti ha proposto di mettere su carta i tuoi interventi sul blog qual è stata la prima cosa che gli hai detto?

“Uhm, ma sei sicuro? Guarda che sono quasi tutte stronzate.”

Bel modo di fare autopromozione. Poi dici a me.

Cambiamo tema. Come è nata la tua passione per il collezionismo di libri?

Temo di essere più bravo a promuovere i libri degli altri che non i miei

Comunque in effetti pensavo davvero che fossero tutte stronzate. Non riaprivo quel blog da oltre un anno e ricordavo solo le cose più sceme. Poi, riprendendo in mano tutto e rileggendo qua e là, ho visto che in realtà c’erano diverse cose che poteva anche avere senso pubblicare in autonomia: storie di libri, ritratti di autori sulla base dei loro stessi testi, pezzi generali sulla letteratura, le recensioni, la critica, cose così. Storie divertenti da raccontare e da leggere, insomma. E quelle hanno finito per costituire l’ossatura di tutta la raccolta.

Sulla passione per il collezionismo ho raccontato tutto in un articolo pubblicato su un blog chiamato Senzaudio, non so se lo conosci.

Ne ho sentito parlare nei peggiori bar di Caracas. Adesso in questo punto qui link l’altro articolo, così mi fai fare una botta di ingressi.

Come vedi questa esplosione senza fine dei blog letterari?

Malissimo, a dirti la verità.

(È una domanda messa lì apposta per far aumentare le schiere dei tuo nemici.)

Sei scaltro come una faina

Argomenta.

(Non il fatto che io sia scaltro come una faina, ma la storia dei blog.)

Mah, su questa cosa avevo scritto un post proprio a chiusura di Holden & Company. In effetti era un altro dei motivi per cui non mi sembrava più avere molto senso andare avanti, anche se continuava a piacermi un sacco quello che facevo. Il punto secondo me è questo: il web è andato avanti, negli ultimi dieci o quindici anni, i blog no. Il web è diventato social, integrato, ha abolito o superato la maggior parte delle piattaforme “autoconcluse” in favore di spazi inclusivi di ben maggior respiro. I blog sono rimasti, in buona sostanza, dei palcoscenici privati in cui ognuno mette in scena il suo personale “one man show”. In un universo comunicativo in cui la produzione e la condivisione di contenuti si sta sempre più spostando su spazi aggregati, la forma del blog come espressione monologica di un unico individuo che “ospita” gente a casa sua, intervenuta appositamente per sentirlo parlare e poi andarsene, mi pare che stia per arrivare sempre più in fretta ad un punto di esaurimento. Paradossalmente, lo spazio già di per sé risicato che una simile forma di condivisione potrebbe sfruttare è ingombrato ancora di più dal fatto che, appunto, ogni giorno ne aprono una decina di nuovi. E sono tutti uguali, e dicono più o meno tutti le stesse cose sugli stessi argomenti nello stesso modo e con le stesse parole. E tutti sgomitano per provare a concentrare l’attenzione su di sé, togliendola agli altri. E questo va a scapito di cosa? Dei contenuti, ovviamente: si crede che il modo migliore di stare sulla cresta dell’onda sia restare sempre ossessivamente sul pezzo. Parlare sempre e solo dell’ultima novità in libreria (quella che stanno leggendo tutti), dell’ultimo successo al cinema (quello che stanno vedendo tutti), del fatto di cronaca più scandaloso (quello a cui tutti si interessano). Sai cosa farebbe successo oggi, secondo me? Un blog che parli di libri che non legge più nessuno, tipo libri fuori catalogo o roba così. Di autori che in Italia non sono neanche ancora arrivati. Un blog che parli di cose di cui nessuno parla, così tutti andrebbero a leggersele lì. Un blog che faccia scoprire alla gente quello che ancora non sa, titoli nuovi e meritevoli ma magari passati in sordina o finiti dritti nel dimenticatoio, libri e autori strani che sui giornali non arrivano, cose così. Alla fine Holden & Company piaceva per quello: nella massa di blog che volevano recensire tutto quello che usciva, quello era un sito in cui trovavi un unico argomento, per quanto vasto, che cercavo di sviluppare abbastanza bene da dare almeno un pochino di senso all’esistenza di un sito apposta.

Se apri un blog così lo leggo di sicuro.

E per quel che riguarda la tua analisi mi sa che sono abbastanza d’accordo con te. Questa corsa piena di entusiasmo appresso all’ultima uscita è logorante.

Poi intendiamoci, là fuori ci sono un sacco di blog belli e ben fatti che è un piacere seguire. Lo dico  perché se no si rischia di buttare via il bambino con l’acqua sporca. Non a caso sono quelli che, nel tempo, sono riusciti a costruirsi un’identità precisa, contorni ben definiti e riconoscibili. Li visitiregolarmente per informarti su determinate cose, sentire il loro parere su certi libri, perché sai che ci trovi la passione, la qualità e la competenza, non esclusivamente l’interesse a coprire tutto nel più breve tempo possibile.

Certo, si trova sempre del buono cercando.

Tu cosa segui? Cosa consiglieresti? Non necessariamente blog di libri?

La lettrice rampante e Senzaudio.

Hmm, era prevedibile. Questa la editiamo.

Riprovo. Tu cosa segui? Cosa consiglieresti? Non necessariamente blog di libri?

 

Ne leggo un sacco, per lavoro: degli italiani, oltre a quei due che ti ho detto prima, Il giro del mondo attraverso i libri, La lettrice geniale, Critica letteraria, Eroica Fenice, Nuvole d’inchiostro, tra i magazine più grossi La balena bianca, Cattedrale, Crapula Club, Doppiozero, L’indice, Il lavoro culturale, Minima & Moralia, Il Tascabile, L’indiscreto, solo per dire i primi che mi vengono in mente.

Poi se me vengono altri te li dico e ‘sta risposta la sistemiamo.

 

Come sei arrivato ad NN? Prima mi dicevi che il blog in un certo senso ti ha aiutato.

Ma quanto cazzo è lunga quest’intervista?

 

Ma quale intervista, ti ho preso in giro, figurati cosa interessa alla gente di quello che dici tu.

In effetti

 

Dai rispondi alla domanda su NN.

La domanda su NN. Dunque, è andata così, che a giugno 2015 mi ritrovo disoccupato, senza troppi rimpianti, in verità, e mi prendo l’estate per vedere un po’ cosa mi vada di fare della mia vita nel prossimo futuro. Tra l’altro quell’estate faceva caldo e chi ha voglia di lavorare d’estate? Nessuno, appunto; quindi non mi metto a cercare niente, lì per lì, e mando avanti il blog accelerando il ritmo. Nel frattempo ogni tanto chiacchiero in chat con Gioia Guerzoni, che oltre a tradurre per NN, nata a marzo di quello stesso anno, in quel periodo seguiva un po’ i canali social. Bene, Gioia mi racconta che fare i social le piace, però le toglie molto tempo per tradurre, e io le rispondo che se voleva potevo magari pensarci io, che tanto non stavo facendo niente. Così lei mi mette in contatto con Eugenia, l’editore di NN, ci facciamo una chiacchierata e mi spiega che per la comunicazione di NN volevano qualcosa di diverso, qualcosa di non troppo ingessato, un tipo di comunicazione in grado di abbattere le barriere tra editore e lettore, coinvolgendo senza annoiare e rendendo il lettore partecipe di tutto quello che di solito, nel lavoro editoriale, resta dietro le quinte. In casa editrice conoscevano già il mio blog e a Eugenia piaceva il modo in cui parlavo di libri e interagivo con il pubblico, e così abbiamo detto “Be’, proviamo”; ci siamo trovati benissimo insieme tutti quanti fin da subito e il resto, come si dice, è storia.

 

Vedo che ogni tanto riesco a farti scrivere qualcosa di serio.

Ultima domanda, poi chiudiamo. Non so se il libro ha già un titolo, ma al di là di questo particolare, cosa speri che succeda alla tua creatura?

Certo che ha già un titolo, si intitola

(va a controllare perché non se lo ricorda)

“Holden & Company. Peripezie di letteratura americana da J. D. Salinger a Kent Haruf”

Mi aspetto quello che si aspettano tutti gli esordienti: vendere un sacco di copie, diventare ricco con i lauti diritti d’autore, trovare un sacco di persone che ti considerino un dio in terra e altre migliaia che vogliano ucciderti per invidia della tua posizione. Mi piacerebbe che ne facessero un film, ma non so se si può fare con una raccolta di saggi.

 

Ha! Cita Kent Haruf per ordini di scuderia! (cit. Ivano Porpora da Facebook)

Esatto.

Ma anche “Certo che ormai si pubblica proprio di tutto, anche i post dei blog. Ma poi questo chi cazzo lo conosce?”

 

Spero che i tuoi sogni di gloria si realizzino, soprattutto la parte del dio in terra e del film, ma anche i soldi direi. Così è contento pure Davide (Pairone, l’editore di Aguaplano: nota aggiunta dall’intervistato in fase di editing, per negligenza dell’intervistatore).

Bon, chiudiamola qui che mi sono stufato e c’ho di meglio da fare. Grazie Luca.

Sì, infatti, che c’avrei anche da lavorare.

Non mi hai neanche chiesto cosa c’è nel libro.

Non ho mai fatto un’intervista più superficiale di questa, avrai mie notizie.

 

È importante? Tanto non ho intenzione di leggerlo.

Comunque va bene, teniamo a bada il tuo ego… Cosa contiene il tuo meraviglioso libro?

Eh no, bello mio, adesso non te lo dico più.

VAI IN LIBRERIA E TE LO COMPRI.

Dai, dai, dimmelo che ci tengo davvero.

 

Non me lo ha più detto e comunque non era vero che mi interessava.

Il Grande Chihuahua morde – intervista a Luca Raimondi e Joe Schittino

mercoledì, Novembre 22nd, 2017

Luca Raimondi (pedagogista e scrittore) e Joe Schittino (compositore di fama internazionale e scrittore) li conosco da troppo tempo per non sapere che lo stramaledetto protagonista del loro romanzo Il grande chihuahua (pubblicato da Augh! edizioni) ci stesse [SPOILER]. Ci stavo proprio ammattendo: come si può costruire una storia con uno stronzetto così viscido, crudele, insignificante e allo stesso tempo pieno di sé, se non [SPOILER]? E infatti alla fine del romanzo [SPOILER]. Un po’ Zeno (ma senza la sua ironia) e un po’ Bateman (ma senza i suoi piccioli), il giovine, malmostoso universitario protagonista de Il grande Chihuahua non si fa certo volere bene, di sicuro non come il duo Raimondi-Schittino e il loro monologo interiore. La voce degli autori, infatti, sostiene l’opera con brio e con coerenza, raccontandoci un campionario di efferatezze, meschinerie e filosofeggiamenti iper-adolescenziali fino al lirismo delle ultime, bellissime pagine, le migliori del libro, a mio modesto avviso.
Ho incontrato Luca e Joe pochi giorni fa in una delle viuzze che si snodano per il centro storico del paesello siculiano in cui viviamo e dopo essermi guardato alle spalle – non si sa mai, poteva esserci anche il giovine studente psycho-universitario in agguato – ho posto loro alcune domande. Le riporto qui, in ordine di cazzeggio crescente. Se invece volete sapere a cosa corrispondano tutti gli [SPOILER], be’… saltate pure l’intervista e procuratevi una copia del libro.

