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Songbook – Holden & Company di Luca Pantarotto – A cura di Danilo di Termini

martedì, Ottobre 23rd, 2018

Holden & Company

di Luca Pantarotto

In un libro ci si può imbattere in due tipi di musica: una, esplicita, citata per evocare un ricordo o un avvenimento, ascoltata da uno dei personaggi intenzionalmente o per caso; e un’altra, sotterranea, nascosta, che emerge evocata dalle vicende, dalle atmosfere, dagli ambienti o dalla scrittura stessa. Ed è proprio da queste colonne sonore, normalmente silenziose e nascoste tra le pagine di un libro, che nasce Songbook,

a cura di Danilo Di Termini

Holden & Company  di Luca Pantarotto

Salinger è morto. Viva Salinger

“Dopo aver sparato a John Lennon fuori dal Dakota Building di New York l’8 dicembre 1980, si siede sul marciapiede a leggere proprio Catcher in the Rye”. E prima si era fatto autografare questo disco uscito il 17 novembre di quell’anno.

John Lennon – (Just Like) Starting Over – 1980

 

Michael Chabon, un briccone vestito di lustrini

Per questo autore c’era solo l’imbarazzo della scelta: ho molto amato Telegraph Avenue, la storia di due proprietari di un negozio di dischi. Questo è il primo disco che viene citato nel romanzo.

Donald Byrd – The Dude – 1972

 

Da dove comincio / David Foster Wallace

Colin Meloy, il cantante del gruppo, ha scritto “Calamity Song” poco dopo aver finito Infinite Jest, e ha dichiarato: “Il libro non ha ispirato tanto la canzone in sé, ma l’umorismo irriverente e brillante di Wallace si è fatto strada nella cosa … Posso solo sperare che DFW ne sarebbe orgoglioso.”

The Decemberists – Calamity Song – 2011

 

Da dove comincio / Joe R. Lansdale

Leonard Pine, uno dei due investigatori di Lansdale, omosessuale e di colore, ascolta solo country. Questo è un brano dalla colonna sonora della serie TV.

Joe Ely – Treat Me Like a Saturday Night – 1993

 

Perché abbiamo smesso di leggere Paul Bowles (e perché dovremmo ricominciare)

“Chi lo conosce difficilmente lo avrà letto: magari saprà del suo romanzo più celebre (il tè nel deserto, 1949), ma più che altro indirettamente, per il tramite del film che Bernardo Bertolucci ne trasse nel 1990”. E di cui Ryuichi Sakamoto scrisse la colonna sonora.

Ryuichi Sakamoto – The Sheltering Sky -1990

 

Holden & company. Peripezie di letteratura americana da J.D. Salinger a Kent Haruf di Luca Pantarotto, recensione

giovedì, Giugno 21st, 2018

Avevo fatto in tempo a beccare gli ultimi colpi di coda di quel bellissimo blog che era Holden & company (da cui il libro prende il nome), andato online fra il 2013 e il 2015, e oggi praticamente non più rintracciabile dopo che il gestore – all’epoca anonimo – ne aveva decretato concluso il ciclo vitale. Il blog si occupava di letteratura americana (ovviamente), e si muoveva secondo i gusti del Pantarotto, il non più anonimo recensore virtuale e che ora si occupa di social media manager per – non è casuale – una delle più lanciate case editrici nel campo della narrativa statunitese, NN Edizioni.

Questo libro non è una mera raccolta di articoli originariamente apparsi sul blog, tant’è vero che una parte è stata scritta appositamente per l’occasione ma è un vero e proprio viaggio iniziatico nei meandri di una letteratura che tutti pensano di conoscere, e che invece riserva numerose sorprese e dimenticanze che riaffiorano, come tesori nel deserto, grazie all’attenzione certosina dell’autore e alla sua voglia di infilare strade più o meno battute. Nel preambolo Luca Pantarotto spiega che il filo rosso comune a tutti i capitoli del libro è una domanda: a cosa serve la letteratura?

