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Domenico Dara – Appunti di meccanica celeste

written by Gianluigi Bodi 25 gennaio 2017
Domenico Dara

Appunti di meccanica celeste

Io ci sono capitato per sbaglio in mezzo a questa gente. O per sbaglio per destino, mi diceva mio padre, così devi vivere la tua vita. E allora io gli ho dato ragione vivendola come se l’era immaginata lui la mia vita. Poche ambizioni, zero qualità. Sei bravo solo con la ramazza, urlava. E io gli ho dato ragione usandola la ramazza. Come usavo la ramazza io nessuno mai, ne nel mio paese, ne altrove. E allora quando è passato il circo accompagnato da quell’odore di rosmarino e trifoglio io l’ho voluto vedere. Ho voluto vedere cosa ci faceva la gente dentro al circo, che le foto sui manifesti non mi bastavano. E c’ho visto cose che non sapevo esistessero. C’ho visto la Magia, quella con la emme maiuscola, quella che ti dà la fortuna per tutta la vita e te la toglie in un attimo. C’ho visto le stelle che vorticavano e le male parole delle vecchiacce macchiate nell’animo dall’odio. C’ho visto il destino di uno che perde qualcuno e vive con la speranza di ritrovarlo. Oh, quante cose c’ho visto lì dentro io. Quando il lanciatore di coltelli se ne sta con il braccio teso in avanti, un attimo prima che la lama si stacchi dalla mano, nell’attimo in cui il pubblico smette di respirare io c’ho visto l’infinito di un buco nero, assopito ai bordi della galassia . Un buco nero che potrebbe ingoiare tutto oppure che potrebbe starsene placido e tranquillo. Quando l’equilibrista si lancia nel vuoto, a braccia tese verso l’infinito e il trapezio, mentre la gente se ne sta con la testa per aria, lo sguardo pieno di paura e voglia di sangue, io c’ho visto il Dio.
Quando la contorsionista, con una tutina aderente che pareva gliel’avessero dipinta addosso, si rivoltava su se stessa aprendosi al mondo io c’ho visto la maternità, che poi è come vedere ancora Dio. E c’ho vista l’aridità di un ventre sterile, che dalle mie parti assomiglia all’inferno.
E quell’uomo parlava, parlava con una voce stentorea e mescolava lingue, dialetti, accenti, che sembrava che da un momento all’altro la sua lingua si dovesse dissolvere nell’aria. E stavamo lì tutti a pendere dalle sue labbra, in equilibro come la palla sta in equilibrio sull’alluce del piede destro, come se all’improvviso la morte avesse smesso di funzionare. E come era bravo a raccontare, sembrava che cantasse invece di parlare.

Poi ho guardato il pubblico e ho visto come dalle loro facce si capisse cosa stava succedendo. Si stavano guardando dentro e quello che vedevano non sempre era piacevole. Mi sono guardato dentro anche io e ho visto quello che c’era da vedere.

E quando il circo è partito, per sbaglio o per destino, io l’ho seguito. Con la mia ramazza buona, quella che non sbaglia mai un colpo. Perché quel circo lì seguiva una traiettoria e io seguivo la mia, ma una volta intrecciate la gravità ha fatto il suo dovere.

Recensione

Con un certo malcelato sadismo aspettiamo al varco l’autore con l’esordio di successo. Aspettiamo che dia alle stampe il suo secondo volume. Una parte di noi, desiderosa di appagare la propria fame di libri, si auspica che il secondo libro sia degno compagno del primo, che lo sorpassi in bellezza, se possibile. Una parte di noi invece, nascosta al buio, si augura il fallimento. Perché il successo agli altri lo concediamo fino a che non reputiamo che ne abbiano avuto troppo.

Quando uscì “Appunti di meccanica celeste” io ero in una profonda crisi. Ero un lettore stanco. Il resto andava a gonfie vele, ma leggere era diventato un peso. Quando uscì “Appunti di meccanica celeste” io non ero nelle condizioni di affrontarlo. Il mio giudizio sarebbe stato falsato in meglio o in peggio da una simile situazione. Il tempo ha sistemato le cose e oggi posso parlare dell’ultimo libro di Dara con tutta l’onesta di cui dispongo.

