Stéphanie Hochet – Sangue Nero

by Gianluigi Bodi

Per parlare di un libro breve servirebbe una recensione breve, che non diventi più lunga del libro stesso. Ora, se volessi condensare il più possibile il mio parere su “Sangue nero ” di Stéphanie Hochet potrei dire che dopo averlo finito me lo sono pure sognato. O meglio, ho sognato di essere finito nel libro.
Il protagonista di questo libro è affascinato dai tautaggi, inizialmente li studia con tutto se stesso, incontra i tatuatori e li intervista, fino a che non conosce Dimitri ed inizia a proporgli dei disegni da far diventare tatuaggi. L’intesa tra i due si cementa al punto che il protagonista deciderà, finalmente, di farsi tatuare. Una croce, sul plesso solare, con una frase in latino che si trova sulle meridiane: Vulnerant omnes, ultima necat.
Tutte feriscono, l’ultima uccide.
L’ora.
E inizia quindi un rapporto ossessionante con il tatuaggio, il suo significato e l’idea che esso definisca l’essenza del personaggio. Ossessione che in qualche modo mi è stata trasmessa e mi ha fatto sognare di farmi tre tatuaggi (di cui un meraviglioso aereo di “Planes” sull’avambraccio sinistro”.
E sì, questo libro mi è entrato in testa perché, in fondo, abbiamo tutti un’ossessione che ci accompagna e alla quale dedichiamo il nostro tempo.
Poi metteteci la scrittura meravigliosamente adatta a questo racconto di Stéphanie Hochet, il formato del libro, un romanzo breve che vi entra velocemente nelle vene e il quadro è completo. Anzi, se ne avete la possibilità, sparatevi “Sangue Nero” in un’unica sessione di lettura. Capirete di cosa sto parlando.
La scrittura, dicevo. Stéphanie Hochet ha scritto un centinaio di pagine in cui riesce ad esplorale con maestria l’ossessione che porta il protagonista da proprietario del tatuaggio a proprietà di questo. Un viaggio in una sorta di pazzia, di allucinazione costante in cui le paranoie prendono vita ed influenzano il giudizio del protagonista. Arriverete ad un punto in cui non riuscirete a capire cosa è reale e cosa è dovuto alla malattia (sì, c’è una malattia).

Lettura da fare.

Avere la certezza che non si finirà mai di esplorare il catalogo Voland è una di quelle cose che da un lato di dona serenità e dall’altro ti fa venir voglia di passare le giornate a leggere. Per ora sono più sereno che angosciato.

La traduzione è di Monica Capuani. Se questo libro mi ha tenuto incollato alle sue pagine con così tanta forza lo devo anche a lei. Per cui, grazie, sul serio.

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Nata a Parigi nel 1975, Stéphanie Hochet esordisce a ventisei anni con il romanzo Moutarde douce, a cui seguono altri nove libri, pubblicati dalle più importanti case editrici francesi (Laffont, Stock, Fayard, Flammarion). Nel 2009 riceve il Prix Lilas e nel 2010 il Thyde Monnier de la Société des Gens de Lettres. Ha curato una rubrica per “Le Magazines des Livres” e collaborato con “Libération”.

http://stephaniehochet.net/

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17 comments

Ritratto di madre in cornice americana di Miklós Vajda | Senzaudio 29 Luglio 2015 - 10:10

[…] riesco ad imbrigliare le anime di Voland, quanto penso che siano principalmente francofoni poi mi capita tra le mani un libro che di francofono non ha nulla ed esplora il lato est europeo […]

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