Home Inchiostro - Recensioni di libri indipendenti e non. La Crisi Palestinese: lo spettro della guerra e il silenzio internazionale

La Crisi Palestinese: lo spettro della guerra e il silenzio internazionale

by senzaudio

 Un tonfo secco. Urla. Polvere. Macerie. Poi di nuovo un altro fragore squarcia il silenzio, spaccando in due il cielo di Gaza. E’ solo uno dei tanti raid israeliani che si sono susseguiti in questi giorni. Frotte di civili si uniscono ai soccorritori nel disperato tentativo di estrarre dei superstiti dagli scheletri delle abitazioni. Gli scenari sono apocalittici. Densi di morte. 70 sono, ad oggi, le vittime accertate, oltre i 500 i feriti. Nessuno è stato immune dalla furia omicida. Non possono scamparvi né bambini, né giornalisti, né, tantomeno, i profughi. Non esistono categorie protette o tutelate.  L’offensiva sorge dal sequestro-omicidio di tre giovani ebrei, per il quale già militanti di estrema destra avevano

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ucciso e in seguito arso un diciassettenne palestinese di Gerusalemme est. Da allora è stato un continuo attacco da parte del governo israelita. Una serie di bombardamenti ingiustificati ed inopinati.Tacciono i media, da sempre silenti spettatori del conflitto medio-orientale. Ciechi di fronte ai quotidiani soprusi delle istituzioni di Tel Aviv . Al contrario, sempre lesti a redarguire la ben che minima intemperanza araba, pronti ad urlare al fondamentalismo islamico.Tanto risalto haavuto l’omicidio dei tre studenti israeliani, un clamore giusto e sacrosanto, ma in totale distonia con la cortina di omertà che ha avvolto la barbara esecuzione del ragazzo palestinese. Ma è un altro il silenzio che più dovrebbe destare clamore. O meglio sdegno. Il mutismo della comunità internazionale. Un mutismo che non è solo colpevole di non agire, ma addirittura di essere connivente con i crimini commessi dal governo israeliano, da sempre, infatti, i giganti mondiali offrono il loro sostegno ad Israele. Dal 1948 ad oggi è sempre stato un chiudere un occhio, un tollerare da una parte, controbilanciato da un continuo e aspro deplorare e condannare dall’altra. Sin dagli insediamenti dei coloni. Ritenuti illegittimi. Ma ancora lì. Senza che nessuno si sia mai attivato per rimuoverli. Né nessuno ha mai chiesto ad Israele di spiegare ciò che successe, nei giorni tra il 16 e il 16 settembre del 1982, nel campo profughi di Sabra e Shatila dove persero la vita oltre 400 vittime inermi, tra cui donne e bambini.

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Ma tutti, dopo aver istituito commissioni, e iniziato indagini, si sono voltati, non curanti, dall’altra parte. Così come si sono voltati dall’altra parte durante ognuna delle guerra di conquista che Israele ha perpetrato negli ultimo sessant’anni. O sulla continua limitazione della libertà personale dei palestinesi, i cui diritti inalienabili sono violati. O, forse, sarebbe meglio dire negati. Costretti in una lingua di terreno o in fetidi campi profughi muoiono di malattie lì senza cura, o rinunciano allo studio, all’università. La libertà personale è azzerata, come si evince dal rapporto annuale di Amnesty International. L’assiduo appoggio della comunità internazionale ha fatto sì che Israele non avesse nessun problema a perpetrare la sua linea nazionalista. Si pensi al controverso attacco alla Freedom Flotilla, avvenuto il 31 maggio del 2010, in cui persero la vita nove attivisti, uccisi dal fuoco dei marines israeliani. Tale evento, su cui, tuttavia, permangono degli elementi discordanti, testimonia l’intransigenza di Israele, che ora trascina di nuovo il medio oriente al limite dell’abisso della guerra. Ai raid aerei, infatti, è seguita la risposta di Hamas,organizzazione estremista dal 2006 alla guida del governo palestinesi, che ora scaglia razzi su Tel Aviv. Una risposta ad un attacco, che non poteva non essere interpretato come una dichiarazione di guerra. Intento bellicoso confermato anche dalle parole di Shimon Peres, presidente dello Stato di Israele, che ora si dice pronto all’invasione terrestre. Come ha sentenziato qualche giorno fa’ Amira Hass, dalle colonne de L’Internazionale “in questi giorni la realtà in cui viviamo sembra andare “avanti veloce” e allo stesso tempo “indietro veloce”. Avanti veloce verso l’inferno e indietro veloce verso la follia”. Il conflitto armato non deve iniziare ci si è già dentro. Sono i prodromi della guerra quelli che si stanno vivendo in questi giorni e nessuno delle forze in causa sembra aver la forza per potersi liberarsi dall’abbraccio mortale della violenza. Servirebbe una forte presa di posizione di quelle istituzioni che da sempre hanno taciuto, e che forse, proprio a causa dei loro reiterati tentennamenti, hanno perso l’importanza e la forza di cui erano ammantate. Il tutto mentre la situazione del medio-oriente appare sempre più incandescente, con i combattenti del ISIS che imperversano in Siria e in Iraq, sempre pronti ad aprire nuovo fronti e che costringono a prendere in considerazioni scenari nuovi. Tutto sembra scorrere, a velocità sempre maggiore verso l’ineluttabile. Ma non è ancora troppo tardi.

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