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Dopo il divorzio – Grazia Deledda – Una recensione Senzaudio

written by Adriano Fischer 31 marzo 2017

Dopo il divorzio è il romanzo più ingiustamente trascurato e sottovalutato della Deledda.

Scritto nel 1902; nel mezzo di una lunghissima gestazione, di quasi un secolo, della legge sul divorzio che vede la definitiva approvazione nel dicembre del 1970. Dimostrazione di come in Italia sia più facile passare da Monarchia a Repubblica piuttosto che liberarsi di certi tipi di schiavitù.

Costantino Ledda in seguito a un errore giudiziario è costretto a trascorrere un lungo periodo in carcere, sufficientemente lungo perché la moglie, Giovanna Era, pensi all’eventualità di potersi risposare.

La Deledda usa come espediente un errore giudiziario – l’ingiusta condanna all’ergastolo di Costantino – per discutere di un istituto che ai tempi della Deledda era concesso per casi eccezionali. Semmai concesso.

Non solo.

Il quadretto verista, che si tinge d’istinti viscerali, lo adatta pertanto a una realtà isolana, quella sarda, composta di gente viva di desideri, passioni, di vecchia morale contadina, cattolica e, perché no, inevitabilmente, superstiziosa.

Se c’era una cosa di cui si dannava Costantino ogni giorno che trascorreva in carcere, era l’aver commesso il “peccato originale”, lo chiamava proprio così, ovvero di aver contratto matrimonio civile, ma non religioso.

Il rapporto tra Costantino e Giovanna è rappresentato sofferto e tribolato, intriso di credenze religiose e folkloriche, nel titanico contrasto tra divieti e desideri.

Dopo il divorzio evoca una tradizione prettamente naturalista, com’era d’uso nell’ottocento francese, lasciando, in breve, siano i personaggi stessi, gli ambienti cui appartengono, o provengono, a emergere nel modo più oggettivo possibile, senza l’intercessione del loro autore.

Il romanzo merita senza dubbio un’attenzione maggiore di quella che fin a oggi ha goduto.

 

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