Il grande chihuahua è il vostro secondo romanzo, dopo Cerniera lampo. Vedo che siete ancora tutti interi, quindi è andata bene. O siete come quei tipi a cui piace soffrire? Nonostante esempi clamorosi (i fratelli Strugackij, Gibson e Sterling, Pratchett e Gaiman, Dick e Zelazny, Asimov e Silverberg, i nostri Fruttero e Lucentini), la nota agenzia vox populi continua a rilanciare con “la letteratura è un affare per cuori solitari”. Voi come la vedete?
JOE: Interi o parzialmente scremati che sia, dopo la fatica de Il grande Chihuahua siamo esattamente come prima: felici. Prima di tutto di aver ritrovato intatta, pur nella diversità del pensiero e di quanto la vita ci ha portato a essere (artisti e tipacci poco raccomandabili: infatti non ci vuol mai raccomandare nessuno!) la nostra comunione di intenti, la nitidezza del nostro lavoro d’officina. Lavorare con Luca è un privilegio, oltre che uno spasso. Si tratta di un’alchimia, di una formula magica, che vede sullo stesso tavolino due autori perfettamente formati, indipendenti e dalle idee chiare (non alessandre o martine), che però hanno anche l’attitudine all’ironia, la disponibilità a mettersi in gioco e la saggezza di lasciarsi andare e ascoltare la voce l’uno dell’altro, filtrando il tutto in una pagina che è una “terza creatura”, completamente diversa dallo stile di entrambi. Poi, personalmente, adoro lavorare in squadra. Con la musica è cosa naturale: nella storia del melodramma, per esempio, sono rari i casi di compositori che hanno scritto da sé anche i libretti delle proprie opere. Io musicare i miei testi? Sarebbe come baciare uno specchio (ho un grande rispetto per gli specchi, anche se non mi sono mai domandato come mai). Senza contare che, di per sé, il lavoro di chi scrive in generale è legato in partenza a chi leggerà quelle pagine o eseguirà quella partitura, mettendoci del suo e spesso facendo meglio di noi. Non siamo i proprietari, ma solo i depositari delle nostre idee: alla fine, siamo soltanto gli autori. Di fatto, gli artisti come “cuori solitari” non sono mai esistiti.
LUCA: Sono figlio unico affetto da un lancinante “senso di solitudine” che mi coglie in qualunque circostanza, compresi i momenti che dedico alla scrittura. Adolescente, scrivevo tanto, ma non mi divertivo quanto avrei voluto, mi sentivo eccentrico e troppo diverso dai miei coetanei in tutt’altre questioni affaccendati. Mi sentivo dannatamente solo. A soli diciassette anni, però, ho vinto alla lotteria, trovando uno dei migliori alleati di scrittura che potessi sognare, un ragazzo ancora più eccentrico di me che aveva già pubblicato un libro di poesie ed era stato ospite decine di volte al Maurizio Costanzo Show. Parlo ovviamente di Joe con cui, in appena una ventina di giorni del ‘94, ho partorito Cerniera lampo, un sapido romanzo di de-formazione che l’anno scorso, esattamente vent’anni dopo la prima pubblicazione (che risale al ’96) è stato rieditato per le Edizioni Il Foglio di Gordiano Lupi. In questi vent’anni ci eravamo un po’ persi, “ognuno a rincorrere i suoi guai”, e ritrovarsi ha rappresentato un piacere così intenso che abbiamo subito ripreso a lavorare insieme, stavolta a un abbozzo di romanzo di tanti anni fa, rimasto imperfetto e incompiuto. Lo abbiamo usato come punto di partenza per rimetterci al lavoro e alla fine avevamo tra le mani un romanzo tutto nuovo e contemporaneo, che è Il grande chihuahua. Le letteratura per “cuori solitari”? In musica ci sono i solisti e le band, non vedo perché non si possa fare altrettanto in letteratura. Nel libro si citano spesso i Beatles, uno dei migliori lavori di squadra di tutti di tempi. Lennon e McCartney (ma anche Harrison e persino Ringo Starr) hanno prodotto ottime cose senza l’altrui contributo, ma certamente i Beatles al completo erano tutta un’altra storia.

Mi rendo conto di aver citato nella precedente domanda solo gente che di riffa o di raffa ha avuto a che fare con fantasy e fantascienza. In effetti non c’entra niente con il vostro libro, ma siccome tra i pochi lettori motivati ci sono gli appassionati di Sci-fi e simili, forse queste righe ci garantiranno un pietoso click in più. A meno che non vogliamo davvero sperare nell’interessamento dei poseur che infestano la Rete e alcuni quartieri alla moda delle grandi città. Quella è gente che vuole solo pubblicare, pubblicare, pubblicare. Non gliel’aveva detto nessuno che bisognava pure leggere. Ma a proposito, voi che state leggendo, carusi? Per favore non fatemi anche voi la parte “leggo solo classici”.
JOE: Leggo di tutto, sono disordinato e ne sono fiero. Sono innamorato di Liala: ha creato un monumento letterario in cui ero(t)ismo e leggiadria si mescolano in una lingua di singolare dolcezza e raffinatezza. Non è solo chincaglieria da bancarella. Adoro Céline (e Caproni geniale traduttore: meno il poeta) e il Cocteau de La voix humaine e del Libro bianco. Mi commuove Gadda, mi intristisce Bassani, mi inquieta Houellebecq. Else Lasker-Schüler è ospite fissa del mio comodino col suo Blaues Klavier e mi augura la buonanotte da anni. Uno ganzissimo del XVIII secolo? Matthias Claudius (Die Sternseherin Lisa o la più celebre La morte e la fanciulla). Poi trovo estremamente toccante la lettura di Rainer Kunze, Jürgen Fuchs e in generale degli autori della ex DDR con la loro esperienza: con uno di loro, di quella generazione (Klaus Rohleder, il “Beckett del Vogtland”, Bundesverdienstkreutz 2011, ma a suo tempo sottoposto a minacce, perquisizioni e boicottaggi dal regime) ho avuto tra l’altro l’onore di collaborare per alcuni progetti di teatro musicale (naturalmente ignorati qui da noi). E, in ultimo, Arnold Schönberg, un grande compositore che è anche un brillante scrittore: lo stile letterario della Harmonielehre, ma in generale di tutti i suoi scritti teorici, è di una esattezza ed eleganza ineguagliabili, tale per cui anche i profani possono comprenderlo e godere dappertutto, persino nel cervello.
LUCA: Come Joe, negli anni ho accumulato libri e interessi, diventando un lettore sempre più disordinato e caotico, per cui tengo decine di libri sul comodino, non necessariamente di narrativa, e la sera ne apro uno in base all’umore, riprendendo lì dove ho inserito il segnalibro. Tra questi libri comunque non mancano mai uno Stephen King, da sempre il mio autore preferito, un autore italiano contemporaneo (va bene l’esterofilia, va bene leggere i classici, ma anche tenersi informati sulle più recenti tendenze nostrane è necessario), un autore polacco (mia moglie è polacca e da un decennio esploro quella meravigliosa cultura mitteleuropea) e qualche raccolta di racconti. In questo momento frullo allegramente la lettura de Le nostre assenze di Sacha Naspini, Notte, giorno e notte, romanzo polifonico di Andrzej Szczypiorski e divoro un Mammut della Newton Compton dal titolo Storie di vampiri, un migliaio di fitte pagine con dentro settanta autori e il meglio della narrativa breve sull’argomento, non vedendo l’ora che esca, a gennaio per l’editore Morellini, l’antologia da me curata dal titolo I signori della notte. Storie di vampiri italiani. L’horror è un genere a cui tengo molto, che fin dall’adolescenza mi porta lontano con l’immaginazione, ma anche vicino ai grandi tempi dell’esistenza, compreso il più grande, che paradossalmente è il tema della non-esistenza, cioè la morte. Non disdegno ovviamente anche gli altri generi, dalla letteratura “colta” (come se l’horror non lo sia), al giallo, dalla fantascienza che hai citato alla narrativa ucronica e distopica: il Nobel a Ishiguro mi ha spinto a riprendere in mano un libro che avevo acquistato tempo fa e poi colpevolmente ignorato, Non lasciarmi, che appartiene a quest’ultimo filone.

