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Quattro cose di chi scrive – Michele Ruol

by senzaudio
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Michele Ruol

Come si manifesta la storia che vuoi scrivere?

Quello da cui parto, prima ancora di avere una storia, prima che esistano i personaggi, è un’immagine. Un frammento, un pezzo minuscolo che mi incuriosisce e mi fa chiedere: a cosa appartiene? Questa scheggia può essere un luogo, un oggetto, un gesto, un dialogo, un sentimento che fatico a decifrare. La scrittura mi serve prima per metterlo a fuoco, e poi per andare a esplorare cosa c’è oltre i bordi. Alcune immagini bruciano in un attimo, si spengono, le scordo. Altre però restano in testa, per mesi, anche per anni, e mi rendo conto che ogni volta che ci torno le ritocco, aggiungo, cambio, sposto, finché prende forma l’idea per un racconto, per un romanzo, per una sceneggiatura.

È un processo che ha a che fare con la ripetizione, e in parte con l’ossessione: questa fase che precede e poi accompagna la scrittura trabocca poi nella creazione di un mondo che diventa anche rifugio, pensiero a cui tornare nei momenti in cui non ho la possibilità di scrivere: il modo che ho trovato per restare comunque connesso al processo creativo, continuando a creare materiale o perfezionando quello esistente, in attesa di trascriverlo.

Se dovessi usare una metafora, direi che è il lavoro di un’ostrica, e non per il valore dei suoi frutti, ma per la capacità di inglobare un corpo estraneo – un’idea – stratificandoci sopra materiale su materiale, fino a renderlo irriconoscibile.

E dopo che il primo seme è stato piantato che fai? Sinossi, schemi, scalette, ne parli con qualcuno? Come funziona il tuo processo di scrittura?

Quando ho un’idea che mi convince, quando ho un’immagine che straborda, comincio a scrivere. Se si tratta di un racconto non faccio altro: scrivo fino alla fine, e poi edito, riscrivo, sistemo, fino a quando non sono soddisfatto.

Per un romanzo, scrivere una sinossi molto breve mi aiuta a fissare l’idea, ma non faccio schemi o scalette: queste eventualmente vengono in un secondo momento, quando dopo la prima stesura fatta di getto cerco di mettere ordine e sistemare il groviglio che ne è venuto fuori. Sono abbastanza sicuro che con una scaletta fatta bene risparmierei tempo, ma mi sono reso conto che mi raffredda molto mettermi a pensare a tavolino a tutti gli snodi della vicenda: ho bisogno di scoprire alcune cose nel momento in cui le sto scrivendo – in altre parole, ho bisogno di divertirmi.

Come legge uno scrittore?

Per me leggere vuol dire attraversare mondi, visioni, voci e sintassi diverse: sguazzare in questa incredibile varietà non costituisce solo un piacere da lettore, ma è vitale anche per la scrittura, perché mi aiuta ad ampliare l’immaginario, a definire il gusto, a ragionare sulla lingua, sulla struttura della narrazione o della frase. In quest’ottica cerco di spaziare, dalla letteratura latinoamericana alla fantascienza, dai classici alla narrativa italiana contemporanea. Mi incuriosisce molto sapere cosa, e come, si scrive oggi in Italia: anche trovare assonanze, divergenze, punti di contatto, ha a che fare con le letture di chi scrive.

Se dovessi insegnare in una scuola di scrittura quale argomento affronteresti per primo?

La curiosità: per me è la cosa che mette in moto la scrittura, e senza la quale tutto perde senso. Scrivere, per come la vivo io, è esplorazione, ricerca, creazione. La curiosità è quella che ci spinge avanti per vedere cosa si nasconde alla fine del sentiero, oltre il bosco, dietro il palazzo, dentro noi stessi. Mettersi a scrivere senza questa frenesia, questo bisogno di scoprire, di mettersi in dubbio, di avere paura: è possibile, ma allora diventa un atto meccanico, un prompt per intelligenza artificiale, una cosa insipida. Quello stupore che inseguo quando leggo deve essere – o quanto meno è così per me – la fiammella che tiene accesa anche la scrittura.

Michele Ruol, di professione medico anestesista, scrive per il teatro e ha pubblicato racconti sulle riviste letterarie «Inutile» ed «Effe – Periodico di Altre Narratività», oltre che in raccolte a più voci, come L’amore ai tempi dell’apocalisse (Galaad), a cura di Paolo Zardi, e Il Veneto del futuro (Marsilio), a cura di Alessandro Zangrando. Il testo Betulla, prodotto dal Piccolo Teatro di Milano per il podcast Abbecedario per il mondo nuovo, è stato pubblicato nel libro omonimo edito da Il Saggiatore. Inventario di quel che resta dopo che la foresta brucia è il suo esordio come autore di narrativa.

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