Home Inchiostro - Recensioni di libri indipendenti e non. Le luci di Pointe-Noire – Alain Mabanckou

Paratesto:

Eccolo lì, sulla copertina. Non abbiatene a male se vi da le spalle, non lo sta facendo con l’intento di sembrare scortese a voi che lo state guardando. In realtà, di voi, lui, non ha ancora preso coscienza. Lui, Alain, è troppo impegnato altrove, è impegnato ad osservare il proprio passato e mentre lo fa, qualcosa lo ferisce un po’ perché si è appena reso conto che i ricordi sono fissati nel tempo come le fotografie, ma la vita vera, quella continua.

Testo:

Che succede quando uno scrittore torna in patria dopo un lungo esilio volontario di più di venti anni? Che succede se prende il pretesto di fare qualche conferenza per andare a calcare la terra che lo ha visto crescere, per andare a cercare il proprio passato e i propri parenti? Succede che Alain Mabanckou scrive “Le luci di Pointe-Noire” che è un libro meraviglioso e (scusate per il luogo comune) intenso. In cui l’immagine che ci siamo portati dentro del nostro passato, l’immagine che tiravamo fuori dal portafoglio nei momenti di sconforto, si è sgretolata senza che ce ne accorgessimo. Alain e Pointe-Noire hanno camminato in direzioni diverse ed è percepibile in ogni pagina il senso di sofferenza malinconica che Mabanckou distilla nelle parole. La madre è morta mentre lui era in Francia, il cinema Rex in cui lui da bambino si trovava a sognare gesta fantastiche assieme agli altri coetanei è diventato ormai una chiesa pentecostale, i quartiere trois-cents è sempre più sprofondato nella miseria della prostituzione (eppure lì c’è uno dei pochi momenti di dignità con l’incontro della prostituta che afferma il diritto di non voler fare sesso senza preservativo), i fratellastri, ormai devastati dalla vita, si rivolgono a lui con arroganza per farsi dare dei soldi e, più in generale, quasi tutti quelli che incontra e che vengono dal suo passato vogliono qualcosa da lui perché lui è diventato qualcuno.
E’ uno sguardo disincantato quello che ci regala Alain Mabanckou, uno sguardo pietoso nei confronti di un animale morente, Pointe-Noire.
La scrittura è calda, densa e malinconica ed è sorprendente che da un lato Mabanckou ci faccia ridere con “Black Bazar” e dall’altro ci faccia riflettere sulla precarietà del nostro passato.
Io non ho dubbi che questo sia un libro che merita di essere letto, ma siccome molto di questo libro è legato ai testi precedenti, tutti in parte autobiografici, vi consiglio di andarveli a recuperare. Ricostruiremo assieme la storia di una famiglia.

Coordinate:

Dei tipi della 66thand2nd ne ho già parlato a sufficienza. In precedenza mi era soffermato sulla collana Vite inattese in cui pubblicano libri a carattere sportivo. Io ho alcune forme di dipendenza da alcune collane di case editrici che apprezzo. Tra queste c’è sicuramente Vite Inattese, ma vi assicuro che Bazar, la collana per cui esce “Le luci di Pointe-Noire” è qualcosa di meraviglioso. Aldilà delle copertine, che io personalmente adoro, i testi pubblicati sono di una qualità pazzesca e trattano una letteratura che troppo spesso viene lasciata ai margini. In 66thand2nd la letteratura di matrice africana prende il ruolo centrale che le compete.

Alain Mabanckou è uno scrittore nato nel ’66 nella Repubblica del Congo, dopo aver condotto i primi studi in patria, nel ’89 la madre lo spinge ad andare in Francia ed è stato il primo scrittore dell’Africa subsahariana ad essere pubblicato nella prestigiosa collana Blanche di Gallimard. In tutti i suoi libri il ruolo della madre e delle proprie radici culturali la fanno da padrona.

Credo sia la prima volta che mi capita di recensire un libro tradotto a quattro mani. Ad occuparsi della traduzione dal francese ci hanno pensato Federica di Lella e Giuseppe Girimonti Greco. So che i due lavorano spesso assieme e sono convinto che il risultato che avrete tra le mani se deciderete di acquistare questo libro vi soddisferà ampiamente perché, e lo intendo come un complimento, non sembra di avere di fronte una traduzione condotta da due persone, sembra che l’entità che si è occupata di rendere in italiano cià che è nato in francese sia unica ed indivisibile. Io attribuisco questa forma di armonia all’esperienza maturata con gli anni dai due traduttori. Davvero un piacevole lettura.

Tornando alla copertina, il progetto grafico è a cura di Silvana Amato mentre l’immagine di copertina è di Julia Binfield.

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