Non c’è due senta tre? O vi fermerete qua? Non vi siete mai chiesti anche voi come sia possibile che ci sia tutta questa gente che scrive, a Siracusa? L’Italia intiera è invasa da una quantità così mostruosa di romanzi che a leggerli tutti ci vorrebbero cento vite. Almeno voi, o saggi e virtuosi amici, frenerete la vostra vis creativa? O anche voi siete stati sopraffatti dall’urgenza espressiva?
JOE: C’è sempre stato, da che mondo è mondo, chi vuol dire qualcosa e chi ha qualcosa da dire. Il sistema democratico nell’arte non funziona: essere creativi non implica l’essere artisti. Una cosa è il bricolage, un’altra è lo stile, la ricerca, l’intuizione. E altra cosa è anche il garbato buon senso di ritirarsi in buon ordine, se e quando si capisce che magari non si è cavato un “buco dal ragno”. Il discorso è vetusto. Una volta era più difficile, oggi chiunque dispone di una tastiera e di un software. E quindi, chiunque scrive. Florence Foster Jenkins diceva: “potranno anche dire che ho cantato male, ma nessuno potrà dire che non ho cantato!”. Ma non mi dà fastidio, anche perché io stesso potrei essere una Florence delle tante. Ma sì, che scrivano pure tutti! Siamo un popolo di poeti, ci piace fare poesia e dunque andiamo a capo, se ciò serve a darci per un attimo l’illusione di aver prodotto qualcosa di buono, di utile, e dunque di valere qualcosa. Magari sarà il soggetto del nostro prossimo romanzo!
LUCA: Ci sono rispettivi altri progetti all’orizzonte che necessitano di essere seguiti, ma non è escluso che torneremo un giorno a scrivere un terzo romanzo: un’ispirazione ci era persino arrivata, chissà se un giorno o l’altro riusciremo a  concretizzarla. Sinceramente non so perché si scriva e si pubblichi così tanto, a Siracusa come altrove, né m’interessa. Io sono in buona fede, sento addosso non dico un innato talento ma di certo una vera passione, una vocazione che mi ha messo in testa di costruirmelo, quel talento, pian piano, con fatica. Pubblicare anche libri a volte “sbagliati” fa parte di quella gavetta che ho sentito di dover fare. Pubblicare è la logica conclusione del processo di scrittura, un processo di comunicazione che necessita di un pubblico, foss’anche di soli venticinque lettori. E se qualche editore pensa di arrivare a un pubblico più ampio con il mio libro, gli lascio volentieri la sua speranza, condividendola. Certamente gli editori dovrebbero darsi da fare per ridurre la quantità e alzare la qualità, ma un editore è prima di tutto un business man e fa i suoi calcoli secondo criteri economici che non mi appartengono. Mi piacerebbe che un editore sentisse non solo la necessità di un immediato guadagno, ma anche il dovere morale di sfornare libri che, una volta ritrovati tra le macerie di un olocausto nucleare tra mille anni, potessero fornire qualche traccia della nostra esistenza, del nostro tempo, essere dei messaggi in bottiglia per i posteri. Mi piacerebbe scrivere un libro, un giorno, che fosse funzionale a tale scopo. Invece con Joe ho scritto Il grande chihuahua e chissà cosa penseranno di noi i posteri! Diranno che nel 2017 eravamo tutti matti! E chissà, forse avranno ragione loro.

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Minimum Story 6 – Intervista a Daniele Di Gennaro

venerdì, Novembre 3rd, 2017

E’ impossibile raccontare la storia di una casa editrice senza raccogliere la testimonianza di alcune delle persona che ne hanno fatto parte fin dall’inizio. Oggi sono felice di ospitare un’intervista che Daniele Di Gennaro, editore di Minimum Fax fin dagli esordi, ci ha concesso. Lo ringrazio per la sua infinita disponibilità.


Allora, Daniele, Minimum Fax nasce come rivista letteraria e poi, dopo qualche tempo diventa una casa editrice a tutti gli effetti. Mi stavo chiedendo in primo luogo cosa vi passava per la testa in quei momenti e poi com’era la situazione delle case editrici a Roma in quel periodo. Mi sono fatto l’idea che l’ambiente favorisse il fiorire di idee nuove e di avventure culturali.

Tutto è nato nel 1992 a Roma, in un corso di scrittura. Uno dei primi, prima della proliferazione del genere. In un pub romano degli scrittori importanti ci raccontavano la giornata artigianale e il loro mestiere. La passione per la letteratura che fino ad allora avevo vissuto da solo o in relazione con pochi, aveva per me la prima esperienza come esperienza collettiva: la condivisione del peso dell’incertezza rispetto al mondo editoriale era condivisa fra tanti, pesava dunque meno che nell’isolamento in un angolo velleitario e quasi onirico. Roma in quel periodo vedeva fiorire un numero importante di marchi editoriali indipendenti (E/O, Castelvecchi, fra i tanti altri) che diffondevano un clima del “si può fare”, generando una scena alternativa alle grandi case editrici del Nord, che ereditavano idea di industria, soldi e know how. Il non aver avuto poi un rispetto sacrale dell’editoria e della pubblicazione (allora studiavo Giurisprudenza, se avessi seguito Lettere, forse non mi sarei mai permesso di fare l’editore poco dopo i vent’anni) ha facilitato l’iniziativa di Minimum fax, la prima rivista di letteratura via fax, nata poco dopo in piena era pre-Internet. Inediti, racconti brevi, poesie, spedite da un pc portatile sui fax (definiti per l’occasione “rotative domestiche”) degli abbonati “telefonici”. L’unico modo per distribuire, impaginare, ed essere letti senza avere soldi. Gli abbonati pagavano circa 70.000 lire all’anno per ricevere 12 numeri mensili (di circa 10 fogli A4).

C’è stato un momento in cui ti sei detto “ora sono davvero un editore”? E soprattutto cosa significa allora per te essere un editore e cosa significa ora.

Salone del Libro di Torino 1994: fu li che mi chiamarono così per la prima volta. Da lì piano piano una consapevolezza che è cresciuta molto gradualmente. Grazie anche a fiere editoriali come quella, dove si potevano incontrare e interrogare tanti operatori del settore editoriale. L’orologeria produttiva dei tanti diversi mestieri dell’editoria si è rivelata in questo modo.

L’editore: ho vissuto questo ruolo di mediazione fra ricerca e lettori con molta insofferenza per quello che era sempre stata considerata prima l’editoria. Tutto era fondato sul peccato originale del non aver letto ancora, siamo stati allevati sotto lo schiaffo del “leggi, se no resti ignorante”, l’Editore con la E maiuscola  aveva un’aura quasi sacerdotale, dalla quale proveniva qualcosa di necessario, dall’alto verso il basso. Il mio rapporto con la lettura è sempre stato un’occasione, un divertimento, un viaggiare perdendomi nell’immaginazione e nelle esperienze altrui, così da vivere in quantità enormi rispetto a quello che avrei vissuto chiuso nell’angolo della mia singolarissima prospettiva. Qualcosa di liberatorio, più che salvifico.

Il mondo dell’editoria tradizionale risente molto della Cultura usata come potere, in chiave quasi punitiva. Ha anche un che di ridicolo ogni ruolo nella divisione “dipartimentale” dei suoi mestieri chiave, una gerarchia piramidale che non prevede gregari: sono tutti capi: Capo Redattore, Capo Ufficio Stampa, Direttore Editoriale, Direttore di collana. In una guerra di posizione senza soldati, senza considerare le persone, il ruolo fondamentale dei lettori senza i quali non esisterebbe nulla.

Allora, e oggi più che mai, trovo quindi ridicola la postura dell’editore omnisciente: siamo sempre debitori con qualcuno di tutto quello che abbiamo avuto la fortuna di conoscere, leggere, capire. Il bello del mestiere dell’editore per come lo vivo è essere sempre circondati da qualcuno più bravo di te in qualcosa. Una delle condizioni più stimolanti fra quelle che si possono immaginare.  Un tempo c’era un muro di intransitività fra editore e lettore, oggi grazie ai tanti canali di possibile comunicazione, molti lettori competentissimi fanno da continuo stimolo alla nostra ricerca. Fare l’editore, significa in estrema sostanza ascoltare, accogliere, riconoscere, restituire, imparare, meravigliarsi.

Dando un’occhiata al vostro catalogo, in particolare a quello dei primi 3 anni, ci si accorge che l’approccio con la narrativa è stato molto cauto. Filigrana è una collana di saggistica. Sotterranei è partita con la poesia. Per recupera un vero e proprio libro di narrativa si deve far riferimento al fuori collana “Shamrock. Antologia della nuova letteratura irlandese” del 1994 e “Passo e chiudo” di Francesco Apolloni del 1997 che pure è un testo molto particolare e difficilmente inquadrabile. Da cosa deriva questo approccio? E’ stata una scelta precisa? Perché vista da fuori sembra quasi che vi interessasse di più il dietro le quinte della scrittura.

Tutto questo inizio esprimeva la nostra passione per la saggistica letteraria e per la teoria della scrittura. La serie Macchine da Scrivere (Writers at Work di Paris Rewiew/Penguin) fu per noi molto significativa. Altro elemento era l’impossibilità (Minimum fax è nata senza alcun capitale iniziale) di mettere sotto contratto autori di narrativa di un certo rilievo, essendo noi allora pressoché sconosciuti.

Presa un po’ di forza col passare del tempo, e vagliati un numero di manoscritti sempre crescente, abbiamo guardato alla contemporaneità e alla narrativa del nostro tempo come un obiettivo non eludibile. Che ci ha portato poi ai “classics”, ai padri dei nostri contemporanei, indicati come parte del loro debito intellettuale e letterario.

Mi collego alla domanda precedente. Come avete scelto le prime pubblicazioni. I due filigrana che sono usciti assieme dalla tipografia “Segreti d’autore” e “Scrivere è un tic” o la riscoperta di Lawrence Ferlinghetti?

Gli autori dei primi due (Luigi Amendola e Francesco Piccolo) partecipavano ai corsi (il primo come docente, l’altro, come me, come discente), e diedero vita al primo gruppo di ragionamento, il loro ruolo fu decisivo, essendo già lettori “strutturati” e professionali. Ferlinghetti era stato contattato, incontrato e intervistato dalla stessa rivista:  era sparito dalle pubblicazioni in italiano da più di vent’anni, fu felice di ritornare nella sua Italia con la raccolta di poesie Scene Italiane, che portava un suo dipinto in copertina.

Tra il 94 e il 99 Minimum Fax era presente sul mercato editoriale con le seguenti collane. “Filigrana”, “Sotterranei”, “Struffoli”, “Le macchine da scrivere”, “I libri di Carver”, “I quaderni dello straniero”, “Fuori collana”. Se si escludono i casi in cui i nomi delle collane sono “parlanti” ci potresti raccontare come sono nati i nomi storici?

Filigrana è il mestiere dello scrittore, che traspare in controluce attraverso la sua opera. Sotterranei, evidentemente, fu un omaggio a Kerouac e al suo romanzo omonimo uscito nel 1958, Struffoli, un nome giocoso per la collana comica che esordì con Bucchi e Staino (libretti piccoli come le palline del dolce napoletano).

Il motivo per cui mi sono concentrato sul quinquennio 94/99 è principalmente uno. Tutti gli elementi che contraddistingueranno il successo editoriale di Minimum Fax sembrano già evidenti. Da un lato abbiamo l’attenzione alla musica, al cinema e più in generale a tutte le forme d’arte. Dall’altro c’è la poesia, la narrativa più “convenzionale” e quella più sperimentale. C’è qualche elemento di quella prima Minimum Fax che si è perso con il tempo o credi che la casa editrice rispecchi tuttora la stessa varietà e la stessa natura?

