Azzorre – Cecilia M. Giampaoli

by Gianluigi Bodi

L’8 febbraio 1989, alle ore 13:10, il volo Charter Independent Air 1851 si schianta contro la collina Pico Alto sull’isola di Santa Maria, nelle Azzorre. Nell’incidente muoiono 137 passeggeri italiani e 7 membri statunitensi dell’equipaggio. Muoiono tutti. Compreso il padre di Cecilia Maria Giampaolo.

Questo è “Azzorre“, un romanzo, un reportage, un memoriale: un libro bellissimo.

Prendo in mano il libro e penso che le storie vere non mi sono mai piaciute, almeno non fino in fondo. Prendo in mano il libro e lo scorro, arrivo alla fine, c’è una foto, una bambina nuda, è piccola, avrà due anni, forse qualcosa di più, forse qualcosa di meno. Guardo la foto, quello nella macchina è suo padre, la bambina è Cecilia, penso che a partire da quel momento lei e suo padre avranno poco tempo per stare assieme, per conoscersi, guardo mio figlio, mi si stringe lo stomaco. Ritorno alla foto, mi sembra familiare, forse ne ho una simile anche io, di sicuro ne ho una in cui mio padre mi ha messo sopra il cofano della macchina, mi tiene in equilibrio perché non cada, stiamo guardando l’orizzonte, sorridiamo: è la foto che preferisco. Mi chiedo cosa sarebbe successo se quella foto fosse stata uno dei pochi ricordi di mio padre.

Inizio a leggere il libro e mi scordo subito che le storie vere non mi sono mai piaciute perché questa è una storia che mi tocca da vicino. Racconta il viaggio che una figlia fa, nel passato, per cercare di dare una chiusa definitiva con una tragedia che, inevitabilmente ha sconvolto una famiglia intera. La narratrice (separiamo le cose) ci porta con sé in un viaggio che dall’Italia la porta all’isola di Santa Maria. Percorriamo con lei i passi di quella che sembra sotto molti aspetti un’indagine atta a capire per quale motivo si sia consumata una tragedia del genere. Quali errori ci sono stati, chi ha sbagliato, di chi è la colpa? Già, di chi è la colpa?

La cosa che mi ha colpito di più di questo libro è che l’io narrante non cerca una vera e propria colpa, o meglio, che cerchi la colpa ma solo come risposta finale, come chiusa di un percorso lungo decenni. La difficoltà di camminare sotto il sole delle Azzorre, di visitare il picco che ha decretato la fine di tutte quelle persone viene mitigata dalla forza con la quale la narratrice cerca di aggrapparsi alla verità ultima, all’ultima domanda: Perché?

Ma c’è anche un altro aspetto che mi preme rilevare. Una totale mancanza di sentimentalismo fine a se stesso. Non c’è, nelle parole della narratrice, la volontà di innescare facili meccanismi di pietà. Il libro non si concentra sugli effetti che la perdita di un padre può provocare nei figli, il libro è un viaggio a ritroso, la ricerca di un’origine. L’origine della nuova vita che la piccola Cecilia ha dovuto affrontare. Se io oggi sono così, voglio vedere il punto in cui tutto è iniziato, voglio conoscere le persone che hanno contribuito a influenzare la mia esistenza, voglio scavare a fondo nella catena di errori che hanno dato luogo all’incidente, capire da chi è partita la scintilla originaria.

C’è del fatalismo nel modo in cui viene organizzato il viaggio, molto è lasciato al caso, gli incontri sull’isola avvengono in maniera spontanea, le persone si aprono (a dire il vero non tutte), lasciano uscire i propri ricordi, forniscono informazioni importanti, contatti necessari e Cecilia proceda da un punto all’altro, seguendo una catena che si costruisce, per forze esterne, davanti ai suoi occhi e che la porta a comprendere un po’ di più di quello che sapeva quando è partita da casa.

Non so dire se lei abbia ottenuto tutte le risposte che cercava, non so dire quali risposte cercasse, non posso giurare che, in fondo, lei cercasse una persona, un’unica persona, responsabile di ciò che successe quel giorno a Pico Alto; posso dire che il viaggio intrapreso con lei, tra le strade di Santa Maria, è stato istruttivo. È riuscita a rendere palpabile il calore umano delle persone che l’hanno aiutata nella sua ricerca; è riuscito a farmi riflettere sulla capacità di raccontare una storia emotivamente complessa senza cadere nella ricerca della pietà. Questa è una lettura che consiglio a tutti.

Cecilia Maria Giampaoli, Urbino 1982. Vive e lavora a Pesaro. Si occupa di arti visive e usa la scrittura come un mezzo di ripresa – interessata al potenziale figurativo delle parole. Dal 2011 insegna all’ISIA di Urbino.
Nel 2015 un suo racconto, Pelle di Merluzzo, riceve il Premio Eccellenza Treccani Web. Suo il blog di racconti www.diaridiunmarinaio.com. Il suo sito personale è www.ceciliagiampaoli.com

Azzorre è il suo primo romanzo.

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