E le risposte vanno cercate in alcune degli autori citati qui: sono varie, curiose, più o meno inaspettate. Gli autori citati, da Salinger a David Foster Wallace a Chabon vengono sviscerati attraverso nuove proposte di interpretazione, che aderiscono o vorrebbero aderire al canone del Grande Romanzo Americano: ci viene spiegato perché ci riescono (Salinger o King) o meno (Meyer), ma viene sempre tenuto presente che tutti loro – anche figure evanescenti o dimenticate come Paul Bowles o “l’altro “Burroughs” – ci offrono comunque uno spicchio di quella visione composita dell’Universo Mondo che troviamo sempre nella letteratura.

E quello che sta veramente a cuore a Luca Pantarotto, nelle sue riflessioni acute e sempre compenetranti, è riportarci alla dimensione primigenia del “racconto”, del “raccontare” e trovare lì il piacere ultimo del rapporto con le parole e le storie, che hanno sempre nutrito il nostro animo, fin dagli albori dell’umanità.

E in questo senso va declinato l’altro vocabolo fondamentale della silloge pantarottiana, “intrattenimento”, da intendersi non più come termine dispregiativo ma addirittura autentico significato dello scrivere. Parlando di ciò che intende Chabon per intrattenimento, Pantarotto ce ne offre la sua idea, con cui è difficile non essere d’accordo:

 

Dal “tendersi dell’orecchio interiore al ritmo e alle modulazioni di una bella prosa” alle avventure nel Rio delle Amazzoni, ai “frattali di motivi e metafore in Nabokov e in Sandman di Neil Gaiman” fino ai Guermantes di Proust, i più riusciti meccanismi narrativi o le più celebri opere letterarie riescono ad adattarsi perfettamente alle maglie di un’idea di intrattenimento che si dimostra facilmente ben più ampia di qualsiasi pregiudizio. E nessuna scricchiolante distinzione teorica fra lettura e Letteratura è in grado di reggere all’evidenza di fondo: quella che vede proprio nell’intrattenimento l’unica via possibile per stabilire un legame tra scrittore e lettore.


Luca Pantarotto (1980) è nato a Tortona e lavora a Milano, dove si occupa della comunicazione digitale di NN Editore. Bibliofilo incallito, compra molti più libri di quanti possa sperare di leggerne. Scrive articoli e recensioni per Minima & Moralia e Critica Letteraria.

Una chiacchierata con Luca Pantarotto

venerdì, Maggio 18th, 2018

Ohi Luca, ma per l’uscita del tuo libro facciamo un’intervista qui su Messenger?

In che senso qui su Messenger? Cioè tipo quelle cose porno che poi ci si spoglia?

No tipo che io ti faccio le domande (da vestito) e tu mi rispondi quando hai tempo e voglia (da vestito). Anche se ci mettiamo due settimane amen.

Sì sì, ok. Non domande difficili, però, eh.

Tipo la prima che ti farei è: perché stai sul cazzo a così tanta gente? Quando ti ho incontrato al secondo bookpride (il primo NN) uno mi ha detto “Pantarotto è quello, ma lascia stare che è uno che se la tira”.

Ahah. Ma chi cazzo te l’aveva detto, poi

Non te lo dirò mai.

Comunque rispondi.

Perchè?

Non saprei, chiedo un po’ in giro e ti dico.

Ah, tanto a scanso di equivoci, l’intervista è già iniziata.

Comunque in realtà non credo mica di stare sul cazzo a tutta ‘sta gente, sai? Anche perché non mi pare di pormi in chissà che modo arrogante. Se pensi che ho un libro in uscita e mi dimentico sempre persino di parlarne

Invece quando avevo il blog sì, il “tono da blog” che usavo, soprattutto nei post del venerdì in cui segnalavo le novità, ogni tanto stava sulle palle a qualcuno, infatti ho litigato con un tot di gente (o meglio, loro hanno litigato con me, io non litigo mai con nessuno). Tipo, una tizia una volta mi ha scritto per consigliarmi andare a spaccarmi la testa contro un palo.

