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Quattro cose di chi scrive – Paolo Zardi

by senzaudio
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Paolo Zardi

Come si manifesta la storia che vuoi scrivere?

    A costo di sembrare uno psicopatico, sarei tentato di dirti che un certo Nabokov ha raccontato, molto meglio di me, il suo processo creativo al quale, per motivi che non hanno nulla a che vedere con il talento, il mio assomiglia. La mia risposta ha quindi delle analogie con la sua. 

    Esiste un tempo in cui non so nulla della storia che voglio raccontare: leggo a caso, penso, rifletto, ma non ho alcuna idea di ciò che vorrò fare. Non vado nemmeno in cerca di uno spunto. Vivacchio, galleggio, o scrivo qualcosa che, con il romanzo o il racconto che verranno, non c’entra nulla. Poi, a un certo punto, per motivi ignoti, mi accorgo di avere la storia davanti a me, chiara, consistente, organizzata. È come se dentro di me, nella cambusa della mia testa, qualcuno avesse lavorato al posto mio per produrre questo risultato; e l’aspetto interessante è che spesso le cose che avevo letto, quelle che avevo visto o notato, sono gli ingredienti di questo progetto. Al riguardo, l’analogia che usa Nabokov è quella dell’uccello che raccoglie rametti, pezzi di ovatta e altre cianfrusaglie senza necessariamente avere in mente già l’idea completa del nido.

    Inizia quindi una fase di elaborazione interiore durante la quale non scrivo nulla. Faccio esperimenti sui personaggi, sugli snodi della trama, sulla lingua che voglio adottare. Simulo le diverse possibilità nello spazio fluido della mia mente, cercando gli incastri migliori, le combinazioni più efficienti; smonto i vari pezzi e poi li rimetto insieme in un altro modo per individuare la strada da seguire. Durante questi mesi di ragionamenti, tutto può diventare parte del romanzo: una frase, un gesto, un oggetto, un episodio. È come se si fosse attivata una calamita che attira verso di sé ogni cosa; o come se si fosse creata una zona di depressione nello spazio, una curvatura nella forza di gravità.   Dopo un periodo abbastanza lungo di questo rimuginare, che forse la più bella delle fasi che accompagnano la realizzazione di un romanzo, sono pronto a scrivere. Spesso, l’attacco ha una voce sbagliata – eccessiva, simile alla voce di altri autori – ma è importante iniziare. Da là in poi, è quasi solo scrittura.

    E dopo che il primo seme è stato piantato che fai? Sinossi, schemi, scalette, ne parli con qualcuno? Come funziona il tuo processo di scrittura?

      Nessuna sinossi. Un tempo, buttavo giù l’elenco dei capitoli con due righe ciascuno ma ultimamente ho smesso di farlo (e non sono sicuro che sia una buona idea). Tipicamente, prima di iniziare ne parlo solo con quattro persone, e non sempre con tutte e quattro: Giulia Belloni, Francesco Coscioni, Angelo Biasella e Alex Piovan. Racconto loro quello che sto pensando di fare, cercando di cogliere le espressioni dei loro visi o delle loro voci. Durante la scrittura, invece, non ho confronti, non faccio leggere quello che sto scrivendo e raramente chiedo un consiglio su come sviluppare la trama, sul finale o su qualche passaggio. Si tratta di un lavoro molto solitario, con ripensamenti e aggiustamenti continui e ho sempre il timore che, parlando di qualche dettaglio, questo si cementifichi e sia sottratto all’attività di rielaborazione.

      La mia scrittura procede in modo cronologico, rispetto alla storia: parto dal primo capitolo e arrivo all’ultimo, senza mai portarmi avanti. Parto rileggendo le ultime pagine scritte, che sistemo e modifico domandandomi, ogni volta, come cavolo riesca sempre a scrivere così male. Ritrovato il mood, procedo con la scrittura vera e propria. I miei romanzi sono sempre divisi in capitoli, la cui lunghezza rimane più o meno la stessa per tutta la durata della storia –  con una metafora un po’ eccessiva, posso dire che quello è il particolare respiro di quel preciso lavoro.

