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Il ragazzo nel bunker – Antonio Armano – recensione di Paolo Risi

by senzaudio

Per gli ebrei di Drohobycz, cittadina ai piedi dei monti Carpazi, l’unico modo di sfuggire alla morte è sfidarla, in qualche modo accarezzarla per poi tentare di oltrepassare una frontiera, nascondersi, profetizzare un destino benevolo.

Nei primi mesi del 1943 gli ebrei non ancora falciati dai nazisti avvertono che intorno a loro il cerchio della soluzione finale si sta chiudendo. Il ghetto di Drohobycz diviene terreno di caccia, dove il rancore alimentato da frustrazioni e dicerie mette a soqquadro un equilibrio sociale già precario; sono gli ucraini, i primi a violare dimore, ad allungare le mani su persone inermi e a decretarne la morte come se esistesse un diritto acquisito, un compito da finire una volta per tutte.

Lo scopo del Terzo Reich è lo sterminio; nel libro di Antonio Armano – pagine che non lasciano tregua, una cavalcata di episodi e testimonianze – si coglie a pieno il fragore della brutalità, la revoca di ogni elaborazione morale, perché per un click della mente un ufficiale tedesco può tranquillamente puntare la canna della pistola su una nuca e fare fuoco. 

I tedeschi prendono possesso della città, rendono schiavi gli ebrei e determinano chi sia utile per il loro tornaconto; per tutti gli altri c’è una fossa comune, o in alternativa un viaggio di sola andata verso il campo di concentramento più vicino.

Gesti, azioni un tempo naturali – come, per Bernard, protagonista de Il ragazzo del bunker, giocare con gli amici a palle di neve – diventano vapore della memoria, il crinale tra consapevolezza e l’impossibilità di riconoscersi in quanto esseri umani; si cammina radenti ai muri, si abbassa lo sguardo perché qualcuno potrebbe fraintendere, come topi si attraversano le strade nell’ombra, per cercare cibo e un nascondiglio migliore.

Alcuni si avventurano sui monti, speranzosi di oltrepassare il confine con l’Ungheria, ma occorrono soldi, agganci e possibilmente documenti falsi. Altrimenti c’è la possibilità di predisporre un rifugio, arrangiandosi per individuare complicità, per reperire materiali e persone esperte in tecniche delle costruzioni. Opzioni perlopiù aleatorie, che fluttuano in una dimensione fatta di disincanto e inquietudine.

Intanto, ogni mattina, Jakub Mayer, prima di recarsi nella torrefazione dove lavora, nasconde sua madre Tonia in un’intercapedine dell’armadio a muro: è una precauzione necessaria (gli occupanti tedeschi, implacabili, stanno proseguendo coi rastrellamenti), anche se madre e figlio sono consapevoli dell’inaffidabilità di quel riparo domestico. Poi un giorno avviene un incontro fortuito: la stessa Tonia, uscita di casa per cercare cibo, si ritrova a parlare con una donna, anch’essa ebrea, che le confida di voler far costruire un bunker in una villetta di sua proprietà, attualmente abitata da un ucraino di nome Ivan Bur. Quest’ultimo si è reso disponibile a “gestire” il nascondiglio, naturalmente in cambio di soldi, e inoltre è già stato contattato un vero e proprio architetto dei bunker, il funambolico Aron Szapiro, soprannominato Al Capone dagli abitanti del ghetto.

Un ensemble compatto tiene viva l’impresa, che trova compimento nell’aprile del ’43. Mentre Szapiro ritorna nelle profondità di Drohobycz, sedici persone, raccolte attorno ai Mayer e agli Schwartz (i padroni di casa) danno inizio alla loro nuova esistenza ipogea. Il bunker è dotato di una cucina, di servizi igienici e di un impianto di areazione, ma ahimè l’estate è alle porte e i conviventi sono costretti a indossare il minor numero possibile di vestiti, a patire la carenza di acqua per lavarsi a causa della siccità. Impossibile farsi un’idea di quella reclusione indotta, che diverrà sempre più problematica, visto l’aumentare delle persone ospitate nel nascondiglio – arriveranno a essere una cinquantina, in una sorta di stillicidio degli sventurati. A ognuno di loro viene assegnato uno spazio ben preciso, fisico e spirituale, immancabilmente violato dalle contingenze quotidiane, dalle tensioni che sorgono per questioni anche di poco conto. E in più c’è il timore di essere scoperti, eventualità che si fa palpabile quando i soldati tedeschi mettono a soqquadro la villetta, con ogni probabilità messi al corrente da dei delatori.     