Povero palo.

Senti, ma il blog perché lo avevi aperto? Cosa ti proponevi di fare, quali stimoli te lo hanno fatto aprire?

Volevo quello che vogliono tutti quelli che aprono un blog: carezze a un ego frustrato, libri gratis e ringraziamenti di circostanza.

Scherzi a parte, volevo provare a fare un blog sui libri tipo quelli che ci sono per il cinema, tipo (per darti un’idea, perché loro sono inarrivabili e poi io ero da solo) “I 400 calci”. Qualcosa che fosse da quelle parti, che unisse spensieratezza e leggerezza di stile e anche un po’ di cazzonaggine (si dice? Boh) a una vera competenza e passione per la materia scelta. Fare l’ennesimo blog che parlasse di tutto non mi interessava, ce n’erano già tanti e poi io non leggo di tutto, neanche lontanamente. Cercavo blog che trattassero solo letteratura americana e non ce n’erano, e io volevo che la gente, cercando qualcosa che parlasse di letteratura americana in un modo appassionato e professionale e piacevole da leggere, dicesse “Ehi, c’è quello là, come si chiama, Holden & Company”.

E alla fine, se devi tirare le somme, ci sei riuscito? Sei soddisfatto?

Soddisfatto senz’altro, nei tre anni circa in cui quel blog è rimasto on line mi sono divertito tantissimo a farlo. Anzi, credo che sia tuttora una delle esperienze più belle della mia vita e il motivo per cui ho accettato volentieri la proposta di fare questo libro è soprattutto questo: mi sembrava un gran bel modo di rendere omaggio a una esperienza bellissima.

Riuscito direi anche, anche se poi a dirlo la gente penserà che me la tiro. A tre anni dalla chiusura la gente se lo ricorda ancora, e non è così scontato. Qualcuno mi chiama ancora Holden, pensa tu. E qualche settimana fa mi hanno intervistato i ragazzi del Master in editoria della Cattolica, l’intervista riguardava il modo in cui gestiamo la comunicazione editoriale di NN e la prima domanda riguardava, del tutto inaspettatamente per me, proprio il modo in cui si parlava di libri sul vecchio H&C. Ci sono rimasto davvero secco, se pensi che il blog non è più online dal 2016.

Poi hai deciso di chiuderlo? Eri stanco? Mancanza di tempo? Altri impegni?

Tutte e tre le cose insieme.

Tanto per cominciare non sono mai stato un campione di costanza nelle cose che faccio, essere riuscito a tenere aperto un blog per tre anni, con pubblicazioni a cadenza più o meno regolare, per me è già una specie di miracolo.

Poi nel frattempo avevo trovato (anche grazie al blog, tra l’altro) il lavoro che faccio adesso e tutto il tempo libero che avevo prima ovviamente era sparito. Senza contare che, quando passi la giornata a lavorare con i libri, poi tornare a casa e metterti ancora a scrivere di libri non è proprio la prima cosa che hai voglia di fare, ecco.

Adesso ti faccio una domanda io: tu cosa ti ricordi di quel blog?

Che mi faceva venir voglia di leggere tutto e di saperne di più degli autori di cui parlavi. Mi faceva voglia di imparare.

E che ti stavo sul cazzo perché me la tiravo?

No, a dire il vero no. Il fatto che mi dovevi stare sul cazzo me lo hanno detto dopo. Ho anche pensato che qualcuno fosse geloso perchè il blog aveva successo e tu avevi trovato lavoro in una casa editrice appena nata che però mostrava già parecchia qualità.

Ti viene mai voglia di riaprire il blog tale e quale a com’era?

A volte. In effetti ci ho anche provato, l’anno scorso. Solo che avevo lasciato scadere il dominio e non era più disponibile, l’aveva registrato una società (credo) giapponese che risultava proprietaria di altre decine di migliaia di domini lasciati andare, per ricomprarlo avrei dovuto pagare qualcosa come mille dollari e ci ho rinunciato. Si vede che non era più destino.

Chiamalo Company & Holden.

