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Quattro cose di chi scrive – Ivano Porpora

by Gianluigi Bodi
8 minutes read
Ivano Porpora

Come si manifesta la storia che vuoi scrivere?

Non si manifesta. Tecnicamente, io so di essere molto meno capace di molte mie allieve e molti miei allievi dal punto di vista immaginativo. E quando dico meno capace, intendo: molto meno capace. C’è un momento in cui queste cose le giustifichi, dicendo che qualcuno ha più di questo, qualcuno di quello; fatto sta che mi sono capitati i fenomeni, che spesso non sanno di esserlo e cui dà anche fastidio sentirsi dire fenomeno, come fosse uno stigma e non il riconoscimento di ciò che sono; ma anche molte, molte meno persone magari meno dotate, sulla carta, ma che avevano e hanno capacità maggiori delle mie. A me personalmente è capitato a volte di avere in mente storie, e anche idee assai belle; ma delle storie che ho avuto in mente, di fatto, non ne ho mai portata a termine una. Anni fa una persona mi disse letteralmente “Se scrivere un romanzo è un’attività di cento passi, sei al novantottesimo”. Eppure, ho scoperto che non è vero. Io arrivo al massimo al trentesimo, trentacinquesimo passo. Visto che mi hai concesso lo spazio che voglio, mi prendo lo spazio che voglio, perderemo alcuni lettori, ma mi spiegherò meglio che posso.

Il primo romanzo, La conservazione metodica del dolore, è nato come raccolta di racconti. Che poi questi racconti avessero un evidente fil rouge, era chiaro a chi mi seguiva, chiaro alla casa editrice, abbastanza chiaro – ma non totalmente – a me; perché quando scrivo vivo in una sorta di torpore, che chiamo amore con le persone cui insegno, che è una sorta di rilassamento dentro la scrittura, come nello smarrimento corporeo dopo l’amore: stai in quello che scrivi, la struttura se ne va a farsi benedire, ma prima o poi emerge – diversa da come te la saresti aspettata, ma emerge. Il lavoro poi fu quello di raccordare i racconti, e di farlo non in forma facile – ossia: il primo racconto dice da a a b, il secondo da d a e, il terzo da h a q; e il lavoro facile è quello di inserire la c, la f, la g, eccetera –, ma di costruire una struttura narrativa terza che giustificasse tutto ciò che ci stava in mezzo. Per me, la cornice è stata la storia di Benito, il protagonista.

Il secondo, Nudi come siamo stati, è forse stato l’unico che aveva in sé i germi veri della forma-romanzo; eppure nasce anche quello da immagini, scene in cui il protagonista a tratti si chiamava Arsène, a tratti Yash; musiche, addirittura (il Tema di Arsène esiste solo nella mia testa, ma da sedici anni, un bandoneon che si chiude in una nota in minore); e che poi ho ricollocato a cluster in un immaginario che si è compiuto a poco a poco.

Il terzo, L’argentino (o L’Argentino, a seconda), nasce come libro porno col quale volevo fare le Cinquanta sfumature di grigio per fare i soldi. Purtroppo, non sono capace; e quindi, nel mezzo di una sorta di svuotamento erotico, di affastellamento su carta di tutto ciò che sintetizza ciò che per me è erotico, in un sogno mi venne questa immagine di due matti, cugini tra loro, che si mandano piccioni per comunicarsi giorno dopo giorno il tempo che fa; e quando mi svegliai dovetti ammettere a me stesso di non essere uno da soldi, ma uno scrittore, con tutto ciò che la scrittura rende in disabilità; e di dover fare ciò che la scrittura mi chiedeva.

Nell’ultimo, infine – che sta attraversando un lungo, lungo periodo di lettura -, la storia era una breve storia d’amore, un dolore narrativo che mi portavo dietro da anni, condito (come mi è successo alcune volte) dal rifiuto finale di ciò che sono da parte della donna che amavo; e mi ha preso poche pagine, novanta ma tirate; e solo quando mi sono accorto di ciò che dico all’inizio, ossia che era un qualcosa, un qualcosa di solido, di tridimensionale, ma non ancora un romanzo, mi sono tirato su le maniche e ho avuto il coraggio di partire dall’inizio, da dove nasce ogni cosa, ossia dalla domanda: Ma perché essere cattivi è sbagliato? 

Il fatto che fosse la storia da scrivere è testimoniato dal fatto che la domanda ancora mi interessa, e anche la risposta.

E dopo che il primo seme è stato piantato che fai? Sinossi, schemi, scalette, ne parli con qualcuno? Come funziona il tuo processo di scrittura?

Guarda, dovrei dirti sinossi, scalette, eccetera. E però il mio processo di scrittura è come il colpo dei soliti ignoti: parte con una rapina alla banca, e si risolve col mangiarmi pasta e ceci in una cucina poverella.

Del fallimento de L’Argentino già ti ho detto – credo la mia migliore prova di scrittore da scrittore, intendo da professionista, almeno per quanto riguarda la forma-romanzo; e infatti è quello che ha venduto clamorosamente di meno.

In Nudi come siamo stati, ho capito chi stesse raccontando la storia letteralmente all’ultima pagina, quando ne ho fatto il nome.