La varietà dei generi di collana nasce dalla considerazione seguente: la trasformazione dei linguaggi nasce dallo stesso sentimento sociale (o “senso comune” come lo definì Raffaele La Capria, uno dei docenti dei nostri seminari che per quel che mi riguarda lasciò un forte segno nella nostra esperienza): gli autori che non vogliono ereditare passivamente un canone stilistico o strutturale, gli innovatori, appunto, forzano una lingua per crearne un’altra. Un atto liberatorio per sé e per chi legge. Una linea orizzontale generata dai vertici delle varie arti costituisce una sorta di altopiano, dove si incontrano i linguaggi evoluti, spinti da questo bisogno espresso dagli artisti, che corrisponde a quello latente dei fruitori. L’editoria si salva quando esce dalla trincea editoriale, che per definizione, in quanto trincea, rischia di avere un endemico difetto di visuale. Frequentare con lo sguardo le evoluzioni musicali, grafiche, cinematografiche, letterarie, ha la forza di imporci l’uscita da un ambiente unico che a volta rischia di diventare un piccolo campionato asfissiante, autoreferenziale, ad alto rischio di ripetitività.


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Intervista a Paolo Cognetti

lunedì, Febbraio 20th, 2017

Crediamo che Paolo Cognetti non abbia bisogno di lunghe introduzioni. Conosciuto agli amanti del genere come scrittore di racconti “Manuale per ragazze di successo”, “Una cosa piccola che sta per esplodere” editi per Minimum Fax e il romanzo per racconti “Sofia veste sempre di nero” sempre Minimum Fax, ora Cognetti è in tutte le librerie con “Le otto montagne“. Primo romanzo vero e proprio edito da Einaudi. Il libro ha avuto un enorme successo ancora prima della pubblicazione avendo venduto i diritti per la pubblicazioni in oltre 30 paesi. Oggi su Senzaudio ospitiamo un’intervista davvero interessante. Ringraziamo l’autore per la disponibilità.

Tu sei considerato uno degli scrittori di racconti italiani più capaci. “Le otto montagne” però è un romanzo e forse non tutti i lettori si aspettavano un salto di questo tipo. Tanto più che il romanzo ha avuto un incredibile successo in Italia e all’estero. La prima cosa che mi viene da chiederti è se ad un certo punto della stesura tu non ti sia trovato in difficoltà nella transizione tra il racconto e il romanzo. Spesso sento dire che il romanzo è un racconto dilatato, ma in realtà, secondo il mio parere, stiamo parlando di due sostanze diverse.

Credo anch’io che siano due forme narrative diverse, e infatti è stata un’esperienza di scrittura diversa da quella a cui ero abituato. Nel racconto riscrivevo moltissimo, sentivo il bisogno di curare con estrema attenzione l’economia e il funzionamento della storia, mi sembrava di costruire un meccanismo ad alta precisione. La scrittura del romanzo è stata più fluida, meno lavorata. Avevo una storia importante da raccontare e sentivo di non dover fare altro che seguirla, senza arginare o ostacolare il flusso ma andando giù con la corrente. Quanto al pubblico, io credo che i miei vecchi lettori abbiano aperto il libro con qualche sospetto ma poi si siano accorti che questo non è stato un passaggio imposto né forzato: ho scritto un romanzo perché mi veniva di farlo, avevo una storia lunga da raccontare ed era giusto così. Mi stava anche un po’ sulle balle quella definizione che avevo addosso, giovane-scrittore-italiano-di-racconti, perché uno scrittore è uno scrittore e basta, e devo ammettere che ho cominciato il romanzo con un certo sentimento di sfida, un “adesso vi faccio vedere io” che di solito fa bene alla scrittura.

Leggendo il libro ho avuto l’impressione che la montagna, forse la protagonista indiscussa del romanzo, non sia mai la stessa per tutti. Cosa significa secondo te la montagna per Bruno e cosa significa per Pietro?

Per Bruno è una patria, per Pietro l’altrove, l’avventura. Solo che per Bruno rimane una patria per tutto il libro, per Pietro invece il suo significato cambia. Diventa, poco a poco, memoria. Pietro bambino arriva a Grana sentendo nell’aria l’odore del destino, per Pietro adulto lo stesso odore porta i ricordi. “Non c’è niente come la montagna per ricordare”, gli dice a un certo punto un vecchio sul sentiero, e Pietro scopre che è anche per lui è così. Un po’ alla volta la montagna diventa una casa, o meglio un luogo in cui tornare a se stessi. È così anche per me.

In alcune delle recensioni che ho letto a “Le otto montagne” mi sono trovato di fronte ad una dicotomia tra città e montagna, mentre a me è sembrato di leggere una storia in cui le due entità dovessero essere considerate complementari. L’una al servizio dell’altra. Entrambe necessarie a una parte di noi. Ho preso un abbaglio?

La città appartiene a un’età non raccontata della vita di Pietro, quei dieci anni tra i venti e i trenta in cui la storia fa un salto per ritrovarlo adulto. Non direi che nel romanzo abbia qualche valore positivo. Pietro bambino la vive come una prigione, Pietro ragazzo cerca di impossessarsene e per avere una città tutta sua se ne va da Milano a Torino, Pietro adulto se ne disamora una volta per tutte e scappa via. Su Bruno la città non esercita alcun fascino, per Pietro diventa il luogo di un passato senza nostalgie. Non c’è più niente in città per lui e a trentacinque anni se ne va volentieri a vivere in Nepal. Insomma, se la tua teoria è che città e montagna sono necessarie e complementari direi che questo romanzo non è una buona dimostrazione.

A quanto pare continuano a dirci che in Italia il racconto non trova terreno fertile. Viene venduto poco e viene letto ancora meno. Cosa ne pensi tu di questa affermazione e hai per caso avuto delle “pressioni” per scrivere un romanzo oppure ti è sembrato che fosse il momento giusto e che avessi la storia giusta per farlo?

Ma non è che “continuano a dirci”, non c’è mica un complotto contro il racconto: sono i dati di vendita delle librerie. E non sono dati italiani ma europei, solo in America c’è qualche rara eccezione (e anche quello è in buona parte un mito: prova ad andare da un editore americano con una raccolta di racconti). Che il racconto si legga poco è un fatto: io direi semplicemente che i lettori di racconti costituiscono un pubblico più piccolo, colto, esigente, appassionato, rispetto al pubblico più generalista e saltuario del romanzo. Personalmente non ho ricevuto nessuna pressione, anche perché non avevo nessun contratto da rispettare: ho scritto prima il progetto di romanzo, poi ho cercato un editore. Avrei potuto continuare a scrivere racconti. Però sentivo, dopo “Sofia si veste sempre di nero” (la mia terza raccolta che era quasi un romanzo) e dopo “A pesca nelle pozze più profonde” (in cui ho messo nero su bianco tutto quello che so sull’arte di scrivere racconti) di avere esaurito quella forma, almeno per il momento. L’ho letta, studiata, sperimentata in tutti i modi, e questo significa che sono molto consapevole di cosa sto facendo, forse troppo, quando scrivo un racconto. Il romanzo era un territorio ignoto, in cui ricominciare daccapo. E a me la vita da scrittore piace avventurosa.

“Le otto montagne” ha avuto un successo travolgente. In Italia lo stanno leggendo praticamente tutti. Uscirà in almeno un’altra trentina di paesi stranieri e non faccio fatica a vederne nascere un film. Mi chiedevo se ci potevi raccontare quali sono state e sono tutt’ora le tue sensazioni in merito a questo enorme successo. C’è qualcosa che ti spaventa?

Sì, qualcosa mi spaventa. Prima però voglio dirti che questo successo è stato, almeno in parte, costruito nel tempo. Non sono più giovane e non sono un esordiente. Ho scritto diversi libri prima di questo, tra cui “Sofia si veste sempre di nero” e “Il ragazzo selvatico” sono stati molto letti in Italia e tradotti in paesi come Francia, Olanda, Spagna, Germania. C’è stato un percorso editoriale lungo dodici anni prima di arrivare al romanzo e a un grande editore come Einaudi. Poi quello che è capitato dopo non era prevedibile: i trenta editori stranieri che hanno comprato il romanzo in autunno, ancora prima che uscisse in Italia, e il successo di questi tre mesi in libreria (a me sembra già una vita). Le sensazioni: sono felice e un po’ travolto. Felice soprattutto perché il sogno di vivere dei miei libri si è realizzato, e quando l’ho espresso, anni fa, sembrava una follia. Travolto dagli impegni da cui ora dovrò sfuggire per riprendere possesso del mio tempo. Non ho paura di perdere la testa, mi sento abbastanza solido per provare a usare questo successo nel modo giusto, cioè per fare le cose che ho voglia di fare, cose belle, e nient’altro.

Vorrei concludere con una domanda più ampia. Quali sono secondo te le caratteristiche che fanno di un racconto un grande racconto? Quali sono le cose che cerchi in ciò che leggi e che magari provi a mettere dentro a ciò che scrivi?

La domanda è troppo vasta, provo a risponderti pensando a questo libro e a quelli che ho preso a modello per scriverlo. Per me un grande racconto non può fare a meno di un luogo, una paese che lo scrittore racconta come se fosse il suo ultimo abitante, e dovesse lasciarne memoria all’umanità. Nel paese c’è un paesaggio, una lingua, un’umanità, un senso di appartenenza, un’urgenza della scrittura. E delle relazioni forti, che sono il cuore di una storia. Penso a Hemingway o a Karen Blixen, a Natalia Ginzburg o a Rigoni Stern. Questo è, al momento, quello che cerco negli scrittori che amo.

 

Bodi Gianluigi

A letto senza cena, puoi divorare un libro. Luca Iaccarino (Edt)

lunedì, Maggio 23rd, 2016

Luca Iaccarino è uno scrittore, giornalista e critico enogastronomico torinese. Ci incontriamo alle 12.15 di un venerdì alla trattoria Barbagusto di via Belfore a Torino. Abbiamo un appuntamento per parlare di food e letteratura senza vincoli, come ad un pranzo di nozze al quale si decida di partecipare rispettando la regola del dire sempre di sì. Luca è Food Editor di Edt, piccola grande casa editrice torinese (si perdoni il cliché), che proprio quest’anno compie 40 anni. Una storia iniziata nel 1976, specializzandosi in saggistica musicologica e avviando l’edizione italiana delle Lonely Planet. Negli anni si sono aggiunti ulteriori brand: Giralangolo, catalogo dedicato alla narrativa per ragazzi, e il celeberrimo marchio Marco Polo.

Arriviamo accaldati dal primo vero sole della stagione, seppur pronto a essere tradito da un maggio infame che obbliga ancora a sciarpe e maglioni di lana intrecciati. Luca comincia raccontando come sia iniziata la sua avventura con Edt e come gli sia venuta l’idea di progettare la collana Allacarta, nella quale grandi narratori italiani raccontano per ogni viaggio una storia di esplorazione dei luoghi e dei rapporti umani legata al food. In ordine di uscita: Cognetti – New York, Enia – Roma, Malvaldi – Barcellona, Bajani – Berlino, Geda – Tokyo, Culicchia – Pechino e – ultima uscita della collana – Sara Porro con il Perù (Manuale di sopravvivenza amazzonica per signorine di città, Edt, 2016, pp. 127, € 8.90).

