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Robledo – Daniele Zito – Una recensione Senzaudio

written by Adriano Fischer 16 maggio 2017
Daniele Zito, Robledo

Robledo

Il rischio, se non forse la certezza, dopo aver letto il romanzo di Daniele Zito, è quello di dubitare di qualunque specie di lavoratore. Dal ragazzo che consegna le pizze al dipendente di una libreria, a un commesso di Decathlon, a un cameriere, a un dipendente del Mac Donald, al dentista durante un’otturazione.

Questo può verificarsi le volte in cui si riceve un servizio eccellente, prestato da lavoratori gentilissimi e cordialissimi, ecco, a queste persone vien da chiedere «lei, lavora, giusto per lavorare, no?»

Michele Robledo è il protagonista del romanzo, o del reportage, o della fiction, o del mockumentary, un quarantacinquenne, divorziato con un figlio, che raccoglie in quaderni le storie di un’emergente attività clandestina che prende il nome di LPL (Lavoro per Lavoro).

I membri sono tutti lavoratori non convenzionali, svincolati dalla logica del salario, della contrattazione, delle regole sistemiche. Sono persone che lavorano per il semplice gusto di lavorare e lo fanno generalmente nei luoghi maggiormente dispersivi, centri commerciali, aeroporti, grandi catene di librerie, centri congressi.

Luoghi privi d’identità e anonimi, o semplicemente non luoghi, per usare la definizione di Marc Augè, in cui un membro de LPL può sottrarre una pettorina, indossarla e agire come un lavoratore comune. Così sono le storie di Zito che hanno tanto del verosimile, cioè come qualcosa di non così lontanamente ipotizzabile: disoccupati, licenziati ex dipendenti, ex tutto che, quasi casualmente, sono, dopo aver indossato la casacca gialla dell’Ikea, parte dell’ingranaggio lavorativo.

I membri del LPL sono lavoratori, tuttavia, che non risultano in nessun registro, in nessun atto, nessuna firma certifica la loro esistenza.

Sono dei fantasmi la cui morte non rientra neppure nelle statistiche dei caduti sul lavoro, semmai rubricati a morti accidentali, la maggior parte delle volte, suicidi.

Questa è la frontiera del post lavoro, non stiamo parlando, infatti, di lavoro in nero o di uno sfruttamento del lavoro, di un lavoro sottopagato o discriminato, di uno demansionato o mobbizzato, ma di un lavoro che non produce ricchezza ma che anzi dilapida quella residua.

L’idea di Daniele, a mio avviso, è quella d’aver creato una storia che ben si concilia con un concetto di lavoro liquido, esattamente come Bauman lo prefigurava.

L’esasperazione di uno sfrenato soggettivismo che ha minato le basi della modernità, dissolvendo ogni punto di riferimento – certezza del diritto, partiti, ideologie, sindacati, lavoro – una dissoluzione che traduce tutto in liquidità. Fingere di lavorare diventa altresì fingere di avere uno scopo, fingere di avere una dignità.

Ora, scrivere un romanzo che abbia come soggetto il lavoro è un’impresa ardimentosa, il rischio dei cliché e dei luoghi comuni è a portato di tasto, o sì, di penna.

Zito è riuscito a rendere credibile una provocazione: del resto siamo, in qualche modo, tutti testimoni e spettatori del fenomeno opposto, di politici nullafacenti che percepiscono lauti salari.

Daniele Zito, nato a Siracusa, è ricercatore presso l’Università di Catania e si occupa di informatica. Collabora con «l’Indice dei Libri del mese», dedicandosi prevalentemente al teatro e alla narrativa italiana. Nel 2013, ha esordito con La solitudine di un riporto per Hacca. Robledo è il suo secondo romanzo.

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