De La conservazione metodica del dolore, certi aspetti li ho capiti dopo tempo; e infatti sogno che un editore, ora che i diritti sono scaduti, mi chiami, mi dia mille euro e mi dica: lo rifacciamo?

Quindi la risposta alla tua domanda è: faccio mille piani, ne parlo per boicottarmi, mi esalto e sgonfio, mi confronto con le mie fragilità, e poi, quando finalmente realizzo di essere sostanzialmente un coglione che scrive, scrivo.

Come legge uno scrittore?

Tocchi un tasto un po’ delicato. Perché io ero un lettore feroce, ma il lockdown ha arcuato tante mie capacità, come una sorta di superpotere, ma, insieme all’immersione nel virtuale in cui ci siamo calati, ha azzittito una mia voglia di leggere. Anche perché ho avuto molte delusioni amorose: intendo, molti influencer che consigliavano libri imperdibili, e appena li aprivo mi si sfaldavano in mano, inconsistenti, nulli. Come aver bisogno di una bistecca da un chilo, con insalata e patatine, e trovarsi davanti una cotoletta dell’autogrill secca. Lo stesso vale per molta letteratura, italiana e non, di oggi – non tutta –, fatta di frignamenti, immaginari limitati, povertà intellettuale, vittimismi. Scrivere è un lavoro durissimo, e basta con l’idiozia del “Sì ma la miniera”: non siamo nel Sulcis, e ci stiamo perdendo una quota d’Italia fondamentale, che non viene narrata semplicemente perché, come avevano predetto i maestri del neorealismo, abbiamo smesso di andare in tram. 

Non dico di andare lontano, ma se ti leggi certi narratori del nostro primo e secondo Novecento, o i maestri di oggi, ti accorgi che hanno una quota di ferocia e smarrimento crepuscolari che fanno sì che le loro storie e il loro stile siano centrati. Ho letto Baldwin – che non è nostro, ma mi capisci –, e una pagina sua ne vale mille di balbettamenti di tanti teatranti di oggi. Ho letto, per lavoro e piacere, Toni Morrison, Yukio Mishima, Andre Dubus, ho letto e mi sono studiato le narrazioni di Jannacci, di Cochi e Renato, di Paolo Villaggio, i testi di certe canzoni, i CCCP e Franco Battiato; mi sono letto certi saggi – bellissime le conversazioni con Mari e Siti in Scuola di demoni, a cura di Carlo Mazza Galanti, ma bellissime le conversazioni in generale –; e hai la sensazione che lì dentro, nei titoli che ti ho detto e in centinaia di altri che mi sono andato a scovare in semiclandestinità, scorra la linfa vitale, la voglia, mi viene dire la foia di raccontarsi. Se vuoi la risposta facile – ma so che non la vuoi – uno scrittore legge in maniera più tecnica; ma non è vero, almeno per me, io leggo in maniera più tecnica se mi annoio, ma quando leggo un fumetto di Urasawa mica penso alle strutture narrative, mi paralizzo davanti all’ignoto.

Quale argomento insegneresti per primo in un corso di scrittura?

L’amore nei confronti dello scritto, l’umiltà nei confronti di coloro che lo possono leggere. Se ci pensi, il vero dilettante fa il contrario: si disinteressa dello scritto, e poi va in giro a proporlo con l’idea di lei non sa chi sono io.

Ma chi sei, lo sai bene tu. Gli altri lo intuiscono da ciò che hai fatto.

Parliamo dell’amore. Sto per fare una residenza di scrittura, il cui titolo sarà (ma loro ancora non lo sanno) Nothing but love. È una canzone dei James, ma è anche il centro della scrittura, per me. Nel momento in cui uno scrittore scrive, dovrebbe avere sopra tutto una sorta di divertimento, anche nei momenti di dolore, che è il divertimento magico dell’apprendista stregone che coordina forze più grandi di lui; forze curative, catartiche, creative e creatrici, distruttive, dell’ombra. Sotto il divertimento, c’è la gamma dell’espressione umana. Ma non ci può essere nessun racconto, nessun sentimento, se manca lo stare. Non puoi raccontare il dolore se fuggi, non puoi raccontare il piacere se fuggi. Per me, la base del saper scrivere sta nell’imparare a non fuggire davanti ai mostri. E questa cosa si chiama niente tranne l’amore. Poi ci sono le strutture narrative, poi c’è tutto quello che vuoi, ciò che c’è da sapere, che poi alla fine è poco, e ciò cui bisogna dare una lucidata, che è tanto. Ma alla base di tutto c’è l’amore.

Ivano Porpora è nato nel 1976 a Viadana, in provincia di Mantova. Tiene corsi di scrittura e collabora con studi di psicoterapia, per i quali conduce percorsi basati sulla narrazione. È direttore della scuola di scrittura Penelope Story Lab. Ha pubblicato i romanzi La conservazione metodica del dolore (Einaudi, 2012), Nudi come siamo stati (Marsilio, 2017) e L’Argentino (Marsilio, 2018). Per Utet ha pubblicato Un re non muore. Corso letterario di scacchi (2022) e Nero & bollente
Autobiografia del caffè (2023).

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