Piccola osteria senza parole

by Angelo Orlando Meloni

Internet ci avrebbe dovuto aiutare a fare un sacco di cose. Avrebbe salvato il mondo, così dicevano, e in secondo luogo, dopo averle salvate, avrebbe reso le nostre vite più semplici. A parte che sfido chiunque a definire semplice questa vita tutta password al posto di quella vita senza password in cui potevate vedere ugualmente le partite di coppa dei campioni in televisione, gratis e in diretta; e a parte che il pianeta grazie a internet rischia di essere consegnato nelle mani di un manipolo di guerrafondai, manipolatori e novelli stregoni, c’è da dire che secondo alcuni buontemponi il web oltre a salvare il mondo avrebbe anche cambiato il volto delle belle lettere. O quanto meno le recensioni, quelle sì, santo cielo, le recensioni, cambiamole, facciamo qualcosa di completamente diverso. Me lo ricordo perché c’ero. E invece… Qualcuno saprebbe spiegare perché anche on line le recensioni dei libri sono così testardamente ancorate all’attualità, come cozze su di uno scoglio posto sotto i tubi di scarico di uno stabilimento petrolchimico? Se un giornale di carta dopo ventiquattr’ore è buono per farci le barchette o i cappelli, internet è eterna o almeno lo sarà finché avremo carbone da bruciare. Ma nonostante questo abbiamo messo su una potentissima mente collettiva, potenzialmente immortale, che si occupa solo di attualità. Ma siccome io non sono internet, oggi vi segnalerò un romanzo delizioso uscito per i tipi di E/O x-mila anni fa e che avevo lasciato ammuffire sotto una pila di libri, Piccola osteria senza parole di Massimo Cuomo. Che nel frattempo ne ha scritto un altro, intitolato Bellissimo, e prima ne aveva scritto un altro ancora intitolato Malcom.

L’altro giorno ho allungato la mano nel maelstrom di volumi che ha fagocitato anche il mio comodino e sta per creare una singolarità nel mio condominio e ho incrociato le dita. Temevo che qualche tomo di genere horror lasciato lì a ingiallire potesse mangiarmela, ma per fortuna non è successo e ho tirato su il romanzo di Cuomo. Superato lo spaesamento per essermi lasciato concupire da un romanzo italiano uscito molto più di sei mesi fa (cosa sconveniente), lo sconcerto per essermene innamorato dopo pochi paragrafi (uno spreco di energie prive di feedback in forma di click), i dubbi sul volermi esporre così di fronte alla comunità dei mangiahype (non mi sento all’altezza), ho concluso che questo nostro incistamento sulle novità a tutti i costi, oltre a essere qualcosa di molto vicino al “disagio mentale” e un sicuro indice di Q.I. non altissimo, è un’altra delle cazzate con cui stiamo sprecando una delle più grandi invenzioni della storia. E perciò eccomi qua, infine, dopo avervi stonato la testa con queste bellissime o bruttisime cose, senza aver la pretesa che da queste mie sollecitazioni possa venire fuori un dibattito sull’uso della Rete e la letteratura, a parlarvi di Piccola osteria senza parole. Se ve lo siete persi mi sento di dire che varrebbe la pena recuperarlo e andare a vedere cosa deve fare il buon Tempesta, meridionale in trasferta a Scovazze, microscopico paese del veneto, durante i mondiali di calcio del 1994. Alle prese con una comitiva di beoni, con un gigante buono, con un segreto da svelare e una missione da compiere, la storia di Tempesta va avanti per piccoli capitoletti scanditi da una scrittura brillante e da dialoghi centratissimi (nonché da un buon numero di bicchierini), e ci regala un finale spiazzante e tutto sommato ben calibrato e coerente con la trama. Piccola osteria senza parole è un gran bel libro sui rapporti tra Sud e Nord, uno spaccato di provincia azzeccatissimo per quanto a tratti surreale, un romanzo divertente dalla trama semplice e solida, ma ricco di invenzioni, che non cambierà la vostra vita, ma renderà le ore che ci avrete dedicato estremamente piacevoli.

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