Nero Dostoevskij di Antonio Mesisca

by Gianluigi Bodi

La prima cosa che vorrei dire ad Antonio Mesisca e del suo “Nero Dostoevskij” è: grazie per aver creato un personaggio che mi sta profondamente sulle palle e che per una volta tanto non mi ha costretto a pensare che magari non è solo colpa sua.

Per me Oscar Pedretti è un poco di buono (sostituite pure poco di buono con qualsiasi epiteto volgare vi venga in mente) e per lui non nutro la minima stima. Sposato con una donna ricca che possiede una gioielleria per gente facoltosa finisce per farsi inghiottire dal giro del gioco d’azzardo e dalle amicizie problematiche. Veniamo a conoscere il Vecchio, il Turco e suo fratello, si parla di un delitto avvenuto decenni prima, di Benigno e di un tassista che non tiene mai la bocca chiusa.
Uccide la moglie e inizia una serie di avventure che lo vedono sempre sul punto di crollare. Pedretti però è uno di quei tipi a cui le cose vanno sempre bene anche se non se lo meritano, forse è anche per questo che non nutro simpatia nei suoi confronti. Forse mentre leggo mi viene da pensare che è così che funziona, che il mondo è dei furbi e allora mi sale il nervoso e mi trema la palpebra.

Antonio Mesisca confeziona un libro che ricorda (a me) certe letture Hard Boiled. Ci regala un personaggio anti eroe con cui si fa fatica ad empatizzare.
Lo stile è diretto e senza fronzoli, condito da una buona dose di ironia e sarcasmo. Ironia e sarcasmo che spesso escono dalla bocca del Pedretti il quale ne dovrà sopportare le conseguenze.
Il libro è strutturato in modo che ogni capitolo abbia il titolo di uno dei libri di Dostoevskij (l’autore preferito della moglie di Pedretti) e lo spirito dello scrittore russo aleggia per tutto il libro.

Certo, è difficile trovare un solo personaggio al quale donare la nostra benevolenza. Forse giusto il cane Fedor.
Il libro mi è piaciuto? Sì.
Perché? Perché ti strappa delle risate, perché vuoi capire a che punto può arrivare la fortuna sfacciata di Oscar e fino a che punto può infilarsi nei casini. Perché Mesisca è bravo a rendere omaggio al genere, ridicolizzando l’antieroe e le forze dell’ordine e perché dopo averlo finito capisci che al mondo c’è qualcuno peggiore di te.

Antonio Mesisca è nato a Novara il secondo giorno di gennaio del 1975, proprio mentre Cesara Buonamici compiva 18 anni. Questo non lo avvantaggerà nella formazione della sua carriera artistica, ma nemmeno lo penalizzerà, va detto.
Ha consumato l’adolescenza tra vecchi maggioloni scassati, partite di pallone rigorosamente in panchina, fernet e cola.
Da quando vende bulloni il suo stile narrativo è decisamente migliorato.
Tra i suoi idoli Pino Cacucci, Etgar Keret e l’ing. Brugola. Dicono di lui: Antonio chi?

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