Home Inchiostro - Recensioni di libri indipendenti e non.Quattro cose di chi scrive – Daniele Petruccioli

Quattro cose di chi scrive – Daniele Petruccioli

by senzaudio
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  1. Come si manifesta la storia che vuoi scrivere?

Ognuna si manifesta a modo suo. Il mio primo romanzo aveva bisogno di un respiro lungo e di una serie di dinamiche perverse (oggi diremmo “tossiche”) per coppie oppositive. Il secondo era incentrato su un personaggio unico, intorno a cui tutto ruotava. Un mio racconto nasce da una raccolta ancora inedita incentrata sull’idea di sconfitta e di abbandono.

Ma è anche vero che tutte le mie storie – nel momento in cui prendono forma, ossia prima di diventare storie vere e proprie – si coagulano intorno un’idea di linguaggio. La prima è nata per scoprire se era possibile scrivere nel modo articolato, lungo e discontinuo con cui comunicavano, lottavano, affabulavano, le donne della mia infanzia. La seconda da una frase molto precisa: la traduzione proposta da Lutero dell’incipit dell’Ave Maria. La terza, dall’idea di pensieri intimi sorti durante lunghe camminate per la mia città – da un andirivieni, cioè, tra i luoghi esterni e interni.

Infine, devo dire, a mano a mano che scrivo mi rendo conto di girare sempre intorno a una serie di temi per me molto forti i quali, in qualche modo e con diverso peso, tornano però sempre nelle mie storie: le coppie di opposti (gemelli, uomo/donna, amici/nemici, genitore/figlia o genitrice/figlio); la stanchezza e la spinta alla rinuncia (il fallimento, quindi, da una parte – dall’altra il suicidio); le radici, sia genetiche che putative (l’albero di cui si è ramo: sia familiare, sia di maestri, sia di modelli); la molteplicità dell’io (le tante voci che ci compongono, dall’inconscio collettivo all’io diviso); i sogni, il nostro lato onirico.

  • E dopo che il primo seme è stato piantato che fai? Sinossi, schemi, scalette, ne parli con qualcuno? Come funziona il tuo processo di scrittura?

Prima di cominciare a scrivere non parlo mai. Ho paura di rovinare le parole che devono venire, se lo faccio. Invece butto giù sempre una scaletta – a volte magari più per temi, scene topiche, precipitati di senso, che non una sinossi vera e propria. E provo a decidere più o meno il passo, la lunghezza. Ma sono tracce, non le prendo mai come obblighi. Mi servono a dare una forma al guazzabuglio che ho tra testa e dita.

A quel punto butto giù una prima stesura scrivendo tutti i giorni (non più di un’ora o due, di solito la mattina molto presto quando tutti dormono, a volte la sera tardi; che di mestiere faccio il traduttore) che di solito finisco in poche settimane, a seconda della lunghezza del libro, mai più di due o tre mesi comunque. Questa stesura parte dalla scaletta, ma quando se ne scosta non mi preoccupo: deve poter andare anche da sé. E la faccio sempre a penna. Intanto perché così posso portarmi l’ultimo quaderno sempre dietro, e se mi viene la spinta a scrivere posso farlo ovunque (anche in viaggio, in treno, per strada). Ma soprattutto perché sarò costretto a ricopiarla al computer, facendo un primo non dico editing, ma una seconda stesura di quanto ho scritto, almeno.

Dopo lo lascio riposare. Spesso almeno due mesi. Poi lo rileggo con la matita in mano. Se mi fa schifo, butto (accade abbastanza spesso), sennò correggo, riscrivo a matita, inserisco fogli a volte riscritti a mano, taglio, naturalmente ecc. Poi ripasso tutto al computer e lascio riposare un altro po’.

A quel punto rileggo, e se ancora mi ci riconosco gli faccio mettere la testolina fuori.

Da un lato prendo le parti che mi sembrano più deboli e le leggo, se possibile, a traduttori e scrittrici che stimo e che hanno la pazienza di leggermi e di consigliarmi.

Infine, eventualmente, provo a mandarlo a qualche editore con cui se poi lo accetta ci sarà il vero e proprio lavoro di editing. Ma non prima. Dev’essere una cosa che arriva almeno alla terza, quarta stesura, perché io mi senta sicuro non tanto di quello che ho fatto, ma di quello che voglio fare. Altrimenti l’editing o funziona male, o non funziona proprio.

  • Come legge uno scrittore?

Ti rigiro la domanda: come legge un lettore? Secondo me uno scrittore non legge in modo diverso da un lettore vero. Se finisce per farlo – ossia se smonta troppo la struttura, il lessico, la sintassi, lo stile – si annoia, smette di amare le storie e diventa un grammatico, anziché un artista. Per avere i ferri del proprio mestiere bisogna praticarlo, ma per non perdere il proprio talento bisogna saperlo dimenticare. Il vecchio adagio, insomma: impara l’arte e mettila da parte. Sembra una banalità, ma per me non lo è.

  • Quale argomento insegneresti per primo in un corso di scrittura?

Quello con cui inizio i miei corsi di traduzione: a leggere. Non per analizzare, di nuovo, se il narratore è intra- o extradiegetico, se il Viaggio dell’eroe è stato rispettato e se i personaggi hanno una loro lingua o parlano… come un libro stampato. Ma per capire “di cosa è fatta” quella pagina: chi ci sta dentro, dove si muove, come ci si muove e come parla. Il cosa, per arrivare al come. Ma sempre, sempre, partendo dal testo. Si legge troppo poco. E invece la scrittura, ogni scrittura comincia da lì e solo da lì.

Daniele Petruccioli è nato a Roma e fa il traduttore di opere letterarie. Ha pubblicato articoli e saggi sulla traduzione, tra cui Le pagine nere (La Lepre 2017). In ambito narrativo ha dato alle stampe il racconto Sotto la città (Tetra 2022) e due romanzi, La casa delle madri (TerraRossa Edizioni 2020, selezionato nella dozzina del Premio Strega) e Si vede che non era destino (TerraRossa Edizioni 2023).

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