Home Inchiostro - Recensioni di libri indipendenti e non. Don’t look back in anger – Jarvis Cocker e i Pulp

Don’t look back in anger – Jarvis Cocker e i Pulp

by Gianluigi Bodi

Ad un certo punto, probabilmente a cavallo tra il 94 e il 96 non potevi accendere la Tv e mettere su Mtv senza sentire nominare Jarvis Cocker. Le poche riviste di musica ne parlavano in termini lusinghieri. Il britpop era esploso e gli echi di quella deflagrazione portarono Jarvis e il suo gruppo, i Pulp, all’apice del successo. “Common People” e “Disco 2000” furono due canzoni perfette per quel determinato periodo. Arrivava da Londra, un vento nuovo, una sferzata di rabbia giovanile mescolata al disagio esistenziale. La mia generazione ci stava dentro in pieno. Lo spleen inglese, grazie a Mtv finiva sugli schermi italiani e ci influenzava. Ci si vestiva come loro, si ballava come loro, si ascoltava e si vedeva come vedevano loro e siccome eravamo profondamente invidiosi che la periferia di Milano o Roma non fosse come la periferia di Londra allora si prendevano gli aerei per vivere, almeno per un weekend, quella desolazione dell’animo.

Jarvis incarnava l’idea del tipico ragazzo della periferia londinese, anche se in verità il gruppo da lui capeggiato arrivava da Sheffield, quello che magari passava i pomeriggi tra un negozio di dischi e un incontro a sfondo politico. L’intellettuale sfrontato che affonda le mani fino in fondo alle tasche dei pantaloni e ti guarda in faccia con l’espressione che tu, proprio tu, non hai capito un cazzo della vita. Mentre lui, ovviamente, sì. Il viso squadrato, il colorito malaticcio, i capelli lunghi, tagliati male, l’impressione che fossero sporchi e gli occhialoni sovradimensionati con la montatura in osso. L’andatura leggermente piegata in avanti, le dita lunghe e affusolate che tengono in equilibrio una sigaretta e il fisico emaciato, una sorta di Lupin III in carne e ossa. Poi, negli occhi una luce strana, una vena di pazzia intellettualoide di chi vede le cose ad una lunghezza d’onda diversa dagli altri.

Jarvis era un leader carismatico per la sua band e incorporava in se l’immagine dello straniamento che una metropoli produce sulle persone. C’era, era lì sul palco a fare un mucchio di soldi, eppure sfornava canzoni che parlavano del desiderio di vivere come persone normali. Una voce profonda, ruvida, con una vena di tristezza e malinconia che aggiungeva valore alle loro canzoni. E il messaggio sembrava essere sempre lo stesso: non c’è scampo dalla mediocrità. E un po’, in fondo, il Britpop stava lì, in quell’espressione di consapevolezza che la fuga non era possibile, e che ogni tentativo era futile.
Dopo il biennio d’oro i Pulp scivolano lentamente nell’oblio. Qualche altro anno di alti e bassi e poi più nulla fino al 2001, un canto del cigno con il loro ultimo album di studio e poi la classica reunion nel 2011. L’industria musicale, quella che i Pulp abitavano, ma che in parte disprezzavano, li aveva masticati come un bolo di tabacco e alla fine li aveva sputati. Restava giusto un piccolo e tenue alone marrone chiaro sui denti. Magari pure una leggera irritazione alle gengive.

Jarvis e i Pulp furono un fenomeno temporaneo, uno di quei fenomeni che nel momento in cui li vivi ti fanno pensare che durerà per sempre, che riuscirà a reinventare se stesso per procedere a tentoni lungo l’arco dei prossimi trent’anni. Eppure, gli elementi di rottura dei Pulp erano efficaci in quel preciso momento anche in funzione dell’età degli interpreti. Lo scorrere degli anni non è contemplato quando si parla di disagio generazionale.
Il mio parere, se vale, è che il declino dei Pulp sia coinciso con l’attimo in cui il personaggio Jarvis ha preso a bastonate l’essere umano Jarvis ed è salito sul palco dei Brits’96 mentre cantava Michael Jackson, ha dato le spalle al pubblico, si è chinato in avanti e con le sue mani lunghe ha iniziato a tamburellarsi le natiche.
Ho sempre avuto l’impressione che i gesti eclatanti, in situazioni mondane come quella di un premio musicale, siano semplicemente atti inutili, espedienti per far parlare di se stessi. Diventano l’unica possibilità che uno ha per rimanere al top e quindi, sono il primo segnale che davanti si ha una parabola discendente.
Grazie comunque Jarvis, grazie per averci provato. Di te mi rimarranno i gesti sensuali e le alzate di spalla al ritmo di “Common People”. Chapeau!

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