Come si manifesta la storia che vuoi scrivere?
Una volta ho detto che le storie sono come cani che ti abbaiano dietro per strada. A volte così forte che non puoi fare a meno di ascoltarle, e poi metterle sulla carta, con un’urgenza che è quasi una febbre. “Tre sono le cose misteriose” è nato da una passeggiata in una città di vacanze balneari con mio figlio Francesco, molti anni fa. Sul marciapiede c’era un osso spolpato, e io per non farlo vedere a mio figlio l’ho buttato con un calcio sotto una delle siepi ben curate del vialetto. Quel romanzo è nato da lì. “Come si uccide un gentiluomo” invece è stato ispirato dal Tagliamento, un fiume che per noi friulani è il centro della nostra terra ed ora è minacciato da progetti insensati. Così come “I cani della pioggia” è nato dalla mia rabbia per l’invasione russa dell’Ucraina. Le mie storie non nascono sempre allo stesso mondo. Di fondo comunque c’è sempre l’inquietudine per il presente e la paura di quel mostro mai del tutto morto che è il nazismo, nelle sue diverse incarnazioni e sotto i suoi camuffamenti. C’era già, quella paura, nel mio primo romanzo, ed è rimasta un motivo costante nella mia scrittura. Ora tutti lo vedono, questo pericolo, ma io lancio un grido d’allarme da più di vent’anni.
E dopo che il primo seme è stato piantato che fai? Sinossi, schemi, scalette, ne parli con qualcuno? Come funziona il tuo processo di scrittura?
Scrivo il primo paragrafo, introduco il tema, lo scenario e il protagonista, e lascio che facciano da soli. Non costruisco gabbie o griglie. Mi piace lasciare i miei personaggi in libertà. E raccolgo i loro pensieri, i loro dialoghi, descrivo quello che fanno. A tre quarti della scrittura del romanzo ho finalmente idea di come andranno le cose, di dove andrà a parare la storia, e comincio a strutturare i capitoli che mi mancano. In un solo caso, “L’anno dei dodici inverni”, ho avuto bisogno di disegnare una mappa della storia, in quanto c’erano di mezzo tre flussi temporali che si modificavano a vicenda, e poi bisognava raccordare le vite dei personaggi con la cronologia storica. Un’impresa non facile. Ma sono contento del risultato. In realtà penso che in qualche strano modo le storie siano già tutte nella mia testa, già scritte, e che il mio lavoro sia solo di metterle sulla carta, come in un dettato.
Come legge uno scrittore?
Bella domanda. Leggo per piacere ma anche per studio. Se trovo un romanzo o un racconto che mi colpiscono, cerco di smontarli e di fare un reverse engineering per scoprire perché una certa pagina funziona. Nella scrittura non esiste magia. Esiste la tecnica. La magia funziona in poesia. Ma la prosa è tecnica, è ingegneria. Poi ci sono le eccezioni, ovvio. I talenti naturali. Ma ci sono comunque delle tecniche che possono essere imparate. E insegnate. Ho avuto quattro importanti lezioni di tecnica dal vivo, su diversi aspetti della scrittura, da quattro maestri: Michael Ondaatje, Giulio Mozzi, Jim Nisbet e Pierre Lemaitre. Non è una cosa normale in Italia. Giulio è un eccezione. Se incontri uno scrittore italiano, nove volte su dieci ti parla di agenzie letterarie, di serie televisive tratte dai suoi libri, o di percentuali e di incassi.
Quale argomento insegneresti per primo in un corso di scrittura?
Probabilmente la costruzione dei dialoghi, una cosa fondamentale che personalmente ho imparato da ragazzo da un altro grande scrittore ingiustamente dimenticato, Elio Bartolini. Elio, che mi aveva accolto a bottega quando avevo vent’anni, era stato sceneggiatore, fra l’altro, di alcuni capolavori di Michelangelo Antonioni. Ho imparato da lui come si scrive un dialogo. E penso di aver imparato bene. Ma di questi tempi credo che la cosa più importante da insegnare sia a leggere, prima ancora che a scrivere. Molto spesso chi frequenta una scuola di scrittura non legge, ed è assurdo. Ti dicono cose tipo “ma io non voglio contaminare la mia voce”. Ma la domanda che mi pongo, e che a volte pongo a loro, è questa: se non leggi niente e nessuno, se non ti interessa la lettura, perché vuoi scrivere? Sei un vegano che studia come diventare macellaio…
Viviamo tempi strani, in cui tutti scrivono e nessuno legge, tranne uno sparuto manipolo di sopravvissuti che sanno ancora cosa vale la pena leggere e cosa no, qualche migliaio di modaioli che seguono i trend, e i lettori giovani presi a strascico dalla pubblicità editoriale. Nella stragrande maggioranza delle case italiane non è mai entrato un libro che non fosse un testo scolastico, anche se spesso ne sono usciti degli aspiranti scrittori…
L’Intelligenza Artificiale viene sempre più usata per creare contenuti letterari. Ed è di questi giorni la notizia che sempre l’A.I. digerisce i testi piratati che trova in rete per imparare, a scrocco, le tecniche e gli stili degli scrittori in carne ed ossa. Forse non è lontano il giorno in cui le A.I. frequenteranno i corsi di scrittura, per imparare a scrivere meglio, o in modo più originale. E magari pagheranno i diritti agli autori che plagiano. Viviamo tempi interessanti.
