Home Inchiostro Fresco - Recensioni di libri letti da Gianluigi Bodi Máirtín Ó Cadhain – Parole nella polvere – Lindau

Máirtín Ó Cadhain – Parole nella polvere – Lindau

by Gianluigi Bodi

Così morti eppure così vivi. Verrebbe da chiedersi se tutta l’acidità, la cattiveria, l’astio che si respira nelle prime pagine di “Parole nella polvere” l’abbiano conservata per l’aldilà oppure se i personaggi ne facessero largo uso anche in vita.
Vado a memoria. Era dai tempi di Machado de Assis e del suo ” Memórias Póstumas de Brás Cubas” che non leggevo un libro in cui i personaggi principali sono tutti morti e ci raccontano la loro storia. Chiusi dentro le loro bare si destano e parlano.
Uno stream of consciousness post mortem che lascia senza fiato. Una giustapposizione di immagini successive, frammentate dalla continua intromissione di un personaggio sul monologo di un altro. Una serie di dialoghi spezzati da altri dialoghi. Ecco cosa ci dobbiamo aspettare mentre leggiamo “Parole nella polvere”.

Viene da pensare che ad un certo punto qualcuno abbia detto a Máirtín Ó Cadhain, in riferimento a qualche personaggio già morto, che questi fosse davvero una bella persona. Máirtín Ó Cadhain a quel punto deve avere riflettuto. Deve aver pensato a quella persona e deciso che no, in effetti, a lui non risultava che fosse una bella persona. In vita, almeno. E nella morte?

La conclusione è che nella morte ci portiamo dietro più o meno quello che siamo stati in vita. Ecco quindi che i personaggi di “Parole nella polvere” discutono di sesso e amore, di guerra e politica, di soldi, di invidie e ricatti, di vita e morte. Non c’è un argomento che sfugga alla loro foga,  hannno tutta l’eternità davanti a loro. Ma il tempo non è garanzia di acume e intelletto. Le discussioni rischiano di essere bloccate sempre nello stesso punto. La conoscenza che ci si porta dietro dalla vita non aumenta dopo la morte.

C’è molta ironia in questo libro, non si riesce a non affezionarsi ai personaggi che, anche dopo morti, vengono ritratti con i pregi e i difetti che avevano in vita. Qui lo scrittore da sfoggio di una lingua complessa perfettamente allineata ad uno stile avvolto da un turbinio. In qualsiasi momento la vertigine è dietro l’angolo, dobbiamo prendere un bel respiro e dedicarci completamente al libro, capire chi sta parlando e con chi ce l’ha. Che sia la vicina o il governo, la nuora o Hitler.
La morte è una materia trattata fino alla noia nei romanzi, quello che però accade questa volta è che Máirtín Ó Cadhain ci mostra le persone che abitano la morte. Ce le mostra dopo che l’ultimo pugno di terra è sceso sulla bara e ci dice, con molta chiarezza: guardate, potete anche smetterla di santificare i morti, nell’aldilà non sono poi tanto diversi da come erano in vita.

Una menzione speciale per gli eroi (o gli incoscienti) che hanno tradotto questo libro complicatissimo. I nomi dei quattro corrispondono a: Luisa Anzolin, Laura Macedonio, Vincenzo Perna e Thais Siciliano. Sarebbe curioso poter fare il conto delle ore di sonno che hanno perso per tradurre “Parole nella polvere”.

P.S. Azzeccata la scelta dell’immagine di copertina. Cosa c’è di più inquetante dell’essere seppelliti vivi?


Máirtín Ó Cadhain (1906-1970) è stato uno dei più importanti autori in lingua irlandese del XX secolo. Molto impegnato sul fronte politico, nell’ambito del nazionalismo irlandese e come socialista, promuovendo l’Athghabháil na HÉireann (la riconquista dell’Irlanda) attraverso la cultura gaelica, fece parte dell’Irish Republican Army con Brendan Behan durante la seconda guerra mondiale. Oltre a giocare un ruolo chiave nel rinnovamento della letteratura irlandese contemporanea, scrisse racconti, romanzi e pamphlet di argomento politico o linguistico-politico. Nel corso della sua vita è stato anche giornalista e insegnante di irlandese.

Cré na Cille, Parole nella polvere, è unanimemente considerato il suo capolavoro.

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