La chiacchierata è accompagnata da un bicchiere di vino bianco, rotondo, servito in un bicchiere freddo, con le gocce perfettamente distinguibili su tutta la superficie. L’aroma è intenso, il corpo leggero, i profumi profondi, il colore di un giallo cereo velato d’argento. Una gioia per i sensi.

Insieme al vino arrivano olive taggiasche e polpettine di pesce. Per non tradire uno dei principi della drammaturgia cari ad Anton Cechov, «se in un romanzo compare una pistola bisogna che spari», se su una tavola compare un aperitivo, bisogna mangiare. Considerato il contesto gioviale, Luca decide di prenderla alla lontana: «Lavoravo in una piccola casa editrice che pubblicava I Cento di Torino ed ExtraTorino. Lottavamo ogni giorno con il budget, finché abbiamo deciso di guardarci intorno per proporre il nostro lavoro a qualche casa editrice più strutturata, così è nato l’incontro con Edt. La casa editrice non aveva mai avuto una collana sul cibo, così appena arrivato il proprietario mi disse: “Luca, devi inventarti qualcosa”. Mi misi a pensare e mi venne in mente che ancora prima di quella richiesta avevo sempre pensato al cibo come al racconto del contesto e non del piatto come protagonista. Per questa ragione ho subito escluso i giornalisti del food e gli addetti ai lavori. Volevo uno sguardo capace di andare oltre e poteva garantirlo solo uno scrittore. Così ho cominciato a contattare quelli che avevano la maggior sensibilità sul tema food e sul piacere di stare a tavola, che per me è alla base di ogni buon rapporto. Il secondo presupposto era che non avessero influenze, rapporti lavorativi con ristoranti o doveri correlati a recensioni. La terza regola era la leggerezza. Nessun altro vincolo».

Nel frattempo arriva un secondo bicchiere di vino bianco insieme ad un piatto di crostini di pane conditi con l’olio, proprio mentre l’argomento verte sul criterio di selezione degli autori: «Cognetti mi è stato suggerito. Non lo conoscevo. Credo sia un narratore strepitoso e sono sicuro che avrà un grande futuro, ma soprattutto conosce perfettamente New York ed era la persona giusta per raccontarla. Me ne sono convinto quando ci siamo trovati a tavola e ho capito che condividevamo l’amore per le osterie. Malvaldi è un nome di richiamo, ma quello che più apprezzo della sua scrittura è il piacere che ha nel raccontare la famiglia nei suoi scritti; mi ritrovo molto in questo. Con Geda ci conosciamo da una vita e lui è stato uno dei primi con cui ho condiviso il progetto, anche se poi nello specifico il suo libro è uscito successivamente. Per Bajani abbiamo preso la palla al balzo quando con la sua famiglia si è trasferito un anno a Berlino. Enia è sicuramente il più letterario di tutti i titoli, infatti la sua Roma, vuoi per lo stile di scrittura, vuoi per il tipo di città, è quasi mitologica. Culicchia è lo scrittore con maggior mestiere, quello capace di creare tormentoni, giocare con il lettore, inventare, alternando tutto questo a riflessioni importanti sul rapporto tra modernità e antichità, sulla censura e sui luoghi comuni. Sara (Porro, ndr) invece è stata una scommessa. Lei è quella per lavoro più vicina al food, ma ha un grande talento come narratrice, così ci abbiamo provato e a mio parere ha scritto un libro eccezionale».

Se la letteratura è come un pasto composto da più portate, è arrivato il momento di sedersi a tavola, per davvero, ma prima è ancora tempo di un altro bicchiere di vino, il terzo, e questa volta il gestore lascia la bottiglia: «Le prossime uscite saranno Cristiano Cavina, che farà Napoli – giocando sul fatto che lui le pizze le sa fare davvero – e Piersandro Pallavicini, che andrà a Londra insieme a sua figlia. Londra appare spesso nei suoi libri, per cui ci è sembrato sensato assegnarla a chi la conosceva davvero bene».

Il vino comincia a fare effetto. Nel frattempo la trattoria si riempie di amici, che – uno alla volta – si aggiungono alla nostra tavolata. Per pranzo serviranno tajarin con burro, acciughe e limone, ma prima Luca commenta il fenomeno del food in tv e del successo di programmi ambientati in cucina e documentari come Cooked, che grazie alla rivoluzione messa in atto da Netflix ha permesso la conoscenza di autori come Michael Pollan: «Per quanto riguarda i talent show, vale ovviamente la regola del conflitto per una questione di share, ma recentemente mi sono imbattuto in un programma di cucina in cui viene ribaltato il valore sulla presunta incapacità del partecipante. Lo chef si mette al fianco di chi cucina e consiglia attingendo alla sua esperienza. E’ finalmente un modo per imparare qualcosa da questi programmi».

Il pranzo termina con polpette di fegato di maiale, champagne, caffè e amaro, ricordando che questo era un incontro di lavoro.

Un ultimo appunto: passato il fine settimana ci siamo ritrovati con Luca al Circolo dei Lettori per la presentazione di Manuale di sopravvivenza amazzonica per signorine di città, ultimo titolo della collana firmato Sara Porro. Per onestà intellettuale e dovere di cronaca, è bene sottolineare che al termine della presentazione abbiamo favorito del buffet: chips di platano, mais fritto e pisco sour. Il resto si può trovare nel libro di Sara.

Intervista a Ezio Sinigaglia

giovedì, Maggio 12th, 2016

Ho avuto la fortuna di scambiare quattro chiacchiere con Ezio Sinigaglia, quanto segue e il resoconto della nostra conversazione.

Alla fine del testo sono riportate la data di inizio e di fine del processo di scrittura. Un periodo breve, l’impressione è che lei abbia scritto “Eclissi” quasi spinto da un’urgenza interiore.

La datazione che appare in fondo all’ultima pagina di Eclissi è veritiera e insieme fuorviante. Cominciai effettivamente a scriverlo a Milano il 20 marzo 2014, cioè un anno esatto prima dell’eclissi che mi aveva dato l’idea di partenza. Nei giorni o al massimo nella settimana successiva scrissi il primo capitolo e alcune pagine, non più di quattro, del secondo. Ripresi il lavoro due mesi dopo, una volta arrivato in quello che chiamo “il mio eremo”, a Poggio Martino, in Tuscia, verso la fine di maggio. La composizione del romanzo è stata quindi in realtà ancora più rapida di quanto le date non dicano. Direi quasi febbrile. Perciò affermare che ero spinto da un’urgenza interiore non è certo fuori luogo. Devo ammettere che ultimare un romanzo in un tempo così breve non è cosa consueta, per me. Ma, prendendo il termine “urgenza” nell’accezione di “bisogno” più che in quella di “fretta”, posso dire che io scrivo sempre così e che, da quasi quarant’anni a questa parte, il mio metodo (tutt’altro che metodico) di lavoro non è per nulla cambiato. In assenza di questa necessità interiore, non scrivo. Quando metto mano a un romanzo di dimensioni più cospicue, procedo – se posso prendere in prestito questo termine medico – per poussées, con ardenti fasi acute, di durata variabile, e lunghi periodi di remissione. Per un romanzo breve come questo, due poussées, un fuoco di paglia marzolino e un poderoso incendio di giugno, sono bastate. Non vorrei scandalizzare i lettori, perché certe verità vanno contro la morale corrente: il fatto è che io credo nell’ispirazione. Non so bene che cosa sia, né da dove venga, ma ci credo. E credo anche che chi non ce l’ha, chi non la sente, farebbe meglio a non scrivere affatto. Ho scritto migliaia di pagine senza ispirazione, a puro scopo di sopravvivenza, e so bene quanto sia faticoso e fino a che punto questa fatica lasci le sue pesanti tracce fra le righe. Se non è per la pagnotta, non ne vale la pena, dal punto di vista dello scrittore. Per il lettore, poi, un libro privo di ispirazione non vale neppure il suo modesto – quando è modesto – prezzo di copertina.

Akron decide di regalarsi un ultimo viaggio e come meta sceglie una piccola isola con l’idea di assistere ad un’eclissi di sole totale. Mi è sembrato interessante che lui cerchi una sorta di luce della verità nel bel mezzo di una oscurità totale. Come le è venuta questa idea?

Penso che le idee, le buone idee narrative, non mi vengano dall’esterno, dal caso, da una visione improvvisa e fulminante, ma che stiano nascoste dentro di me per molto tempo prima di salire alla superficie. Ricorrerò ancora una volta a un termine medico: le idee attraversano una lunga fase “subclinica”, senza dare segni di una certa importanza finché non abbiano accumulato una forza sufficiente per manifestarsi sotto forma di sintomi acuti. L’idea dell’eclissi si è probabilmente insinuata nel mio organismo oltre mezzo secolo prima di dar vita a questo romanzo. Nel febbraio del 1961 ebbi la fortuna di assistere a un’eclissi totale di Sole, in Liguria. Non avevo ancora compiuto tredici anni e ne riportai un’emozione fortissima che, negli anni e decenni successivi, di tanto in tanto riaffiorava in me assumendo l’aspetto ingannevole del desiderio: mi sembrava di voler provare di nuovo quell’emozione, almeno una volta, da adulto, per riuscire a separare quel che – nell’emozione – era proprio dell’infanzia da quel che apparteneva allo spettacolo in sé. Quando, nel marzo del 2014, in una delle mie disordinatissime esplorazioni di internauta, appresi che il giorno dell’equinozio di primavera dell’anno successivo ci sarebbe stata un’eclissi totale di Sole che avrebbe interessato il Polo Nord, il desiderio trovò la sua soddisfazione in una forma diversa da (ma straordinariamente simile a) quella del viaggio di scoperta. Potevo delegare il viaggio a un altro corpo, quello del protagonista della storia, e assaporare di nuovo l’emozione di 53 anni prima. Perché quella data e quei luoghi abbiano tanto colpito la mia fantasia è presto detto. C’erano tre cose rare che confluivano in un unico evento: l’eclissi, l’equinozio e il Polo Nord. Tre cose che, ciascuna a suo modo, parlavano di luce e di tenebra. L’equinozio tiene in equilibrio la luce e l’oscurità, dividendole in due metà esatte. Il polo è il luogo in cui si hanno sei mesi di tenebra alternati a sei mesi di luce. L’eclissi è quello strano fenomeno per il quale le nostre due principali fonti di luce, una diurna e l’altra notturna, il Sole e la Luna, generano, sovrapponendosi l’una all’altra, la notte nel pieno del giorno. L’antica memoria dell’eclissi si mise finalmente in movimento e il piano risultò tracciato fin da subito. Scrissi l’incipit di getto: “Il suo progetto puntava dritto all’oscurità per cogliervi una luce”. Basta volgere alla prima persona il pronome possessivo, ed ecco il progetto del mio romanzo: puntare dritto all’oscurità per cogliervi una luce. Il più era già fatto. Dai paradossi, dai capovolgimenti del quotidiano nascono spesso le idee più interessanti.

