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Michael Chabon – Sognando la luna

by senzaudio

Michael Chabon – Sognando la luna

Chabon, nel corso della sua ormai lunga carriera letteraria, si è sempre divertito a mischiare generi e stili, confondendo le carte e giocando a “ora c’è, ora non più”, pur mantenendo la barra dritta sui Grandi Temi (la narrativa, l’omo ed etero sessualità, la tradizione ebraica, e così via). E fa lo stesso in questo suo nuovo romanzo, Sognando la luna (Rizzoli, 2017), che parte come la dichiarata biografia del nonno dell’Autore, raccolta e messa su carta da quest’ultimo a seguito della malattia e morte dell’avo.

Viene così raccontata la vicenda umana di questo antenato, di cui curiosamente non viene mai fatto il nome, attraverso una successione di capitoli/flashback, non sempre facile da seguire in quanto non cronologicamente ordinata ma strutturata “a salti”, e che tuttavia Chabon mostra sempre di dominare, avendo ben chiaro dove vuole condurci. Il titolo fa riferimento all’ossessione del nonno ingegnere per la conquista della Luna, il cui contributo sarà nella realizzazione di fedelissimi modelli di razzi commissionati anche dalla NASA a un certo punto; ossessione di una vita, che tocca pure la partecipazione del nonno alla Seconda Guerra Mondiale e il suo inseguimento di colui che sente come suo speculare, quel Von Braun caposaldo del programma spaziale nazista prima e statunitense poi.

Ma il vero personaggio a cui girano intorno sia il nonno che il cuore stesso del romanzo/memoir, è la nonna la cui esistenza esplica in toto il significato ultimo dell’opera di Chabon: francese di origine, creatura fragile, dal passato tormentato e mai pienamente svelato, che convive con una malattia mentale. Ecco, la nonna è – senza voler rivelare troppo della storia – una tripla sconfessione dell’apparente realismo di Sognando la luna, e colei che fa capire come Chabon abbia solamente, o in parte, finto di scrivere un’opera di memoria, cercando sempre e comunque la familiare sponda della narrativa di finzione. Almeno fino a un certo punto, ché la malattia mentale di cui si parla, il “Cavallo scuoiato”, affligge in realtà Ayelet Waldman, che non è nient’altri che la moglie dell’Autore medesimo.

E questo scollamento tra realtà e finzione, rappresentazione e auto-rappresentazione, tocca anche gli altri personaggi del romanzo/memoir (impossibile definirlo in maniera univoca, una volta finita la lettura) come il fratello del nonno o la madre dell’autore. Ma forse il personaggio più emblematico è l’anziano ospite della casa di cura dove è stata ricoverata la nonna, che scrive uno spettacolo teatrale affinché i pazienti possano allestirlo come parte della terapia. Sennonché la madre, in visita, scopre che è sordo, e si esprime in un linguaggio dei segni totalmente inventato, che solo la nonna capisce  e può trascrivere. Di nuovo un fatale cortocircuito tra chi racconta la storia e chi la riporta.

Traduzione di Matteo Colombo.


Michal Chabon, vincitore del Premio Pulitzer nel 2001 con Le fantastiche avventure di Kavalier e Clay, ha all’attivo romanzi, raccolte di racconti, saggi, sceneggiature e fumetti. Tra i suoi titoli più importanti, tutti editi da Rizzoli, I misteri di Pittsburgh, Il sindacato dei poliziotti yiddish, Uomini si diventa, Telegraph Avenue. Vive a Berkeley, in California con i figli e la moglie, la scrittrice Ayelet Waldman, con la quale ha curato la raccolta di racconti Cenere e ulivi, pubblicata da Rizzoli nel 2017 in occasione dei cinquant’anni di occupazione israeliana della Palestina.

 

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