Home Inchiostro - Recensioni di libri indipendenti e non. L’indissolubile legame dei ricordi – Heysel 85

L’indissolubile legame dei ricordi – Heysel 85

by senzaudio

pallone calcioAd un bambino di 10 anni non puoi togliere il pallone. Un bambino di quell’età lo metti su un campetto qualsiasi alle 8 di mattina e lo puoi tranquillamente riprendere alle 20 di sera. Il tempo vola quando quel bambino vive il calcio. A 10 anni vivi un mondo diverso, migliore per certi versi, in cui le passioni sono più pure e genuine, in cui il tuo mondo è la tua famiglia.
Quella sera era il 29 Maggio del 1985 e non ho alcun ricordo di cosa avessi fatto quel giorno. Presumo di essere andato a scuola, di aver pranzato, fatto i compiti e pure giocato in giardino.
So però per certo cosa ho fatto quella sera. Ho cenato in fretta e furia per potermi concentrare esclusivamente su un evento. La finale della Coppa dei Campioni 1985. Juventus – Liverpool. Non mi è ben chiaro cosa sapessi del Liverpool, cosa capissi della questione finale. So solo che quella sera, io, mio padre e mio nonno, ci siamo seduti a tavola per guardare una partita di calcio.
Vedete, io mi ricordo com’era mio padre, con parecchi capelli in più, qualche chilo in meno e probabilmente la preoccupazione di tirare su una famiglia. Ricordo pure mio nonno, in salute, abbronzato come praticamente per tutto l’anno, leggermente ricurvo in avanti mentre fuma una MS.
Quando è partita la diretta RAI, sullo schermo non c’era quello che avrebbe dovuto esserci. Mancavano i tifosi in festa, c’erano persone, sottolineo persone con la paura scolpita sulla faccia. Le immagini erano sfocate o forse lo sono i ricordi, ma si vedeva la gente correre impazzita da una parte all’altra, macerie ed esseri umani in un unico groviglio che virava al rosso.
E io, che passavo lo sguardo incredulo dallo schermo a mio padre e mio nonno, cercavo una sorta di spiegazione, un’occhiata che pacificasse la situazione in un istante. Non ci fu nulla di tutto ciò, ci fu altro sgomento, altri interrogativi, altro malessere. Il gioco dovrebbe servire a preservare l’infanzia, una candela troppo corta destinata a spegnersi, eppure non accade, non accadde.
Come fa, una partita di calcio, trasformarsi in qualcosa di così spaventosamente distante dalla sua natura di spettacolo, gioco e gioia? Come fa il genere umano a partorire una simile bestia? E’ una domanda che mi pongo più o meno quotidianamente.
Ma quella tragedia condivisa in famiglia ha cementato nella mia mente in un legame indissolubile tra gioco e terrore il ricordo di come il male possa entrare nelle case della gente senza preavviso.
E mentre dall’altra parte dello schermo, in un paese che non conoscevo, i miei eroi stavano rincorrendo una palla e contemporaneamente qualcun altro di meno noto ma più importante, stava cercando di salvare delle vite schiacciate e stava ammassando corpi. Da questa parte dello schermo un po’ la passione si era affievolita, un po’ dell’essere bambino era scivolato via come trucco sciolto dalla pioggia. E nel mezzo, mio nonno, che si alza e va a letto, perché non ne può proprio più.
Non si possono dimenticare certe serate, perché rimangono incollate ai ricordi di famiglia, fanno parte del bagaglio di vita di ognuno di noi. E quando qualcuno offende la memoria delle vittime dell’Heysel, offende anche la memoria famigliare, offende anche la propria memoria, perché ognuno di noi ha vissuto momenti come quelli. Momenti in cui il pubblico e il privato si sono mescolati al punto da diventare un tutt’uno. Un mesto colore grigio che ricorda vagamente il cemento di un muretto crollato.

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