Home Inchiostro - Recensioni di libri indipendenti e non. L’ultimo scatto della Saeta Rubia – Addio a Di Stefano

L’ultimo scatto della Saeta Rubia – Addio a Di Stefano

by senzaudio

Alla domanda, classica e allo stesso tempo un po’ stucchevole, su chi sia stato il più grande calciatore di tutti i tempi, in molti rispondono Maradona, altrettanti Pelè. Il Pibe de Oro e O’Rey, il Diavolo e l’Acqua Santa.

Eppure il grande Gianni Brera, interrogato su chi fosse secondo lui il migliore tra i due, era solito ribattere, con voce ferma e sguardo convinto: Alfredo Di Stefano. E con lui molti di coloro che oggi hanno da un bel pezzo i capelli bianchi (chi ne ha ancora) e che hanno avuto la fortuna di vederlo giocare, in un’epoca in cui non era ancora il calcio delle tv, se non in rare occasioni, e ci si abbeverava alle radiocronache dei Nicolò Carosio e alle prose epiche e appassionate (allora) dei giornali sportivi.

Alfredo Di Stefano, la leggendaria Saeta Rubia (la Freccia Bionda, così era soprannominato per la sua straordinaria rapidità, di movimento e di pensiero) è morto lunedì 7 luglio 2014 per le complicazioni seguite all’ennesimo attacco cardiaco, tre giorni dopo il suo ottantottesimo compleanno.

I più giovani probabilmente lo ricordano come l’anziano signore, dai modi distinti e dallo sguardo fiero, sempre presente dal 2000 in poi, anno in cui Florentino Perez lo aveva nominato presidente onorario del club, alla presentazione dei grandi colpi di mercato del Real Madrid: da Zidane a Ronaldo (il Fenomeno), da Beckham all’altro Ronaldo (Cristiano), a Kakà e tanti altri galacticos.

Sì, perché il nome Di Stefano è legato a doppio filo alla storia del Real.

Dopo aver indossato in Argentina la maglia del River Plate, con un breve intermezzo nell’Huracan, e in Colombia quella dei Millionarios di Bogotà, giunse in Spagna non più giovanissimo nel 1953, già ventisettenne.

Sembrava in un primo momento destinato a vestire il blaugrana del Barcellona ma, si narra, anche grazie all’intervento in prima persona del generale Francisco Franco, alla fine la spuntò il Real Madrid.

Era la squadra di Puskas, Kopa, Gento, Santamaria e del mitico presidente Santiago Bernabeu, che il suo arrivo contribuì a trasformare in leggenda. Nei suoi 11 anni con le Merengues, impreziositi da 332 gol in 372 partite, Di Stefano vinse infatti 8 campionati, una Coppa di Spagna, una Coppa Intercontinentale e, soprattutto, 5 Coppe dei Campioni consecutive, segnando tra l’altro almeno un gol in ognuna delle finali, un record quasi impossibile da battere.

Alfredo-Di-StéfanoPremiato per due volte con il Pallone d’Oro, fu anche per cinque anni Pichichi (capocannoniere) della Liga.

La sua ultima partita col Real fu, ironia della sorte, proprio una finale di Coppa dei Campioni, questa volta persa 3-1 contro l’Inter di Herrera, nel 1964.

Se Maradona è stato il genio e la sregolatezza e Pelè l’eleganza e la classe, Alfredo Di Stefano è stato il prototipo del calciatore “totale”. Attaccava, difendeva, smistava il gioco, distribuiva preziosi assist ai compagni; era al tempo stesso centravanti, falso nueve, mediano, ala, terzino, sempre nel vivo dell’azione.

Era l’iniziatore, l’inventore e il finalizzatore delle azioni da gol, una scheggia impazzita in un calcio ancora dai ritmi compassati.

Giocatore moderno, non era al passo con i tempi, ma vi correva davanti, veloce come i suoi scatti e le sue verticalizzazioni; sicuramente si sarebbe integrato a meraviglia nell’Ajax di Cruijff e Michels, che rivoluzionò il modo di intendere il calcio nel decennio successivo.

Come scrisse Eduardo GaleanoTutto il campo entrava nelle sue scarpe. Il campo nasceva dai suoi piedi e dai suoi piedi cresceva.”

Raccontano che fuori dal rettangolo di gioco fosse un uomo che amava la bella vita e tutti i vizi che i soldi, per i quali aveva una piacevole ossessione, potevano permettergli di soddisfare. Bacco, tabacco e Venere insomma. Questo, però, mai a scapito del suo rendimento in campo, tanto da giocare una finale di Coppa dei Campioni a 38 anni e appendere le scarpette al chiodo oltre i 40.

Unica pecca nella sua straordinaria carriera, proseguita poi in tono minore nelle vesti di allenatore (ma qualche trofeo riuscì comunque a portarlo a casa, buon sangue non mente), è stato il fatto di non aver giocato nemmeno una partita in un Mondiale. Né con l’Argentina, che nel 1950 si era rifiutata di partecipare alla Coppa del Mondo in Brasile e nel 1954 non si era qualificata. Né con la Spagna, paese di cui aveva ottenuto la cittadinanza nel 1956, sempre per mancata qualificazione alla fase finale nel 1958 e a causa di un infortunio muscolare nel 1962.

L’ultima gioia, a lui che per più di mezzo secolo è stato il simbolo madridista per eccellenza, il suo Real l’ha regalata un mese e mezzo fa, con la conquista della tanto agognata Decima, la Coppa dei Campioni numero dieci.

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