Home Inchiostro - Recensioni di libri indipendenti e non. E se l’editoria fosse come il David Letterman Show? – Nicola Manuppelli

E se l’editoria fosse come il David Letterman Show? – Nicola Manuppelli

by senzaudio

Quello che state per leggere è un articolo che Nicola Manuppelli ci ha gentilmente concesso e che è in risposta ad un pezzo uscito ieri 27/05/2015 su Bookblister
Le opinioni di Nicola Manuppelli non rispecchiano necessariamente le opinioni di Senzaudio.

Si potrebbe cercare di vedere tutto questo non come una barriera ma come uno spunto, mettendo al centro le idee.

Prendiamo a esempio un testo che costa 15 euro.

La realtà: non è vero che all’autore vanno sempre il 7 o il 10 %. Molti editori pubblicano libri fuori diritto. Molti testi di autori stranieri che, se non recenti e celebri, possono essere pagati anche un migliaio di euro.

In quest’ultimo caso, con una tiratura per esempio di 3000 copie, all’autore arrivano solo 33 centesimi a copia.

Quindi, nel sessanta per cento dei casi, se non di più, ai 15 euro leviamo un euro o meno.

Anche la traduzione ha un costo fisso, di solito a cartella, che rende le percentuali simili a quelle dell’autore straniero di sopra.

E questa è un’altra grandissima anomalia perché il traduttore (basta guardare una semplice voce wikipedia) è un autore a tutti gli effetti e dovrebbe essere pagato e riconosciuto come autore.

Prima che il libro arrivi in libreria, c’è anche un’altra cosa importante. Chi fa la copertina. Questa in teoria dovrebbe essere un’interfaccia, l’altra parte creativa del libro. Il copertinista, come il traduttore, dovrebbe essere un autore, retribuito anche lui. Questo avviene ma non sempre. ‘è chi usa foto “free” o confonde scatti ad autori. Per rispetto del lettore, che spesso nota un libro per la cover, ci dovrebbe essere la massima cura.

Scrittore, (traduttore), copertinista sono i tre autori del libro. Loro possono fare poche opere all’anno. L’editore che produce può moltiplicare i guadagni usando più talenti. Ma senza queste tre figure non esiste (si suppone) nulla da vendere.

Il che suggerirebbe di valorizzarle.

Il principio è: dovrebbero essere i libri a “fare” gli editori e non viceversa.

Il che ci porta a una seconda questione. Spesso una soluzione sembra essere puntare su nomi famosi e grossi. Abbiamo due categorie di libri interessanti: il libro alla “Totti” e il libro piccolo che va per passaparola.

In entrambi i casi il lavoro dell’editore finisce per contare poco. Se Totti o Follett vendessero libri direttamente on-line e li spedissero loro alle librerie, il libro venderebbe lo stesso al di là del marchio. L’editore non rischia nulla ma anche fa poco. Idem nel passaparola: in questo caso sono i lettori – gli stessi che possono essere sottovalutati (“questo libro è bello ma non lo leggerebbe nessuno!) o “trattati male” con una copertina sottopagata per un libro che viene comunque pagato come gli altri o con altri espedienti non professionali – a fare il successo del libro.

La mia idea è che gli editori dovrebbero fare meno libri e puntarci in pieno, con tutti allo stesso modo, indipendentemente dai nomi.

Un’altra cosa che bisognerebbe fare è comunicare di più coi lettori, tenerne conto, essere accessibili, renderli protagonisti perché lo sono. Il libro in fondo funziona principalmente grazie a due attori: autore e lettore.

Per ritornare alla questione autore, traduttore, copertinista e ci metto anche gli editor e chi fa scouting (che dovrebbe essere considerato come un’altra specie di editor), queste sono figure professionali e come tali dovrebbero essere “interne” sempre alle case editrici e non esterne. Come si può pensare di fare qualcosa professionalmente tenendo i professionisti all’esterno? È come creare una squadra di calcio con calciatori tutti in prestito. Ne risente il rendimento, anche nervoso, degli attori principali, di ciò che il pubblico realmente vede allo stadio.