Dovresti fare il copywriter, sai?

Non farmi fare la lista delle carriere che rimpiango di non aver battuto.

Avevo letto “cameriere”.

Molto sottile.

Senti ma quando Davide ti ha proposto di mettere su carta i tuoi interventi sul blog qual è stata la prima cosa che gli hai detto?

“Uhm, ma sei sicuro? Guarda che sono quasi tutte stronzate.”

Bel modo di fare autopromozione. Poi dici a me.

Cambiamo tema. Come è nata la tua passione per il collezionismo di libri?

Temo di essere più bravo a promuovere i libri degli altri che non i miei

Comunque in effetti pensavo davvero che fossero tutte stronzate. Non riaprivo quel blog da oltre un anno e ricordavo solo le cose più sceme. Poi, riprendendo in mano tutto e rileggendo qua e là, ho visto che in realtà c’erano diverse cose che poteva anche avere senso pubblicare in autonomia: storie di libri, ritratti di autori sulla base dei loro stessi testi, pezzi generali sulla letteratura, le recensioni, la critica, cose così. Storie divertenti da raccontare e da leggere, insomma. E quelle hanno finito per costituire l’ossatura di tutta la raccolta.

Sulla passione per il collezionismo ho raccontato tutto in un articolo pubblicato su un blog chiamato Senzaudio, non so se lo conosci.

Ne ho sentito parlare nei peggiori bar di Caracas. Adesso in questo punto qui link l’altro articolo, così mi fai fare una botta di ingressi.

Come vedi questa esplosione senza fine dei blog letterari?

Malissimo, a dirti la verità.

(È una domanda messa lì apposta per far aumentare le schiere dei tuo nemici.)

Sei scaltro come una faina

Argomenta.

(Non il fatto che io sia scaltro come una faina, ma la storia dei blog.)

Mah, su questa cosa avevo scritto un post proprio a chiusura di Holden & Company. In effetti era un altro dei motivi per cui non mi sembrava più avere molto senso andare avanti, anche se continuava a piacermi un sacco quello che facevo. Il punto secondo me è questo: il web è andato avanti, negli ultimi dieci o quindici anni, i blog no. Il web è diventato social, integrato, ha abolito o superato la maggior parte delle piattaforme “autoconcluse” in favore di spazi inclusivi di ben maggior respiro. I blog sono rimasti, in buona sostanza, dei palcoscenici privati in cui ognuno mette in scena il suo personale “one man show”. In un universo comunicativo in cui la produzione e la condivisione di contenuti si sta sempre più spostando su spazi aggregati, la forma del blog come espressione monologica di un unico individuo che “ospita” gente a casa sua, intervenuta appositamente per sentirlo parlare e poi andarsene, mi pare che stia per arrivare sempre più in fretta ad un punto di esaurimento. Paradossalmente, lo spazio già di per sé risicato che una simile forma di condivisione potrebbe sfruttare è ingombrato ancora di più dal fatto che, appunto, ogni giorno ne aprono una decina di nuovi. E sono tutti uguali, e dicono più o meno tutti le stesse cose sugli stessi argomenti nello stesso modo e con le stesse parole. E tutti sgomitano per provare a concentrare l’attenzione su di sé, togliendola agli altri. E questo va a scapito di cosa? Dei contenuti, ovviamente: si crede che il modo migliore di stare sulla cresta dell’onda sia restare sempre ossessivamente sul pezzo. Parlare sempre e solo dell’ultima novità in libreria (quella che stanno leggendo tutti), dell’ultimo successo al cinema (quello che stanno vedendo tutti), del fatto di cronaca più scandaloso (quello a cui tutti si interessano). Sai cosa farebbe successo oggi, secondo me? Un blog che parli di libri che non legge più nessuno, tipo libri fuori catalogo o roba così. Di autori che in Italia non sono neanche ancora arrivati. Un blog che parli di cose di cui nessuno parla, così tutti andrebbero a leggersele lì. Un blog che faccia scoprire alla gente quello che ancora non sa, titoli nuovi e meritevoli ma magari passati in sordina o finiti dritti nel dimenticatoio, libri e autori strani che sui giornali non arrivano, cose così. Alla fine Holden & Company piaceva per quello: nella massa di blog che volevano recensire tutto quello che usciva, quello era un sito in cui trovavi un unico argomento, per quanto vasto, che cercavo di sviluppare abbastanza bene da dare almeno un pochino di senso all’esistenza di un sito apposta.