Uno degli aspetti che ho apprezzato di più è l’uso della lingua. In particolar modo la precisione con la quale lei ha creato per Mrs Clara Wilson una lingua nuova perfettamente plausibile. E’ stato difficile cimentarsi in questa impresa?

No, per la verità non è stato difficile. Ho sempre amato le sperimentazioni linguistiche. Il mio primo romanzo, Il pantarèi, ne traboccava addirittura, e anche in quel libro c’era un personaggio femminile che parlava una lingua tutta sua. La difficoltà consiste piuttosto nell’integrare giochi di questo tipo nel corpo del racconto, facendoli scaturire con naturalezza e quasi per necessità dalle situazioni ambientali e dalle dinamiche dei rapporti. Il lettore non deve avere la sensazione di trovarsi davanti a un artificio: altrimenti la verosimiglianza ne soffrirebbe in misura inaccettabile. Ma è un problema, questo, che riguarda in generale la resa del parlato nei testi narrativi. La credibilità dei dialoghi è una delle sfide più serie che un romanziere debba affrontare e vincere, e ho sempre dedicato una un’attenzione quasi maniacale a questo aspetto del mio lavoro. L’italiano americanizzato di Mrs Wilson ha posto semplicemente qualche problema tecnico in più, quello ad esempio della coerenza delle trascrizioni fonetiche. Ritengo che problemi di questo genere, cioè squisitamente tecnici, siano di difficoltà modesta per ogni scrittore che si rispetti. Non c’è neppure bisogno di talento per risolverli: basta il mestiere.

C’è un particolare che mi ha incuriosito. Lei ha “battuto” molto sulla natura basaltica dell’isola, perché? C’è qualche motivo particolare?

Mi sembra di poter dire che in questo breve romanzo ci sono pochi personaggi veri e propri, ma parecchi impropri: vegetali, animali e inanimati. L’erba, gli uccelli, l’eclissi, la Stella Polare, il vento, l’oceano, la cattedrale scoperchiata… Fra questi personaggi non umani il basalto spicca indubbiamente per la sua presenza nera, muta e quasi ossessiva. Conosco bene la Sardegna, dove ho vissuto per circa vent’anni e che frequento ancora con una certa assiduità. È stata la Sardegna a insegnarmi il ruolo decisivo che la natura della roccia esercita nell’imprimere personalità ai paesaggi. La Gallura interna perderebbe gran parte della sua magia senza il granito. L’Anglona non avrebbe nemmeno un quarto della sua bellezza se le mancasse una delle due pietre, il calcare e la trachite, che ne compongono l’affascinante bicromia. E della stessa Cagliari che cosa resterebbe senza l’onnipresenza accecante del tufo? La roccia è la base e lo sfondo di ogni paesaggio. Akron è un architetto e lo sa bene. In un passo di pag. 61 le ragioni di questa attrazione si fanno esplicite: “Akron pensò che il carattere dell’isola era dato da quel basalto scuro e duro, che offriva a tutto la sua base solida, la sua reticenza cromatica contro la quale ogni colore era splendente, la sua ottusità incrollabile, così legata al basso e al vile, ma nelle cui cavità nidificavano gli uccelli. Si domandò per un istante perché questi basalti neri e forti, eroici e muti, lo incantassero come uno specchio e, insieme, lo impaurissero e schiacciassero come un karma.” Mi sembra che in queste poche righe il lettore possa trovare la giustificazione della presenza ossessiva dei basalti dal principio alla fine del romanzo. Fra il basalto e il protagonista esiste una paradossale analogia, e nella roccia nera, eroica e ottusa, così oscura da esaltare la luce e il colore di tutto ciò che la circonda, Akron arriva a leggere confusamente il proprio stesso destino. Come vede, il basalto è uno dei tanti luoghi simbolici del romanzo che parlano di luce e di tenebra, e del loro rapporto di forte dipendenza reciproca: in mancanza della tenebra la luce non può manifestarsi, mentre d’altra parte, se non conoscessimo la luce, l’oscurità non avrebbe nome.

 

Intervista a Paolo Morelli

venerdì, Aprile 22nd, 2016

E’ sabato, il sabato del Bookpride. Devo intervistare Paolo Morelli. Ho letto il suo libro e mi è piaciuto parecchio. Uso il tempo passato seduto in treno per raccogliere le idee, ma a raccogliere non sono mai stato bravo, sono sempre stato il migliore a perdere.
Girovago tra gli stand del Bookpride rompendo le scatole a tutti quelli che mi danno confidenza fino a che i corridoi si riempiono e poi all’improvviso mi presentano Morelli.
Mi chiede se possiamo fare l’intervista fuori perché ha voglia di fumarsi una sigaretta e mentre il fumo si fa trasportare verso l’alto da una leggera brezza che lo disperde nel sole io mi faccio coraggio e lascio uscire quello che scantona nella testa.

Vorrei iniziare dal titolo. Dopo aver terminato il libro la prima cosa a cui ho pensato è che la continuazione di “Né in cielo né in terra” era “c’è riposo” perché c’è questa mancanza che si identifica con gli espropri e gli sfratti che in qualche modo si riverbera nel sogno e in quella sorta di dialogo con l’aldià. Sì, esatto. Il libro lo dice anche, sono avvenimenti destinati a ripetersi. Io posso ipotizzare che il mondo dell’aldilà sia un po’ una cosa del genere in cui le cose continuano a riverberare come ci fosse una eco che poi forse andrà spegnendosi, ma che in questa narrazione continuano a ripetersi. Ognuno ha i suoi difetti e li perpetua in qualche maniera.

Il ruolo che ha il ghostwriter all’interno del libro è molto particolare. Solitamente un ghostwriter si estranea dal testo che scrive o almeno tenta di farlo. In questo libro invece il ghostwriter ci parla, interagisce con i personaggi e con noi. Sì, infatti poi lui lo dice, lui è sempre stato solidale, disponibile. Questa disponibilità lo porta a prendersi cura di quelli che sono stati poi dei miei amici,  non dimentichiamolo. Queste sono persone che hanno riempito molti dei miei anni. Ed è una cosa che io portavo dentro da molto quella di scrivere per gratitudine verso di loro.

C’è una cosa che a me è piaciuta molto, il libro sembra quasi una tela dipinta in cui compaiono questi personaggi. La tela poi viene interpreta dallo sguardo di chi la guarda, in questo caso dal lettore immerso nella lettura. Questi personaggi sembrano interpretare un ruolo come fossero personaggi fissi di una commedia teatrale che però hanno in sé qualcosa di tremendamente vitale e reale. Anche il professore che ciabattando in canottiera va a prendersi la borsa con le sigarette…
Il Professor Musonio Rufo, era uno stoicismo, uno dei capi dello storicismo a Roma. Maestro di Seneca e di Epitteto. I nomi sono nomi parlanti, sono stati scelti in base alle caratteristiche dei personaggi.

Mi scuso se le do l’impressione di saltare di palo in frasca.
No no, è come ragiono io solitamente.

Questo flusso di coscenza continuo, come è riuscito a crearlo?
C’ho messo moltissimo a scrivere questo libro, anche dal punto di vista tecnico. Perché sono partito da una delle cose che mi hanno riempito e mi hanno nutrito della gente che ho incontrato in quel periodo, lo spirito di contraddizione. Tipicamente romanesco. Oltre che una passione per le cause perse. Quindi partendo dall’assunto che in Italia i libri di narrativa presumono un lettore idiota, se non nel migliore dei casi un cliente, un sottoposto, io ho chiesto parecchio al lettore, specialmente all’inizio. Per farlo però ho dovuto cercare un meccanismo, una voce che fosse molto precisa e per trovare tutto ciò ci ho messo dieci anni. Nel senso che per dieci anni ho fatto il cronista sportivo per “Il Manifesto” e le cronache erano tutte incentrate su un dialogo, probabilmente un dialogo interno al tifoso. C’erano due aspetti, il cronista e il tifoso incallito e lì ho rodato questa lingua che poi ho utilizzato nel libro.

Io sono un lettore che cerca di cogliere sempre le sensazioni che nascono dalla lettura di un libro, aldilà di quelli che potrebbero essere i messaggi che lo scrittore aveva in mente. Ho trovato il suo libro molto crepuscolare, un libro da fine estate. La scena finale con quella frase su Roma (che non cito per non rovinare la lettura) racchiude un senso di fine.
Sì, anche se spero di aver evitato aspetti nostalgici perché quello che volevo comunicare era l’amore per un’epoca molto meno vera di questa in cui la coincidenza tra realtà e verità ci sta portando ad una visione sempre più ristretta. Una cosa che succede anche nella letteratura .

Cos’è per lei questo sfratto selvaggio, questo dover abbandonare forzatamente il proprio posto nel mondo?E’ uno degli aspetti di questa nuova forma che il potere ha assunto, del tutto nuova nei millenni. Oggi il potere impone ai sottoposti di credere che il potere non ce l’abbiano. Il potere oggi è anche dissidente, perseguitato, non lascia spazio per niente perché se sono loro i perseguitati non puoi avere voce in capitolo te. Quindi i ricchi si comprano i centri città, perché porta povero. C’era un mio amico borseggiatore che diceva che se vuoi borseggiare un ricco devi guardare uno che è vestito male, non uno che è vestito bene. Il povero tende a vestirsi bene, è il ricco che tende a vestirsi male, oggi. E’ una questione di dignità.

Editoria dell’immaginario – Intervista a Massimiliano Clemente di Tunué

giovedì, Ottobre 29th, 2015

Continuano i contributi sul mondo del fumetto e oggi, in occasione dell’apertura del Lucca Comics and Games 2015, intervistiamo il direttore editoriale di Tunué, Massimiliano Clemente. Allo stand di Tunué a Lucca potrete trovare molti autori italiani e stranieri disponibili per dediche e autografi e diverse novità in anteprima, tra cui l’edizione deluxe di Monster Allergy, che sarà presentata sabato 31 ottobre.  

