«Secondo l’uso degli indiani il mio nome sarebbe quello di “Uomo che non ebbe mai tempo per giocare“». dice – nelle sue “Memorie non pubblicate” – Edward S. Curtis, esploratore, etnologo e fotografo statunistense che mise il proprio occhio fotografico a servizio delle vita e delle storie dei nativi americani.
Sarà pure un ricordo reale ma certamente un po’ stereotipato se è vero che alla sola lettura viene in mente, nell’immediato, l’abitudine raccontata dai film, dai libri e dai luoghi comuni secondo cui i “Pellerossa” riconoscerebbero nel nome lo spirito di chi lo possiede.
Noi occidentali non condividiamo questa credenza se non quando, notando una forte corrispondenza tra le caratteristiche notoriamente attribuite ad un determinato nome e chi lo porta, esclamiamo: “Angelo di nome e di fatto”. Noi occidentali nelle parole non vediamo anima alcuna. Con leggerezza le affittiamo, le stupriamo, le amiamo per una notte ed il mattino dopo ne siamo già stanchi. Noi occidentali nominiamo e non sappiamo che, nel farlo, si significa, si prende e si lascia, si fa una scelta.
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