Se apri un blog così lo leggo di sicuro.

E per quel che riguarda la tua analisi mi sa che sono abbastanza d’accordo con te. Questa corsa piena di entusiasmo appresso all’ultima uscita è logorante.

Poi intendiamoci, là fuori ci sono un sacco di blog belli e ben fatti che è un piacere seguire. Lo dico  perché se no si rischia di buttare via il bambino con l’acqua sporca. Non a caso sono quelli che, nel tempo, sono riusciti a costruirsi un’identità precisa, contorni ben definiti e riconoscibili. Li visitiregolarmente per informarti su determinate cose, sentire il loro parere su certi libri, perché sai che ci trovi la passione, la qualità e la competenza, non esclusivamente l’interesse a coprire tutto nel più breve tempo possibile.

Certo, si trova sempre del buono cercando.

Tu cosa segui? Cosa consiglieresti? Non necessariamente blog di libri?

La lettrice rampante e Senzaudio.

Hmm, era prevedibile. Questa la editiamo.

Riprovo. Tu cosa segui? Cosa consiglieresti? Non necessariamente blog di libri?

 

Ne leggo un sacco, per lavoro: degli italiani, oltre a quei due che ti ho detto prima, Il giro del mondo attraverso i libri, La lettrice geniale, Critica letteraria, Eroica Fenice, Nuvole d’inchiostro, tra i magazine più grossi La balena bianca, Cattedrale, Crapula Club, Doppiozero, L’indice, Il lavoro culturale, Minima & Moralia, Il Tascabile, L’indiscreto, solo per dire i primi che mi vengono in mente.

Poi se me vengono altri te li dico e ‘sta risposta la sistemiamo.

 

Come sei arrivato ad NN? Prima mi dicevi che il blog in un certo senso ti ha aiutato.

Ma quanto cazzo è lunga quest’intervista?

 

Ma quale intervista, ti ho preso in giro, figurati cosa interessa alla gente di quello che dici tu.

In effetti

 

Dai rispondi alla domanda su NN.

La domanda su NN. Dunque, è andata così, che a giugno 2015 mi ritrovo disoccupato, senza troppi rimpianti, in verità, e mi prendo l’estate per vedere un po’ cosa mi vada di fare della mia vita nel prossimo futuro. Tra l’altro quell’estate faceva caldo e chi ha voglia di lavorare d’estate? Nessuno, appunto; quindi non mi metto a cercare niente, lì per lì, e mando avanti il blog accelerando il ritmo. Nel frattempo ogni tanto chiacchiero in chat con Gioia Guerzoni, che oltre a tradurre per NN, nata a marzo di quello stesso anno, in quel periodo seguiva un po’ i canali social. Bene, Gioia mi racconta che fare i social le piace, però le toglie molto tempo per tradurre, e io le rispondo che se voleva potevo magari pensarci io, che tanto non stavo facendo niente. Così lei mi mette in contatto con Eugenia, l’editore di NN, ci facciamo una chiacchierata e mi spiega che per la comunicazione di NN volevano qualcosa di diverso, qualcosa di non troppo ingessato, un tipo di comunicazione in grado di abbattere le barriere tra editore e lettore, coinvolgendo senza annoiare e rendendo il lettore partecipe di tutto quello che di solito, nel lavoro editoriale, resta dietro le quinte. In casa editrice conoscevano già il mio blog e a Eugenia piaceva il modo in cui parlavo di libri e interagivo con il pubblico, e così abbiamo detto “Be’, proviamo”; ci siamo trovati benissimo insieme tutti quanti fin da subito e il resto, come si dice, è storia.