Come sostenere tutto questo?

Io inizierei a valutare le ose su un sistema di “rarità”.

Un autore spesso, se in forma, può garantire un libro l’anno, non di più. Se va bene due. un traduttore ne può tradurre qualcuno di più. Un editore ne può fare molti. Il sistema di compenso dovrebbe andare a scala secondo questa piramide ed è logico che sia l’editore (che ha più chances, più pallottole da sparare) a doversi prendere il rischio. Se è bravo, non c’è rischio.

Come fa a essere bravo? Scegliendo bene i titoli (avvalendosi di professionisti), promuovendoli bene (avvalendosi di professionisti, cioè gente che sa lavorare su web, su marketing e anche portandoli in giro nelle librerie), non puntando a essere onnipresente e a produrre milioni di libri ma avendo ben presente ogni singolo titolo.. come si fa nel caso dei grossi editori? Si aumentano i professionisti che stanno dietro un libro. Come si regge economicamente questo? facendo sì che ognuno guadagni il giusto per quello che “realmente” fa. E la domanda è: quanto fa “realmente” l’editore per ogni suo singolo titolo oltre a mandarlo in stampa e affidarlo a un distributore? Quanto tempo gli dedica? Conosce i suoi autori, ne sa le potenzialità, sa parlarne al pubblico? il pubblico è importante perché è come un ventilatore che moltiplica l’aria e va ha apprezzato. L’editore deve credere in lui, non prenderlo in giro.

L’editore furbo prima o poi viene scoperto. E il sentore si ha da subito, lo hanno tutti i lettori, quella vaga consapevolezza di venire fregati. L’editore deve rapportarsi coi lettori come uno che ha letto un bel libro e davvero ci tiene e vuole consigliarlo.

In questo senso, come valutare un editore quando pubblica un libro scritto da lui, uno della moglie che parla di lui, uno del figlio, uno della ragazza del figlio e uno della madre della moglie? al massimo ci si aspetta di essere invitati al battesimo del nipote (e magari scriverne un libro).

Tornando alla sostenibilità economica, la scienza consiglia che per un organismo vivente a volte è bene stare attenti agli organismi parassitari (ci vorrebbe un po’ più di scienza dentro l’editoria).

Il parassita, in questo caso, potrebbe essere il distributore. Il patto con lui andrebbe o annullato o riformulato. Un distributore, seguendo il meccanismo piramidale, non può prendere il triplo di un autore per copia. L’autore può scrivere, ripeto, al massimo uno o due libri l’anno, ma il distributore ne può distribuire decine al giorno. Il suo guadagno è già moltiplicato. Il meccanismo dovrebbe essere semplice: poco per tanto e tanto per poco, così la distribuzione economica potrebbe essere equa. Ci dovrebbero essere al massimo più distributori ciascuno per meno libri perché anche il distributore dovrebbe essere consapevole di ciò che distribuisce, perché è uno dei contatti con la libreria.

E forse sarebbe meglio che l’editore stesso, con i suoi professionisti, cioè con le persone che conoscono davvero il libro, parlasse al libraio del contenuto del libro, per una collaborazione più stretta. Tutto nell’ottica del segno meno ma della conoscenza. Come si può distribuire e vendere ciò che non si conosce? Questo, in un modo ideale, potrebbe portare a tante librerie, davvero diversificate, ciascuna con titoli e competenze diverse. La cosa che oggi fa spavento è che non solo le librerie delle grandi catene si somigliano, ma a volte anche le librerie indipendenti. Questo perché? perché alcuni editori hanno deciso di collaborare direttamente con le librerie e altri no. Ma essendo pochi questi editori, questo spesso rende il lavoro delle librerie indipendenti dipendente o non-indipendente.

