Avete presente il comodino? Quel nobile mobile su cui erigiamo la piramide di libri? La mia piramide è crollata e alla sua base ho trovato Sinapsi di Matteo Galiazzo, raccolta di vecchi racconti pubblicati per la prima volta in volume da Indiana nel 2012. Il che per i tempi dell’editoria corrisponde a diecimila anni fa circa. Non chiediamoci che fine abbia fatto l’editore, chiunque sia in vena lo potrà scoprire in Rete; e non chiediamoci più che fine abbia fatto l’autore, uno dei più rappresentativi negli anni ’90 prima di ritirarsi dalle scene “misteriosamente”. Chi ha letto il libro già ne conosce il motivo, una soluzione al dilemma che rende onore al rasoio di Ockham. Ma allora, se una soluzione al dilemma c’è, cos’altro possiamo chiederci, noi inesausti cercatori di non-so-che, fuffa e novelle? Per esempio se sia giusto continuare a parlare di libri come se fossero formaggini. Non so più quanto tempo fa l’ho scritto la prima volta, sul supplemento di un quotidiano, su una fanza, su… boh. Comunque sia, i libri, quelli buoni, non hanno una data di scadenza. Non come la mozzarella. E questo è uno di quelli buoni. Oddio, forse qualcuno tra i racconti di Sinapsi ha perso qualcosa immolandosi sull’altare del post-qualcosa, ma se non avete mai letto un racconto di Matteo Galiazzo penso che vi siate persi qualcosa di più. Che cosa, esattamente, non saprei dirlo, ma qualcosa. Leggere Matteo Galiazzo mi fa venire in mente i personaggi di un mastodontico libro di Douglas Hofstadter, non so se avete presente, Achille, la tartaruga, il formicaio e via discorrendo. Un trip di quel tipo, insomma, molto meno illuminante e decisivo per la formazione culturale (non me ne voglia lo stesso Matteo Galiazzo), ma di sicuro fantasioso, stimolante. Penso al racconto “Il ferro è una cosa viva”, ad esempio, e mi vengono in mente Tristi tropici, il crucimorfo di Dan Simmons, un sacco di cose che non ci azzeccano niente, ma vi ho già detto che questa è roba buona. E subito m’assale la nostalgia canaglia, d’un tempo in cui c’era la letteratura “pulp”, Ranxerox su Rai 3, i grandi editori pubblicavano cose strambe e pure io ero giovane e strambo, soprattutto non avevo il mal di schiena ed ero capace di eseguire un perfetto terzo tempo in sottomano anche con la sinistra.

Al contrario di Matteo Galiazzo, Fabio Genovesi ha esordito con un piccolo editore, Transeuropa, per poi fare il salto con Mondadori. Il suo ultimo libro è Il mare dove non si tocca, storia di un bambino con troppi nonni, uno più strambo (aridanghete) dell’altro: un racconto di crescita brillante e arguto, illuminato da una barbaglio di tenerezza che risplende in ogni pagina, le più buffe come le più toccanti. Sono passati parecchi anni dal suo esordio e Fabio Genovesi si conferma ancora una volta. Non blandisce il lettore con amenità strappalacrime né cerca di stenderlo con l’accademichese o di darsi arie con trovate postmodernine e vezzi che nascondono astratti furori, perché è un signor scrittore, un cavallo di razza, e basta sfogliare qualche riga dei suoi libri per rendersene conto, ora come allora, sia quando ci raccontava dei tossici in Versilia rock city sia adesso che narra una storia di formazione con il più grande editore italiano. In conclusione, mandando al macero la nostalgia canaglia e tutti i libri tremendissimi che abbiamo letto a vent’anni perché faceva figo, una domanda sorge spontanea e questo sito, Senzaudio, su cui scrivo orgogliosamente da qualche anno, mi pare una buona sede per esplorarne le pruriginose scaturigini.  Il libro “indie” è transustanziale? Quando cambia editore, lo stesso romanzo o racconto, intendo, diventa qualcos’altro? Se un autore “underground” ha successo e pubblica con una grande casa editrice, all’improvviso le sue opere – anche se il contenuto è rimasto lo stesso – non sono più “indie”? Ai teologi più raffinati l’ardua sentenza.

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