      Come legge uno scrittore?

        Considero la scrittura come un’estensione della lettura, una prosecuzione che parte quasi per inerzia, un’estensione di quell’esperienza. Sono stato un grande lettore – onnivoro, famelico, instancabile. Ho conosciuto qualche periodo di pausa e più di una rinascita. Con il tempo, in particolare con l’ingresso nel periodo climaterico della mia vita, questa smania di lettore si è un po’ placata, non solo in termini numerici ma anche dal punto di vista dell’estensione dell’area che esploro. Tendo a rileggere molto, perfino più volte, lo stesso libro. E la saggistica occupa uno spazio sempre più grande, nella mia libreria. Sono ancora alla ricerca di un nuovo autore capace di farmi cambiare idea sulle cose e sulla gente, come direbbe Battiato, ma temo di essermi bruciato, nel tempo, più di qualche recettore necessario per riconoscerlo. Gli ultimi grandi autori che ho scoperto sono Sebald, grazie all’amico Andrea Siviero, Banville, che ho scoperto per affinità con i miei autori preferiti, e il Simenon dei romanzi duri (anche se apprezzo molto anche i gialli).

        Mentre leggo, cerco due cose: una lingua capace di ammaliare, e la profondità cognitiva. Per fare un esempio di un libro che ha entrambe queste caratteristiche, ti direi “La spiegazione dei fatti” di John Banville. È un romanzo scritto con una padronanza assoluta che scandaglia la complessità della mente; un altro esempio, questo più clamoroso, è “Alla ricerca del tempo perduto” di Proust. Lo sto leggendo da tre anni, alternandolo con altre letture. Sono arrivato al 25%. Andrebbe fatto leggere a psicologia, per la capacità mostruosa di indagare cosa abbiamo dentro. 

        Quello che succede, poi, è che mi venga voglia di scrivere qualcosa che prolunghi il piacere che mi ha procurato quella specifica lettura. È un rischio che corro spesso, quello di non riuscire a emanciparmi dall’influenza di un autore che amo. Fortunatamente, non ho mai il talento del mio modello e quindi alla fine quello che esce è solo mio.   

        Se dovessi insegnare in una scuola di scrittura quale argomento affronteresti per primo?

          La prima cosa che direi è: scrivere è un’attività artistica. Ce ne dimentichiamo troppo spesso e i risultati sono sotto i nostri occhi: la letteratura declassata a intrattenimento, la prevalenza della forma (intesa in senso lato: strutture studiate a tavolino, colpi di scena, intreccio) sulla sostanza, assenza di ambizioni.

          La seconda cosa che direi è che dietro a ogni opera d’arte c’è sempre una progettualità importante. Come diceva Roth in un’intervista, tutti hanno buone idee per un romanzo, ma serve una precisa strategia narrativa per scriverlo. Questo significa sudore, concentrazione, determinazione, disciplina, organizzazione – tutte qualità che, a prima vista, sembrano più adatte per la soluzione di un problema di matematica. Ma servono tutte. L’arte deve poggiare su fondamenta solide.

          La terza cosa, infine, ed è quello che effettivamente dico a ogni primo incontro, è un aforisma di un autore inglese che dice più o meno così: “Esistono tre regole per scrivere un buon romanzo, ma purtroppo nessuno sa quali siano”. È il mio modo per ricordare che non esistono trucchi per arrivare a un buon risultato.

          Paolo Zardi vive a Padova, ha pubblicato con la Neo Edizioni le raccolte di racconti Antropometria (2010), Il giorno che diventammo umani (2013), La gente non esiste (2019), e i romanzi XXI Secolo (finalista Premio Strega 2015) e La Passione secondo Matteo (2017). Suoi i romanzi Tutto male finché dura (Feltrinelli, 2018), L’invenzione degli animali (Chiarelettere, 2019), Memorie di un dittatore (Perrone, 2021). In ebook ha pubblicato i romanzi Il principe piccolo(2015), La nuova Bellezza (2016) per Feltrinelli Zoom e Eva (Kobo Originals, 2022).

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