 

Vedo che ogni tanto riesco a farti scrivere qualcosa di serio.

Ultima domanda, poi chiudiamo. Non so se il libro ha già un titolo, ma al di là di questo particolare, cosa speri che succeda alla tua creatura?

Certo che ha già un titolo, si intitola

(va a controllare perché non se lo ricorda)

“Holden & Company. Peripezie di letteratura americana da J. D. Salinger a Kent Haruf”

Mi aspetto quello che si aspettano tutti gli esordienti: vendere un sacco di copie, diventare ricco con i lauti diritti d’autore, trovare un sacco di persone che ti considerino un dio in terra e altre migliaia che vogliano ucciderti per invidia della tua posizione. Mi piacerebbe che ne facessero un film, ma non so se si può fare con una raccolta di saggi.

 

Ha! Cita Kent Haruf per ordini di scuderia! (cit. Ivano Porpora da Facebook)

Esatto.

Ma anche “Certo che ormai si pubblica proprio di tutto, anche i post dei blog. Ma poi questo chi cazzo lo conosce?”

 

Spero che i tuoi sogni di gloria si realizzino, soprattutto la parte del dio in terra e del film, ma anche i soldi direi. Così è contento pure Davide (Pairone, l’editore di Aguaplano: nota aggiunta dall’intervistato in fase di editing, per negligenza dell’intervistatore).

Bon, chiudiamola qui che mi sono stufato e c’ho di meglio da fare. Grazie Luca.

Sì, infatti, che c’avrei anche da lavorare.

Non mi hai neanche chiesto cosa c’è nel libro.

Non ho mai fatto un’intervista più superficiale di questa, avrai mie notizie.

 

È importante? Tanto non ho intenzione di leggerlo.

Comunque va bene, teniamo a bada il tuo ego… Cosa contiene il tuo meraviglioso libro?

Eh no, bello mio, adesso non te lo dico più.

VAI IN LIBRERIA E TE LO COMPRI.

Dai, dai, dimmelo che ci tengo davvero.

 

Non me lo ha più detto e comunque non era vero che mi interessava.

Bruno Berni – Miniature – Frammenti di letterature dal nord.

martedì, Marzo 13th, 2018

La verità è che i frammenti, come schegge, ti si infilano sotto pelle e poi bruciano. Anche quando arrivi a togliertele, la tua epidermide mantiene memoria di quella presenza.

Ci sono certe persone che quando parlano vien voglia di sedersi comodi ed ascoltare. Non avevo notizie di prima mano su Bruno Berni. Ero al corrente del suo essere uno studioso di letteratura nordica, ma questo era più o meno tutto quello che sapevo e leggere le note biografiche, in questi casi, non aiuta molto. Non mi permette di farmi un’idea precisa.
Quindi ho iniziato a leggere “Miniature – Frammenti di letterature del nord” con un certo interesse, memore anche del precedente volume edito da Aguaplano che avevo avuto il piacere di leggere (Efemeridi). Sgombriamo subito il campo da equivoci, i due libri sono simili sotto certi aspetti, ma molto diversi per altri. L’aspetto principale che li accomuna è quello di offrire in entrami in casi una panoramica sulla letteratura. Ma mentre “Efemeridi” toccava corde diciamo più emozionali, “Miniature” mette in moto lo studioso che è sepolto in me. Le brevi e complesse miniature presentate da Bruno Berni sono potenti inviti alla lettura. Sono inviti a rischiarare il più possibile le zone oscure della nostra biblioteca. Accanto a nomi molto conosciuti come Cees Nooteboom, Stig Dagerman e Selma Lagerlof ce ne sono alcuni di cui io e la mia ignoranza non avevamo mai sentito parlare in precedenza. Questa mancanza, più che scoraggiarmi, mi ha dato la voglia e l’energia di conoscere questi scrittori nell’arco del 2018. Credo che una delle caratteristiche imprescindibili per uno studioso che voglia condividere il proprio sapere con gli altri sia quella di includere il lettore nel piano di scoperta. Non ci deve essere un muro tra chi enuncia e chi ascolta. Bruno Berni fa proprio questo. La sua bravura e competenza è visibile ad ogni pagina, ma sembra sempre che ci sia una mano tesa a farti compiere l’ultimo scalino.