Il bunker poco a poco diventa una comunità; la vicinanza è essenziale per schivare le minacce (il custode ucraino, a un certo punto, si mette in testa di eliminare fisicamente i reclusi più debilitati), per alimentare la speranza di sopravvivere, resa concreta dalle notizie trasmesse da una radio Telefunken. “La radio diceva che i russi si stavano avvicinando alla vecchia frontiera polacca, i tedeschi erano in ritirata, ma l’Armata rossa era a diverse centinaia di chilometri da Drohobycz. Ci voleva ancora tempo. Disperazione e speranza si mischiavano…

Trascorrono 17 mesi, e i più arditi fanno capolino dalla botola del rifugio. Bernard Mayer, allora sedicenne, si fa coraggio e una volta all’aperto, abbagliato dalla luce solare, fatica a mettere a fuoco i colori. Al suo cospetto i fiori, gli alberi e il cielo, e la prova che gli ingranaggi della guerra hanno iniziato a girare al contrario. “Quando fu davanti a un soldato dell’Armata rossa si inginocchiò e baciò gli anfibi neri coperti di polvere, urlando: «Siamo ebrei! Ci avete salvati!». Altri reclusi intanto erano usciti dal bunker e andarono sotto al portico che si trovava nel retro della casa. I soldati erano sorpresi di vedere tutta quella gente e puntarono le armi contro quegli strani individui seminudi e scarnificati. Li tennero sotto tiro con i kalašnikov finché si resero davvero conto che erano solo dei sopravvissuti sbucati da sottoterra e non spie dei tedeschi che cercavano di fare gli ultimi danni.

È proprio Bernard, con le sue memorie e la sua testimonianza diretta, ad aver accompagnato idealmente Antonio Armano nella stesura de Il ragazzo nel bunker. Ne è nata un’opera densa, con personaggi “di complemento” indimenticabili, in cui la convivenza forzata in un angolo martoriato della Storia si fa organo pulsante di umanità. Il prima e il dopo dell’isolamento, componenti affatto secondarie della narrazione, sottolineano – al di là dell’epopea dei sopravvissuti – la linearità di un percorso millenario, che vede il popolo ebraico vessato, martirizzato dall’ostilità e dal sospetto. Non sarà sufficiente l’arrivo dell’Armata Rossa per ristrutturare il caos: nell’animo dei superstiti perdurerà la minaccia fantasmatica, la condanna della memoria e dello sradicamento.   

Passando accanto alla casa che era stata della zia i Mayer pensarono che non potevano trovare nessuno e si sentirono tristi e Tonia anche in colpa per essere ancora viva mentre le sorelle e tutti gli altri non c’erano più. Erano riemersi dal bunker ma tutto il loro mondo sarebbe rimasto dentro per sempre. Bernard ricorda la liberazione come il momento più doloroso e allo stesso tempo felice della lunga vita che ha vissuto. Dovevano procurarsi un posto dove dormire prima che facesse buio…

Paolo Risi

Antonio Armano: Giornalista e scrittore, ha viaggiato a lungo nei paesi dell’Est e studiato lingue slave. Ha scritto per diverse testate e collabora attualmente con Il Sole 24 Ore e il Fatto Quotidiano.
Nel 2009, per il ventesimo anniversario del crollo del Muro di Berlino, ha realizzato un reportage tra i resti della Cortina di ferro, da Travemünde a Trieste, pubblicato dal settimanale polacco Polytika. Nel 2014 è stato finalista al Premio Viareggio con Maledizioni, un libro inchiesta sulla censura letteraria, e nel 2019 ha vinto il Premio Parise per I barconi dell’asfalto, un reportage sulle rotte delle badanti dall’Ucraina all’Italia pubblicato dal mensile Millennium.

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