Innanzitutto ti ringrazio per aver accettato di concederci un’intervista. Per prima cosa ti vorrei chiedere di presentare brevemente Tunué, la casa editrice di cui sei direttore editoriale. Com’è nata l’idea di definirvi “editori dell’immaginario”?

Dopo dieci anni di attività, posso dire che oggi la Tunué è una delle principali case editrici italiane specializzate in graphic novel, fumetti per lettori junior, saggistica sui comics, l’animazione e i fenomeni pop contemporanei, e da due anni abbiamo una collana di narrativa letteraria che si è ritagliata uno spazio di riconoscibilità, per qualità delle proposte, niente male. Abbiamo iniziato con piccoli passi, dal basso, totalmente calati in un universo di rimandi e contaminazioni tra letteratura, fumetto, cinema, animazione che sono state le basi del nostro fare editoria. L’immaginario come panorama di riferimento.

Tunué si caratterizza per una linea editoriale ben precisa, improntata verso la graphic novel e la cultura pop. Qual è lo stato del fumetto in Italia? Si fa leva su uno zoccolo duro di appassionati o ci sono anche lettori, per così dire, occasionali?

In Italia si pubblica tantissimo fumetto, sia nei canali di varia sia in quelli specializzati e nelle edicole. Questo può essere letto in due modi: il settore è florido perché c’è abbondanza di proposte, o, all’opposto, vive in una perenne crisi e cerca di conquistare più lettori possibili. Ognuno tira la coperta dove preferisce, anche a seconda del momento. Purtroppo non esistono cifre ufficiali di vendita e bisogna basarsi su elaborazioni statistiche e sull’esperienza diretta. Per esempio, a giudicare dalle fiere, Lucca in primis, il fumetto e tutto l’indotto sono in salute. La forza di penetrazione che il graphic novel ha tra i lettori forti di letteratura, oltre a fare ben sperare per i prossimi anni, conferma che ci sono lettori occasionali che provengono da altre esperienze di lettura. Il grande successo mediatico di Gipi o Zerocalcare, che ha trasformato autori di qualità in fenomeni di costume, ha portato al fumetto una fetta trasversale di lettori che non avevano mai aperto un libro a fumetti.

Nel vostro catalogo sono presenti diversi autori stranieri, di cui ben tre candidati al Premio Gran Guinigi 2015. Che rapporto avete con i vostri traduttori? Cosa ci si aspetta da un traduttore di graphic novel?

Considero la traduzione uno degli aspetti fondamentali nel processo di adattamento editoriale. Il confronto per il traduttore di graphic novel è dato da un limite che non è presente nei testi in prosa: il balloon, la didascalia, la vignetta. Uno spazio chiuso che è un vincolo, una sfida all’abilità del traduttore. La Tunué lavora molto spesso con gli stessi traduttori, perché la condizione ideale è dare una «voce» unica a ogni singolo autore estero.

Piccola provocazione: che ne dite di inserire il nome del traduttore nella scheda tecnica del libro presente sul vostro sito?

Più che provocazione, suggerimento che ben accetto: mi informerò con i nostri tecnici per capire se ciò sia possibile. Però vorrei far notare che siamo tra i pochissimi, se non gli unici nel fumetto, che scrivono il nome del traduttore (oltre che del colorista, nei casi in cui sia presente) direttamente sulle copertine dei libri. [Verissimo, e d’altra parte qui a Senzatraduzioni scegliamo solo gli editori che trattano bene i loro traduttori! N.d.R.]

Grazie ancora a Massimiliano per la sua disponibilità. Se andate al Lucca Comics and Games e volete conoscere tutte le iniziative di Tunué durante la fiera, cliccate qui.

conPasolini

lunedì, Settembre 21st, 2015

Tra pochi giorni partirà a Roma un’iniziativa dedicata al grande Pier Paolo Pasolini. Dieci giorni a contatto con l’autore, tra mostra fotografica, visita ai luogo che hanno fatto grande la persona e libri a lui dedicati.
Ho avuto la fortuna di scambiare qualche chiacchiera con il direttore editoriale della mostra, Roberto Ippolito e con con Giovanni Currado, curatore della mostra fotografica.

(Alle prime tre domande ha risposto Roberto Ippolito, direttore editoriale della manifestazione. All’ultima Giovanni Currado, curatore insieme a Maurizio Riccardi della mostra fotografica “I tanti Pasolini”, visibile al pubblico dal 25 settembre al 4 ottobre 2015 presso la Libreria Nuova Europa I Granai di Roma)

La prima domanda che vorrei farle è: perché Pasolini?

Pasolini sembra chiamare lui per farci vedere quello che ha fatto, la ricchezza delle sue opere su fronti diversi, il suo percorso. La sua profondità e la sua imprevedibilità quasi impongono l’attenzione. Tutti sanno almeno qualcosa di lui. Ma c’è tanto di più da sapere. L’evento “conPasolini” è provocato dall’unicità del suo lavoro dentro cui entrare. E soprattutto è importante la sua caratteristica di uomo immerso nel mondo culturale ma contemporaneamente in movimento in mondi molto diversi. L’attrazione per Pasolini è dunque l’attrazione per chi non vive la cultura come fatto esclusivo, per pochi.12026501_10153766063461178_974817129_n

Da quello che si intuisce leggendo il programma della dieci giorni “conPasolini” sembra che l’accento venga posto non sul Pasolini intellettuale, scrittore di libri, che ognuno di noi conosce, ma sulla persona che stava dietro all’immagine pubblica, sull’uomo che pochi conoscono.

Il sottotitolo “Dieci giorni alla scoperta di una vita” anticipa quello che accadrà: andare sulle tracce dell’esistenza di Pasolini significa certamente ricostruire e osservare gli aspetti più personali, ma significa anche, contemporaneamente, imbattersi nelle origini delle sue opere, nelle fonti di ispirazione, nei momenti chiave della produzione artistica. Poiché la manifestazione ha come obiettivo la scoperta di una vita, è importante dove questa si è svolta. Ed ecco allora l’idea della visita in pullman, tappa dopo tappa, per un’intera giornata domenica 4 ottobre, ai luoghi simbolo di Pasolini, privati e pubblici.

Immagino che lavorando così duramente su un progetto lei abbia scoperto dei lati di Pasolini che non conosceva. Qual è secondo lei l’aspetto dell’uomo di cui non siamo a conoscenza e che maggiormente merita di essere scoperto?12041810_10153766063441178_1823247664_n

Mi colpisce la serena sofferenza. Serena anche quando il dolore è oltre il limite e quando viene raccontato con tutto il suo impatto. Può apparire eccessivo dire serena, me ne rendo conto. Ma trovo in lui sempre lucidità, perfino nelle argomentazioni più severe e nelle circostanze più dure o complesse. E poi ho notato la grande capacità di manifestare la diversità di opinioni, senza riserve e senza pudore, anche agli amici più cari.

Il primo degli appuntamenti della manifestazione è l’inaugurazione della mostra fotografica dell’Archivio Riccardi “I tanti Pasolini”, prevista per venerdì 25 settembre alle 18.00 con Filippo La Porta. Chiedo quindi a Giovanni Currado, curatore della mostra insieme a Maurizio Riccardi: la mostra sembra essere stata concepita per essere un’immersione a 360° nel mondo di Pier Paolo Pasolini. In base a quale criterio sono stati scelti gli scatti? 

12033318_10153766063466178_862084411_nIl progetto alla base della mostra e parallelamente del libro omonimo ha avuto inizio con il ritrovamento quasi casuale delle immagini del set del film di Carlo Lizzani del 1960 “Il gobbo”: increduli, avevamo tra le mani due fotogrammi del momento esatto in cui veniva ucciso Leandro detto “er monco”, interpretato da Pasolini.  I negativi digitalizzati e restaurati delle immagini di scena hanno dato il via a un lavoro ossessivo alla ricerca delle altre foto di Pasolini sparpagliate nelle invecchiate buste da lettera di un archivio messo insieme in origine più che artigianalmente, comprendenti eventi mondani o processi, fatti culturali o di costume.
Saltavano fuori così foto di notevole qualità, non sempre collocabili facilmente nel tempo e nei luoghi. Ma nulla ci bastava nonostante la bellezza delle immagini e quello che ci dicevano dell’uomo raccontato. Così, contemporaneamente, in circa due anni, abbiamo raccolto testimonianze e valutazioni su Pasolini, chiedendole a personaggi della cultura e dello spettacolo.
Il criterio che abbiamo cercato di seguire è stato quello si selezionare la straordinaria varietà di espressioni, posture, modi di porsi e perfino di vestirsi, catturati dal grande fotografo Carlo Riccardi. Con “I tanti Pasolini” consegnati alla storia dalle immagini del maestro Riccardi abbiamo cercato di far emergere una grande varietà di sentimenti, l’anima di un intellettuale eccezionalmente complesso.

Intervista al professor Duccio Demetrio

lunedì, Giugno 22nd, 2015

In occasione dell’uscita dell’ultimo lavoro del professor Duccio Demetrio “Green Autobiography” abbiamo avuto l’occasione di scambiare due chiacchiere con l’autore. Ringraziamo sentitamente il Professor Duccio Demetrio, la casa editrice Booksalad e Edelweiss servizi editoriali.

Cosa spinge una persona a frequentare lo stesso campo di studi per un periodo così lungo? E’ semplicemente passione oppure dietro c’è dell’altro?