La tentazione di tirare in ballo i maestri della letteratura italiana che sono riusciti a mescolare dialetto e lingua italiana creando una miscela vincente e soprattutto una musicalità paradisiaca è tanta. Verrebbe da menzionare Verga e Gadda, tra i primi. E quindi, menzioniamoli questi due santoni della letteratura italiana. Diamo a Dara quello che è di Dara senza paura di suonare troppo entusiasta. Uno degli aspetti che mettono al tappeto leggendo “Appunti di una meccanica celeste” è proprio l’uso del dialetto Girifalchese, una lingua viva e a tratti ruvida, spaccata con l’ascia, lasciata ad asciugare al sole. La mescolanza tra l’italiano e il dialetto dona al testo una musicalità che non conosciamo, ma che non facciamo fatica a far nostra. Il susseguirsi delle frasi ci porta dentro ad una sinfonia gioiosa, fatta di sole e pietre, di superstizione e magia.

Ed ecco il là per parlare del secondo aspetto e, quindi, del secondo giro di paragoni. I paragoni mi hanno sempre infastidito perché cercano di togliere l’originalità ad una creazione sottolineando l’aspetto ereditato dai maestri. Mi spiace se l’effetto sarà lo stesso, ma temo di dovervi dire che nel leggere “Appunti di meccanica celeste” mi è sembrato di imbattermi nell’abilità di raccontare superstizione e magia di quel gran scrittore che era Gabriel Garcia Marquez. E’ un paragone pesante che può affossare chiunque, ma il tratto che notai leggendo “Breve trattato sulle coincidenze” qui si è addirittura ingrossato dando l’idea che Dara abbia padroneggiato del tutto quel sottile equilibrio magia e realtà, tra sogno e veglia. E quanto poi ti accorgi che tra le righe sale una citazione a Saramago e al suo “L’intermittenza della morte” ti rendi conto che Dara ha preso dal maestro portoghese quella perfezione di ritmo senza doverla costringere all’interno di uno schema che non ha inizio e non ha fine.

I temi trattati sono molti, tra tutti il destino e l’apparizione di una seconda possibilità nella vita. Destino che fa la sua entrata con un profumo di rosmarino e trifoglio fresco e si fa seguire da un circo che doveva essere altrove eppure si ferma a Girifalco. Un po’ come Melquiedes e i suoi. Una seconda possibilità che per alcuni è nuova vita e per altri è la morte. E lì, nel paese delimitato da un cimitero e da un manicomio, da morte e follia, succede che qualcuno o qualcosa sparigli le carte e rimetta in gioco il destino di un gruppo di persone. Chi cerca un fratello scomparso, chi il vero amore, chi una vendetta.

Se non avete mai letto nulla di Dara vi consiglio di iniziare dal suo primo libro “Breve trattato sulle coincidenze”, lo troverete davvero notevole. Poi passerete a questo e vi accorgerete di come il lavoro ripaghi. A tutti gli altri, non vedo come sia possibile che non abbiate già letto “Appunti di meccanica celeste” dopo aver letto le gesta del postino di Girifalco.


Domenico Dara è nato nel 1971. Dopo aver trascorso l’infanzia e l’adolescenza a Girifalco, in Calabria, ha studiato a Pisa, laureandosi con una tesi sulla poesia di Cesare Pavese. Vive e lavora in Lombardia. Ha esordito con Breve trattato sulle coincidenze, la storia del postino di Girifalco con la passione per le lettere d’amore che ha raccolto l’apprezzamento dei lettori e il favore della critica. Per la sua opera prima, già finalista al Premio Calvino, ha ottenuto numerosi riconoscimenti, tra cui il Premio Palmi, il Premio Viadana, il Premio Corrado Alvaro e il Premio Città di Como.

Il testo che compare all’inizio della recensione può essere considerato un breve racconto che ha lo scopo di veicolare le sensazioni provate durante la lettura del libro al quale fa riferimento. E’, a tutti gli effetti, una recensione narrativa.

 

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