Queste schede, ben nominate “Miniature” sono degli inviti alla lettura e alla scoperta. Prese assieme danno un’idea precisa dal potenziale e del valore di una letteratura complessa e enorme come quella della Germania e dei paesi del nord (Norvegia e Svezia in primis, ma non solo). “Miniature” può essere utilizzato come una mappa per un’esplorazione lunga centinaia di anni e migliaia di chilometri e ad ogni tappa dovremo tenere a portata di mano la nostra bandierina. Qualcosa che mostrerà agli altri che anche noi siamo passati di lì. Con soddisfazione.

 

Bruno Berni (Roma 1959) dal 1993 è direttore della biblioteca dell’Istituto Italiano di Studi Germanici, dove ha il ruolo di ricercatore, e ha insegnato nelle Università di Urbino e Pisa e alla LUISS di Roma. Ha studiato tra Roma e Copenaghen ed è autore di numerosi saggi sulla letteratura nordica e danese in particolare e delle monografie Vedere la cicogna. Introduzione a Karen Blixen (Roma 1996) e Ludvig Holberg tra Danimarca e Germania(Roma 2016). Ha collaborato con quotidiani e opere enciclopediche e curato la sezione nordica del Dizionario Bompiani delle opere e dei personaggi (Milano 2005). Dal 1986 ha tradotto e curato un centinaio di opere di prosa e di poesia, prevalentemente danesi, ma anche svedesi, norvegesi e tedesche, tra le quali la prima edizione italiana completa delle Fiabe e storie di H.C. Andersen (Roma 2001), oltre ad autori come Jens Peter Jacobsen, Karen Blixen, August Strindberg, Inger Christensen, Peter Høeg. Per la sua attività ha ricevuto vari premi tra i quali lo Hans Christian Andersen Pris (2004), il Dansk Oversætterpris(2009), il Premio Gregor von Rezzori – Città di Firenze (2012), il Premio nazionale per la Traduzione (2013) e il Premio Benno Geiger per la traduzione poetica (2016).

Cesare Catà – Efemeridi – Una recensione Senzaudio

giovedì, Aprile 13th, 2017

Storie, amori e ossessioni di 27 grandi scrittori

Dopo aver terminato la lettura di “Efemeridi” di Cesare Catà ho riflettuto in profondità sulla natura di questo libro. Lo rigiravo tra le mani e lo guardavo con attenzione. Lo soppesavo, lo odoravo. C’è qualcosa nell’oggetto libro che è “Efemeridi” che svela chiaramente anche quello che ci dobbiamo aspettare dal suo interno. E’ il suo carattere ibrido. Il suo essere qualcosa che ci è familiare, ma non fino in fondo. Quel suo essere rassicurante e spiazzante. Se avessi una libreria non esiterei a chiedere allo scrittore di venirmi a raccontare tutto sull’opera e all’editori di venirmi a raccontare tutto sull’oggetto.

Ibrido dicevo. “Efemeridi” è un prodotto che sta in bilico tra la produzione industriale così come la conosciamo e l’abilità dell’artigiano. La costina del libro è nuda, quando leggiamo il palmo della nostra mano sta a contatto con la colla e la rilegatura. Il colore è un grigio pallido accompagnato da un rosso vivace che sembra quasi raccontare in anticipo le pene d’amore che troveremo all’interno. Le stelle in copertina sembrano cocce di sangue. Il filo rosso un rivolo che scende tra le nostre mani.