Tagliando o migliorando il rapporto col distributore, o facendo in modo che ogni casa editrice distribuisca da sé (con professionisti) abbassiamo di molto il 40 o 60 per cento che prende la grande distribuzione. Lo riversiamo sui protagonisti, gli autori, e cerchiamo di avere i libri che veramente ci piacciono e potremmo consigliare al pubblico. con un rapporto stretto con alcune librerie i numeri non cambierebbero. 100 copie per 10 librerie sono come 1 per 1000. Il sistema a macchia d’olio, se l’olio è poco, non garantisce buona copertura, e con questo intendiamo “visibilità” per l’editore ma anche per libraio e lettore che devono poter “vedere” i libri.

Questo nucleo poi lo possiamo moltiplicare per tanti libri e creare grandi case editrici con tanti professionisti, il numero giusto per libro, che guadagnano il giusto.

Le garanzie devono essere per tutti. Per esempio autori e traduttori vengono pagati un tot mesi dopo l’uscita del libro. È un non senso. Perché l’editore (che dovrebbe avere più forza economica) non può permettersi di rischiare e l’autore sì? Acquisire un autore o una traduzione o una copertina dovrebbe essere un investimento e in quanto tale, pagato subito. Dato che l’editore dovrebbe “crederci”.

La questione tour mi tocca dal punto di vista personale. Si parla di cifre galattiche. Il tour di Robert Ward con i Fuorilegge è stato finanziato con gli sponsor.

Gli sponsor non sono il male. Da lettore, se servono anche ad abbassare il prezzo del libro, non mi danno alcun fastidio. Ci può essere un modo virtuoso per inserirli. Lo fanno altre arti, come il cinema e la musica, lo può fare la letteratura.

Sempre riguardo i tour: anche in letteratura sarebbero utili. In musica sono diventati più forti dei dischi, sono il vero motore economico. E questo potrebbe essere uno spunto di riflessione.

I resi, se l’editore lavora bene anche con il libraio, dovrebbero non esistere. Per fare sopravvivere un libro più di un mese, bisognerebbe che, oltre ad autore e parti creative coinvolte, anche gli altri (editore, distributore, libraio) ci lavorassero più di un giorno. Sui libri bisogna lavorare come un bambino. Portarli a essere uomini e camminare con le proprie gambe. Non lo si fa con la fretta e con la voglia di passare subito al figlio successivo, senza sapere chi stiamo allevando.

Queste alcune delle idee. Ultima puntata del David Letterman Show. Uno spettacolo con un presentatore e degli ospiti. Semplice? Alla fine inquadrano tutto lo staff. Sono tanti, sono tutti professionisti, si divertono. Il DLS è stato uno spettacolo di successo.

Un sentito grazie a Nicola Manuppelli.


Nicola Manuppelli è uno scrittore e traduttore di autori americani e irlandesi. Nato nel 1977, ha pubblicato racconti in diverse riviste e  antologie, ha lavorato come giornalista e autore per varie riviste, è consulente editoriale per Mattioli1885, e tiene corsi di scrittura creativa e di letteratura angloamericana.


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30 comments

Il prezzo del libro: una risposta a una risposta | BookBlister 28 Maggio 2015 - 15:39

[…] pezzo di Nicola Manupelli (risposta al mio che arriva su un altro blog… non c’è verso, qui non mi rispondete mai!) leggo […]

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A.L. 30 Maggio 2015 - 16:16

Il discorso mi sembra molto coerente e ben formulato. Gli editori dovrebbero davvero puntare su meno titoli, ma curarli e valorizzarli di più e gli autori (in senso lato come spiegato nell’articolo e quindi anche traduttori e disegnatori) dovrebbero essere considerati maggiormente, visto che sono l’anima del libro e senza di loro non ci sarebbero “prodotti” da vendere. Mi associo anche sul fatto che sia pazzesco che un distributore percepisca molto di più di un autore, dato che ha già la possibilità di moltiplicare in maniera esponenziale i suoi guadagni. Su quest’ultimo punto, però, temo sia dura che possano cambiare le cose, perché per il distributore il libro è una merce come un’altra. Comunque questo è un pezzo che fa pensare e dovrebbe essere condiviso per rendere i lettori più consapevoli dei meccanismi del mondo editoriale.

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Il prezzo del libro: una risposta a una risposta - BookBlister 25 Giugno 2016 - 16:13

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