Sovente nelle nostre consuetudini accademiche, per fortuna non in tutte, i ricercatori modificano di frequente i loro oggetti di indagine. Allettati dalle mode del momento, dalle richieste del dibattito scientifico, da pressioni dei cattedratici di riferimento. Per essere al passo con i tempi, per restare in auge anche all’ interno delle comunità scientifiche di riferimento, per motivi di carriera. Nella prudenza di non essere fin troppo liberi e autosufficienti. Nel mio caso, un po’ per temperamento, un po’ perché nessuno ostacolò all’ inizio della mia carriera alcune scelte di ricerca “ fuori strada”, ho potuto restare fedele ad alcune passioni culturali originarie, preoccupandomi al contempo di mostrarmi sensibile alla necessità di rivedere paradigmi, approcci concettuali, attuazioni sperimentali. Quando poco più che ventenne ebbi la grande opportunità di occuparmi di scrittura nei mondi dell’analfabetismo adulto; quando scelsi di occuparmi di educazione in questa età tra i pochissimi agli inizi degli anni ‘70; quando la mia formazione filosofica mi spinse a condividere le tesi di grandi maestri del pensiero esistenzialistico in campo pedagogico, ecco che nell’ incrocio di questi tre motivi – altrettanti incontri fortunati – si delinearono le passioni per i processi di cambiamento nel corso della vita attraverso la scrittura di sé e autobiografica; per la definizione dell’ idea di adulto; per l’ analisi della condizione umana soprattutto in riferimento alla narrazione della propria soggettività. In quasi quarant’ anni di lavoro sono rimasto fedele a questi temi, laddove le mie infedeltà accademiche hanno riguardato per lo più l’ abbandonare ( a ragion veduta ) punti di vista che non mi permettessero di gettare nuovi sguardi su di essi, sui loro promettenti intrecci. Che negli ultimi anni poi abbia iniziato ad occuparmi di filosofia della natura in riferimento alla prospettiva autobiografica, non è altro che un ritorno alle origini. Quando da bambino l’ amore per le piante, gli animali, la campagna mi fecero sognare di diventare un naturalista. Oggi sono tornato a quei momenti iniziatici, ritrovandoli ormai negli argomenti che hanno segnato il mio iter di studioso e di scrittore.

“Green Autobiography” un libro molto facile da leggere, scritto con l’idea di veicolare un messaggio chiaro a quante più persone possibili. Eppure, la sua struttura è complessa e rimanda a quella di buona parte dei saggi di divulgazione scientifica. Contesti storici, rimandi ai miti greci, fonti ed esempi che servono a suffragare una tesi. Come si riesce a mantenere un perfetto equilibrio tra la necessità di essere compresi e quella di esplorare sistematicamente un argomento di tale portata?

Da quasi vent’ anni la mia scrittura ha cercato di liberarsi delle sintassi, dei lessici, dei rituali stilistici che l’ università ci richiede. Al rischio di essere criptici, di parlare soltanto ai circoli accademici facendo sfoggio delle oscurità più che della limpida prosa che è in grado di farci intendere da un pubblico colto ma non formato soltanto da specialisti. Non per questo ho rinunciato di scrivere libri e su riviste specialistiche, ma è certo che lo faccio spesso annoiandomi. Mentre la possibilità di coinvolgere lettrici e lettori che sentono come io sento, che pensano criticamente come io penso allo stesso modo. Non all’ inseguimento di verità assolute e di certezze, ma sempre messe in dubbio e relative. Questo stile discorsivo che ho perseguito non senza fatica, mi rende piacevole ed entusiasmante, quasi una necessità vitale, lo scrivere per chi si accorga dei miei titoli e soprattutto, per me, corrisponde ad un entusiasmante sfida nei confronti di un testo che vorrei parlasse soltanto di me. “Green autobiography”, giustamente è un testo complesso, ma credo non complicato; ricco di riferimenti filosofici e letterari; nelle cui pagine le suggestioni non si dimenticano mai di mostrare che quanto affermo può diventare pratica narrativa per tutti. Poiché ognuno di noi anche se sporadicamente ha avuto ed ha un rapporto con la natura. Ogni autobiografia contiene fili verdi fin dall’ infanzia, poi ritrovati in seguito, grazie ai quali abbiamo avuto modo di ridare un senso alla nostra vita. L’ amore per la natura, per la terra, per i viventi non umani non può che essere pari all’ amore per noi stessi e per gli altri. Dal momento che anche se le concezioni antropocentriche mirano a farcelo dimenticare, noi apparteniamo a questo mondo. Non ne avremo mai un altro e se anche fosse sarebbe pur sempre diverso da questo. Ecco il mio libro vuole rilanciare l’ amore per la terra che abitiamo, anche dentro di noi, nelle nostre fibre, nei nostri ricordi, in ogni passo che facciamo.

“Green Autobiography è un libro dalle mille sfaccettature. Leggendolo si ha l’impressione che ognuno di noi possa trovarvi dentro qualcosa che parla alla propria parte interiore. Io ad esempio lo reputo, oltre che ad un manuale di scrittura autobiografica anche un manuale per riprendere contatto con la natura. Per abbracciare pienamente la causa naturalista e salvaguardare il destino del nostro pianeta.

Il sottotitolo del libro “ La natura è un racconto interiore” credo esprima adeguatamente il mio intento, al quale già accennavo nel rispondere alla domanda precedente. E’ vero, come dice, si presta a “per molte letture”, ma ciò non significa che si tratti di un trattato enciclopedico volto ad accontentare tutti. In tal caso avrei fallito e avrei ingannato i lettori. C’è un filo conduttore, oltre che tematico, di natura stilistica che mi premeva offrire coloro che fossero e siano interessati a ritrovare nella loro memoria quei momenti nei quali la natura li abbia stupiti, affascinati, meravigliati anche in un passato lontano. Circostanze anche non eccezionali per altri, nelle quali ci è stato dato gettare uno sguardo più consapevole del solito nei confronti della vita. Le stranezze, le curiosità, le bellezze anche terribili che la natura non cessa di mostrarci e di narrarci a suo modo, rappresentano l’ incontro con la differenza mai del tutto radicale tra noi e le cose. Ma nondimeno, una possibilità di riconciliazione, di rispetto, di cooperazione affinché la vita ( la nostra compresa) non debba subire le devastazioni che non cessiamo di perpetrare contro di essa a piè sospinto. C’ è molta poesia, letteratura, scrittura elevata e umile: ritengo che la coscienza ambientalista ed ecologica abbia trascurato di cogliere in queste rappresentazioni individuali e collettive della natura un’ occasione per diffondere i suoi principi. La si ama e la si difende anche con la poesia insomma, non soltanto con la scienza e la tecnologia, con le battaglie politiche. Ma diffondendo il senso della bellezza che il più modesto passero, un albero, un vento, una nuvola sanno donarci.

Ancora sul rapporto uomo/natura. Trovo molto interessante l’idea che il nostro scrivere autobiografico debba necessariamente passare attraverso l’influenza che la natura ha su di noi.

Da quanto detto mi pare evidente che nel momento in cui poniamo mano alla penna o alla tastiera per raccontarci in prima persona, equivarrebbe a mutilarci di incontri importanti se tacessimo di quanto ci hanno insegnato a vedere, ad ascoltare, a gustare, ad annusare, a pensare gli incontri con le tante gamme attraverso le quali la natura si manifesta. Porsi domande simili: “ c’è un filo verde nella mia storia?”; “come si si è dipanato e che ho fatto per mantenerlo vivo dentro e fuori di me?”; “ la fedeltà ad esso verso quali scelte mature mi ha condotto, chi debbo ringraziare se questa passione si è rivelata sempre più tenace”, ecc, equivale non solo a scrivere la propria storia tingendola di verde. Infatti sono domande che ci interrogano rispetto allo stile di vita che ci siamo dati, al tipo di passatempi coltivati, ai modelli educativi che abbiamo trasmesso ai figli e nipoti, ai compagni e alle compagne di vita che ci siamo scelti. Scopriremo, soprattutto affidandoci alla scrittura come meditazione green, che insomma abbiamo forse bisogno di ritrovare dentro di noi, per salvarla quale sia la nostra età, quell’ infanzia che ci ha consentito di imparare a camminare, a parlare, a entrare in relazione con gli altri senza infrangere il silenzio e l’arcano delle cose.

Cosa prova nel vedere che la “Libera università dell’autobiografia”- LUA ha negli anni generato frutti in tutta Italia? Ad esempio a Treviso è nato CartaCarbone, un festival di letteratura che si ispira alle tematiche della scrittura autobiografica.

Quando con il grande giornalista Saverio Tutino decidemmo di fondare nel 1998 la Libera Università dell’ Autobiografia di Anghiari ( bellissimo borgo toscano in provincia di Arezzo ) sicuramente né lui, né io avremmo pensato di raggiungere dopo quasi vent’ anni il successo che ha riscosso in tutta Italia e non solo. Sono centinaia e centinaia le persone che dopo aver frequentato la nostra scuola ( si può consultare il sito: www.lua.it ) hanno avuto la grande soddisfazione di realizzare il loro desiderio di scrittrici e scrittori per diletto, come amo chiamarli. E cioè la redazione, non da scrittori mossi da intenti di pubblicazione, della loro storia di vita: come soddisfazione personale, dono da lasciare a figli e nipoti, a chiunque volesse saperne di più di noi. Il successo è stato ed è determinato da tre fattori: abbiamo intercettato un bisogno diffuso di raccontarsi in prima persona come volontà di reagire alla alienazione presente, come volontà di non sentirsi immersi nell’ anonimato e nella solitudine. Il secondo motivo è riconducibile alla scoperta che scrivere di se stessi è una sorta di cura, se non di terapia, di messa in ordine della propria vita. Infine la comunità di Anghiari ( un’ associazione culturale senza fini di lucro ) si fonda per lo più su un volontariato che i permette di non chiedere finanziamenti a nessuno nella realizzazione delle nostre attività. Questo ci ha permesso di essere liberi nelle scelte, nelle sperimentazioni, nell’ offerta di una opportunità i dibattito scientifico e filosofico sull’ approccio autobiografico e sulle sue implicazioni a livello di benessere e di impegno sociale. Alla nostra scuola infatti si viene per scrivere anche posto degli altri, di coloro che non sanno o possono più scrivere di sé pur desiderandolo. Formiamo infatti scrivani e biografi, raccogliamo memorie che altrimenti andrebbero perdute e recentemente – grazie alla nostra scuola recente di eco-narrazione – diamo un contributo alla diffusione della coscienza ecologica facendo esperienze di green autobiography.


Dopo essere stato professore ordinario di Filosofia dell’educazione e della narrazione all’Università degli studi di Milano – Bicocca, Duccio Demetrio è ora docente e direttore scientifico della Libera Università dell’Autobiografia di Anghiari, da lui fondata con Saverio Tutino nel 1998, e di Accademia del silenzio. È autore di numerose opere dedicate alla condizione adulta, alla scrittura terapeutica di sé, alla formazione nel corso della vita; fra queste e tra le più note: Raccontarsi (Cortina, 1996); L’educazione interiore (Nuova Italia, 2000); Autoanalisi per non pazienti (Cortina, 2003); Filosofia del camminare (Cortina, 2005); La vita schiva (Cortina, 2007); La scrittura clinica (Cortina, 2008); Ascetismo Metropolitano (Ponte alle Grazie, 2009); L’interiorità maschile (Cortina, 2010); Perché amiamo scrivere (Cortina, 2011); I sensi del silenzio (Mimesis, 2012); La religiosità della terra (Cortina, 2013); Silenzio (Edizioni Messaggero, 2014).