Quando ho iniziato a parlare di libri mi soffermavo anche sulle copertine. La cura che certi autori ponevano nel progetto grafico mi era nuova e la volevo esplorare pur essendo un neofita. Con il tempo quelle copertine mi sembravano familiari, riuscivo a collocare una copertina all’interno del catalogo di un editore, di una collana, di un grafico. “Efemeridi” mi ha fatto ritornare voglia di soffermarmi su questa importante parte del progetto editoriale. Poi, quando mi capita di guardare il catalogo di Aguaplano mi accorgo che si occupano di libri d’arte e che la cura dell’immagine e del particolare è il loro pane quotidiano.

Questa lunga introduzione sull’oggetto libro mi sembrava doverosa, era il giusto vialetto d’entrata per la proprietà intellettuale che viene raccolta dal recinto della copertina.

Le 27 storie, amori e ossessioni di grandi scrittori sono raccolte da Cesare Catà. Molti di voi hanno familiarità con questo nome e con le storie che Aguaplano ha pubblicato. In realtà il materiale di Catà era già stato pubblicato dall’autore in una rubrica ospitata dall’Huffington Post. Ancora una volta ritorna il concetto di ibrido. Qualcosa che è nato per stare sul web si trasferisce su carta. Cambiano le percezioni di lettura, il modo di fruirne, ma i contenuti sono ottimi in entrambi i casi. Forse il libro ci dà la possibilità di goderne più a fondo, di interiorizzare meglio le emozioni, forse il libro ci dà la possibilità di essere più soli con noi stessi. Eppure si assapora qualcosa di nuovo, questo carattere di transizione tra una forma digitale e una forma cartacea. Queste righe che quasi tendono ad allungarsi per inghiottire più spazio di quello che la carta gli mette a disposizione.

Eppoi ci sono le storie di Cesare Catà. Storie che hanno molteplici tratti positivi. Catà racconta ed è molto bravo a farlo. Catà riesce a tirare fuori da ogni storia delle emozioni. Jane Austin che rifiuta l’amore vero per cercare qualcosa di vivo nelle storie che racconta. Tolkien e l’amore per la moglie che trapassa il mondo reale per entrare in quello fantastico. Hemingway e l’incontro con la donna della sua vita.

Ibrido ancora una volta. Testi che attingono dal racconto, dal saggio, dal giornalismo. Testi che non ammettono una sola spiegazione, una sola chiave di lettura. Cesare Catà apre 27 porte davanti a noi e ci chiede di scegliere il nostro percorso, ci invita ad approfondire in tutta autonomia ciò che più ci ha colpiti.
Testi che hanno dunque una seconda vita. Che possono essere fruiti e quindi interpretati in maniera diversa. Il tempo che dà la lettura su carta è diverso da quello del web. La carta offre una concentrazione diversa, trasporta in un’altra dimensione.

“Efemeridi” è il primo volume di una collana chiamata Glitch, nome che ricorda molto il mondo virtuale e la sua imperfezione (basti ricordare i Glitch in Matrix), una collana che raccoglierà i contentuti online più interessanti e meritevoli di finire su carta per essere conservati in una maniera più “umana”.

Cesare Catà è nato a Fermo il 3 agosto del 1981. Dottore di ricerca in Filosofia del Rinascimento, è scrittore e performer teatrale. Ha ideato il format dei Magical Afternoon, lezioni-spettacolo sulla grande letteratura, con cui si esibisce regolarmente in teatri, pub, spiagge e altri luoghi inusuali. Studioso versatile con all’attivo saggi scientifici di filosofia e letteratura, ha collaborato con università e centri di ricerca internazionali, tra cui la University of Hawaii di Honolulu, il Cusanus Institut di Trier, l’EPHE di Parigi, l’Istituto Italiano di Cultura di Dublino. Tra le sue pubblicazioni: Shakespeare e l’Urlo di Narciso. Viaggio nel Riccardo II (Aguaplano, 2015); Filosofia del Fantastico. Escursione tra i Monti Sibillini e l’Irlanda sul concetto di Fantasia (Il Cerchio 2012); La Croce e l’Inconcepibile. La filosofia di Nicola Cusano (EUM, 2009). Cura una rubrica letteraria sull’Huffington Post e sta attualmente lavorando al suo primo romanzo, che sarà una storia d’amore disperato.